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Udire le voci ed eventi di vita: conseguenze nella pratica clinica

Udire le voci ed eventi di vita: conseguenze nella pratica clinica. Prof. Marius Romme. Janssen et al., 2004. Studio prospettico su 4045 adulti Riguardo alla relazione tra abusi infantili e sintomi psicotici nel corso dei 2 anni di follow-up.

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Udire le voci ed eventi di vita: conseguenze nella pratica clinica

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Presentation Transcript


  1. Udire le voci ed eventi di vita: conseguenze nella pratica clinica Prof. Marius Romme

  2. Janssen et al., 2004. Studio prospettico su 4045 adulti Riguardo alla relazione tra abusi infantili e sintomi psicotici nel corso dei 2 anni di follow-up. • Le persone abusate avevano una probabilità 11,5 volte maggiore di sviluppare una psicosi durante il periodo dello studio rispetto a coloro che non avevano subito un abuso • Chi aveva subito gli abusi più gravi aveva una probabilità 48.4 volte maggiore di sviluppare una psicosi rispetto a chi non aveva subito abusi.

  3. Romme et al., 1989-2009 In tutti i nostri studi che hanno coinvolto circa 350 uditori di voci, ogni volta abbiamo riscontrato che tra il 70 e l’80% di loro hanno evidenziato un rapporto con le proprie esperienze traumatiche. Prova del rapporto: • Le caratteristiche delle voci si riferiscono all’esperienza traumatica.

  4. Primo Occorre accettare le voci come reali in quanto rivelatrici di ciò che è accaduto all’uditore. Quindi, non uccidete il messaggero.

  5. Secondo Ci si deve interessare all’uditore come persona e non solo alle sue voci, perché l’uditore deve aver fiducia nel clinico. L’uditore deve poter credere di non correre rischi nel riferire al clinico tali esperienze emotive personali. Il clinico deve sviluppare un rapporto e l’uditore deve esser rassicurato che non gli verranno soltanto prescritti altri farmaci se dice di udire ancora le voci.

  6. Terzo L’attenzione deve essere indirizzata sull’esperienza del sentire voci e non sulla diagnosi di malattia, perché l’udire voci ha una causa e non è una malattia.

  7. Quarto Si deve considerare la psicosi come crisi personale, non come espressione di una malattia

  8. Quinto Occorre seguire una formazione nel condurre colloqui sistematici dal punto di vista di una persona interessata alle esperienze di un’altra persona e non da professionista in cerca di conferme della sua teoria sulla malattia, sentendosi già appagato dall’aver identificato l’esperienza come allucinazione uditiva.

  9. Sesto • Il clinico deve fornire informazioni all’uditore a proposito della schizofrenia e dell’udire voci in modo nuovo. • Le voci di per sé non sono un indizio di pazzia o un sintomo di malattia. • Ricerche condotte tra la popolazione generale hanno dimostrato che udire le voci è un’esperienza che è presente nel 4% dei soggetti di cui solo una minima parte (1/3) necessita di cure specifiche. • Udire le voci è una variante umana che diventa un malessere solo per un certo numero di soggetti. L’uditore di voci diventa un malato quando non riesce ad affrontare le proprie voci. • Il clinico deve essere anche portatore di speranza per l’uditore: sul fatto che non è solo e che la guarigione è del tutto possibile (vedere il libro delle 50 storie di guarigione).

  10. Settimo • Scopo della cura non è più sbarazzarsi delle voci, ma imparare ad affrontarle, insieme ai problemi emotivi che stanno alla radice delle voci. • Le voci segnalano un problema, non una malattia. • E’ chiaro dallo studio condotto sulla guarigione che essa significa cambiare il rapporto con le voci e riconoscere le proprie emozioni attraverso le caratteristiche delle voci.

  11. Ottavo Occorre che il clinico cambi le proprie idee in merito all’importanza e alla funzione dei farmaci neurolettici. Un basso dosaggio potrebbe essere utile, poichè attenua il fatto di essere completamente sopraffatti dalle emozioni. Ma nel lungo periodo la persona ha bisogno delle sue emozioni per essere in grado di guarire. Ha bisogno di accettare le proprie emozioni come conseguenza delle esperienze traumatiche che ha subìto. E chiunque ha bisogno di provare le sue emozioni per essere del tutto funzionale nella società. Dalle “50 storie di guarigione” emerse con chiarezza che a 44 persone su 50 furono prescritti neurolettici all’inizio della loro esperienza dell’udire voci. Tuttavia, alla fine del loro processo di guarigione 12 persone assumevano ancora bassi dosaggi o assumevano solo a volte qualche tipo di questi farmaci. Alti dosaggi non sono mai stati più efficaci di bassi dosaggi.

  12. Nono Il clinico dovrebbe usare la Dissociative Experience Scale (Bernstein e Putnam, 1986) Questo strumento è un valido aiuto per essere più certi che il fatto di udire voci è correlato ad esperienze traumatiche. I farmaci neurolettici non sono particolarmente utili con le persone che attuano la dissociazione. Spesso non fanno che peggiorare la situazione, quindi il trattamento può essere più opportunamente diretto alla riduzione dell’ansia e all’acquisizione di un maggior controllo sulle voci, dapprima con strategie cognitive e in seguito elaborando i sensi di vergogna e colpa causati dagli eventi traumatici.

  13. Decimo Dar vita a un gruppo di sostegno per uditori di voci in cui gli uditori possono parlare liberamente e rispettandosi a vicenda circa le esperienze individuali e alle circostanze personali che le hanno causate. Il professionista può venire a conoscenza di molte informazioni sull’esperienza di udire voci da un gruppo del genere. Non è da intendersi come una terapia di gruppo ma come un gruppo in cui gli uditori possono evolvere. Tuttavia la miglior cosa è disporre di una formazione specifica per poter avviare e facilitare il gruppo.

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