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“I luoghi del consumo le nuove modalità i vecchi riti”

“I luoghi del consumo le nuove modalità i vecchi riti”. Marco Battini Tivoli – Novembre 2006. PRIMA PARTE. “Giovinastri rissosi, bravacci, azzimati, che mentono, imbrogliano, scherniscono, vituperano e calunniano, camminano dinoccolandosi, fanno il ceffo feroce,

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“I luoghi del consumo le nuove modalità i vecchi riti”

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Presentation Transcript


  1. “I luoghi del consumo le nuove modalità i vecchi riti” Marco Battini Tivoli – Novembre 2006

  2. PRIMA PARTE “Giovinastri rissosi, bravacci, azzimati, che mentono, imbrogliano, scherniscono, vituperano e calunniano, camminano dinoccolandosi, fanno il ceffo feroce, e con una mezza dozzina di minacciose parole dicono come concerebbero i loro nemici se osassero, e questo è tutto.” Shakespeare, Molto rumore per nulla, V, I, 91-8

  3. Introduzione In un contesto sociale in cui l’evoluzione demografica del nostro paese tende all’innalzamento dell’età, in cui tutti i centri di ricerca sulla popolazione giovanile diversificano le età degli adolescenti (arrivando a 34-36 anni), in cui la flessibilità da risorsa si trasforma in precarietà lavorativa, in cui le certezze sul futuro (es. sicurezza di una pensione) vengono progressivamente sgretolate da scelte economico-politiche, in cui il consumo e il consumare è un valore fondante della sopravvivenza di uno stato economico, in cui la libertà di circolazione delle merci è maggiore di quella degli uomini, non ci si può stupire che il giovane sia percepito come pericoloso e si percepisca come un “viandante su una strada molto in salita”. “I giovani sono il nostro futuro, sono coloro che erediteranno le nostre azioni e che devono portare avanti i valori tramandati nella storia”. Retorica, realtà, dato di fatto, speranza o conformismo? E’ possibile pensare la popolazione giovanile solo come un soggetto in fase di passaggio che sarà maturo in futuro e che quindi diverrà interlocutore non ora ma tra qualche tempo (il tempo dell’età adulta, a 34 anni dice qualcuno)? Dire che i giovani saranno il nostro futuro convalida la tesi sopra elencata e identifica le giovani generazioni come soggetti non politici, e quindi non attivi e credibili nella vita sociale di una comunità, ma in divenire e non attendibili ora ma tra un po’ di tempo. Inoltre, nel nostro contesto sociale globalizzato le nostre società sovra-producono, cioè producono di più di ciò che sono in grado di consumare. “I pomodori sono troppi, non riusciamo a piazzarli sul mercato, lasciamoli nei campi a marcire”. “Nessuno compra il mio prodotto rischio il fallimento.” Se il concetto sopra descritto risponde a criteri di verità occorre individuare all’interno del tessuto della società occidentale moderna una categoria di persone dedita al consumo “professionale”: che cambia spesso mode, vestiti, beni, che non si accontenta di ciò che ha e che desideri sempre qualcosa di nuovo e diverso. Occorre quindi qualcuno che consuma, smaltisce, acquista, consuma, smaltisce, acquista e via dicendo. Le pubblicità promuovono i prodotti e invogliano al consumo e guarda caso si rivolgono ad un target preciso di persone. E’ stupido pensare che chi ha il mandato sociale di consumare nella nostra società sia il giovane? Forse No. L’identikit del consumatore calza a pennello nella “categoria” del giovane moderno.

  4. Ma se io devo consumare, non rischio di identificare la mia personalità e quindi di costruirla attorno a questa attività? Se io oggi consumo questo e quindi sono questo e domani consumo altro e quindi sono altro, non è che comincio a pensare solo al qui ed ora e divento ciò che consumo? Oggi sono X perché consumo X domani sono Y perché consumo Y. In questo senso oltre e divenire ciò che consumo non ho più bisogno di vedermi e pensarmi nel futuro ma mi accontento del qui ed ora. A questo concetto si collega il tema della ricerca del piacere e soprattutto della liceità di ciò che consumo. L’identità del giovane come consumatore è ammessa finché il tipo di prodotti, beni, prestazioni che consuma sono riconosciuti come importanti, funzionali ed economici dalla società del capitale. Quando invece il giovane esprime la sua identità di consumatore verso “prodotti” inseriti all’interno di meccanismi commerciali illeciti e sanzionati socialmente, diventa un problema e una persona a rischio. Il giovane diventa così un soggetto a rischio di disagio, disadattamento e devianza, che consuma droghe, che non è maturo nelle scelte, che non mette il casco, che trasgredisce e quindi da controllare, prevenire e limitare divenendo un “brodo di coltura di problemi”. Un giovane non portatore di nuove istanze, culture, punti di vista, pensieri ma rumoroso, disorganizzato, svogliato sempre davanti alla televisione e incapace di prendersi responsabilità verso sé e gli altri. Da qui l’opinione comune e generalizzata che vede il giovane come problema, come soggetto a rischio che nei suoi tragitti consuma droghe, rischia disturbi alimentari, non ha consapevolezza della propria sessualità, ha confini mentali labili, contempla il suicidio, rischia e trasgredisce. Tutto ciò non per disconfermare studi scientifici, esperienze professionali e di volontariato che intervengono sui problemi che i giovani esprimono e che spesso risultano determinanti per effettuare letture e, spesso, salvare vite umane e migliorare percorsi di crescita, ma per cercare di guardare alcuni fenomeni anche da punti di vista diversi. Quanto la “forma” che ha la nostra società, le nostre leggi, i nostri pensieri, influiscono nella determinazione di problemi che in altri contesti così non vengono chiamati? Quanto il problema del giovane viene definito da altri e non da lui stesso? Quanto i servizi per i giovani sono costruiti da adulti e basati sui loro pensieri e preconcetti? Dove sono le vere competenze sui giovani? Nella vita sociale e nei percorsi di crescita non esistono verità e certezze ma esperienze e vissuti che non possono essere incanalati in visioni unidirezionali ma che ragionano sempre di più all'interno di relazioni dialogiche. Non possiamo però dimenticare che il vero protagonista di qualsiasi percorso è la persona che sta camminando e che il vero sapere, o comunque quello che ha più peso, è quello che detiene lui. Ciò deve avere una valenza ancora più forte quando percorriamo percorsi educativi o legati a processi di aiuto o di risposta a problematiche. Le persone e i giovani, in particolare, non sono un problema e non possono essere individuati e identificati in funzione di questo. Possiamo passare dalla visione allarmistica e ansiogena del problema a quella più reale e

  5. progettuale del fenomeno? Ragionare sui fenomeni e non sui problemi sposta il centro del mirino e permette di sviluppare progetti, azioni, riflessioni. Tali riflessioni non possono scostarsi troppo dal riconoscimento che i giovani sono soprattutto portatori di risorse, potenzialità, nuove culture e nuove visioni del mondo. Solo aiutando lo sviluppo di queste competenze è possibile dare strumenti e permettere comunicazioni e relazioni. Cosa possiamo offrire? La complessità sociale ci fa riflettere sul fatto che certi problemi sociali non sono sempre risolvibili e per alcuni l'obiettivo risolutivo è inimmaginabile e impraticabile. Possiamo cambiare il nostro punto di vista? Possiamo abdicare dal ruolo di "ortopedici del sociale” (P. Ruffini 2002) e assumerne uno nuovo? Non possiamo aspettarci o pretendere che le persone siano o facciano ciò che noi vorremmo fossero o facessero. Certi temi sono affrontabili se si guardano in un'ottica di fenomeno e non di problema, se si cominciano a costruire percorsi progettuali, servizi, pensieri, culture. È inutile considerare le droghe solo come problema, perché così diventerebbe problema il 99% dei farmaci, il monopolio sul tabacco, il consumismo... Quindi non possiamo dire che le droghe sono solo un problema, ma che c'è un fenomeno di uso di sostanze, trasversale e presente nella società umana, con tante sfaccettature, su cui dobbiamo cominciare a costruire pensieri, cultura, percorsi di intervento. Dobbiamo fare in modo che i nostri interventi siano il più possibile vicini alle persone con cui siamo in relazione e che queste persone siano sempre più in grado di accorgersi dei loro problemi e specificità. Attraverso il lavoro di strada si trovano persone che non vanno ai servizi, perciò gli operatori di strada che incontrano a seconda del target i ragazzini, gli immigrati, i tossicodipendenti, sono “sentinelle in positivo”, che entrano in un contatto diretto e “intimo” con un territorio e con le persone che lo vivono e frequentano. Pensiamo ai filoni del lavoro di strada: - Il primo filone ragiona sulla cittadinanza attiva: non sorvegliare i luoghi ma rivalutarli in una logica non di adeguamento alla normalità ma di “produzione” di attori attivi e di moltiplicazione di opportunità. - Il secondo filone ragiona sulla strada come un luogo transizionale: non normato, turbolento e luogo dell’autonomia. - Il terzo filone racconta la strada come luogo di potere (in maniera più corretta luogo di empowerment): per permettere alle persone di essere viste a partire dai loro punti di forza, dalle loro potenzialità, per permettere l’accesso alle risorse, per costruire a partire dai propri saperi e producendo comunità competenti che si autoalimentano nel confronto con l’altro diverso da sé. - L'ultimo filone è quello che vede il lavoro di strada come una grande occasione di cambiamento delle percezioni sociali: portando altri sguardi, costruendo rapporti di convivenza (mediazione e facilitazione dell’incontro) e dando cittadinanza alle culture minoritarie (by-passando la dicotomia tra cultura dominante e subculture).

  6. Il ruolo educativo è di colui che: Offre mezzi: al fine di incentivare le differenze in una ottica non di integrazione pedissequa allo "status quo" ma di inquinamento delle situazioni per modificarle; al fine di aumentare le competenze delle persone e di agire su livelli di consapevolezza sulle scelte e di responsabilità personale; al fine di offrire uguali opportunità a tutti a prescindere dallo status sociale, dall’età, dalla provenienza o esperienza di vita. Costruisce luoghi: in cui le persone possano fare domande, qualunque domanda perché sanno che verrà ascoltata e non giudicata. Per evitare di continuare ad esportare nel sociale gli approcci sanitari alle persone che spesso standardizzano e settorializzano le risposte. Passare dalla visione delle persone come utenti al concetto di cittadinanza e quindi di aventi diritti e doveri. Produce inclusione sociale: per permettere ai giovani di "stare dentro", di ridurre distanze perturbando e modificando i propri luoghi e il proprio modo di viverci. Gli obiettivi del lavoro sociale con le giovani generazioni nella promozione del benessere, nella tutela della salute e nella promozione di una cultura della partecipazione riguardano le seguenti aree: - favorire e promuovere opportunità educative negli ambienti di vita dei ragazzi che consentano la costruzione della loro identità ; promuovere la realizzazione di percorsi di conoscenza, di consapevolezza e di responsabilità che, in un’ottica di prevenzione e promozione, aiutino gli adolescenti e i giovani a conoscere le situazioni che creano rischi, disagi, “problemi” sulle tematiche più disparate (consumo di sostanze psicoattive, disturbi alimentari, incidentalità stradale, sessualità, etc.); - promuovere una cultura del “prendersi cura” che consenta di sviluppare forme di intervento in grado di rispondere, in modo tempestivo, alle situazioni problematiche ove si presentino; - ripensare l’accesso ai servizi dei giovani creando spazi di accoglienza adatti alle giovani generazioni, costruiti insieme a loro. Ciò ribalta la logica prevalente del cittadino che accede ai servizi, costruendo servizi che vadano là dove le persone vivono e si incontrano. Proprio questo ultimo punto appare determinante per la definizione delle politiche sociali rivolte ai giovani. Essere nei luoghi dove i giovani si divertono passando da una centratura sui servizi alla centratura sulla persona, sui fenomeni e sulle risorse e potenzialità delle persone; incontrare le persone lavorando sul territorio e non dentro le istituzioni; vedere la strada non come luogo a rischio ma come spazio di relazioni, socialità, esperienze, condivisione è ciò che l’intervento nel mondo del loisir ha preso dai lavori sulla strada. Obiettivi Gli obiettivi del percorso formativo sono i seguenti: Promuovere una riflessione sul tema del consumo come mandato sociale identitario nella definizione di percorsi di cittadinanza; Definire la relazione tra luoghi, consumo, piacere e il tema degli usi di sostanze psicoattive da parte delle giovani generazioni; Costruire letture (complesse) rispetto al tema della normalizzazione del consumo di sostanze;

  7. Ripensare il ruolo degli operatori sociali e sanitari rispetto al tema dell’intervento nei luoghi del loisir; Individuare i nuovi trend di consumo. Metodologia La metodologia attivata rispetto al tema sarà suddivisa su due livelli: 1. Relazione frontale con supporto multimediale. La relazione svilupperà i seguenti temi: Definizione del concetto di luoghi e di non luoghi Breve sunto degli argomenti che verranno trattati: Il concetto di luogo si definisce all’interno di tre caratteristiche fondamentali: - L’identità: il luogo costruisce percorsi di riconoscimento identitario da parte chi li vive; - La relazione: il luogo definisce e crea rapporti reciproci e condivisi da parte delle persone in funzione della loro appartenenza allo stesso; - La storia: il luogo ha una memoria storica con cui le persone si devono continuamente confrontare. A fianco dei luoghi tradizionali, che hanno le caratteristiche sopra definite, sono nati i non-luoghi che Marc Augè definisce come spazi di passaggio, di transito (centri commerciali, aeroporti, autostrade, stazioni, parchi del divertimento, motel, spazi virtuali), che non contribuiscono a costruire definizioni identitarie, se non massificate, senza storia e tradizioni. Sono "spazi dell'anonimato che diventano ogni giorno più numerosi, frequentati da individui simili tra loro, ma soli…. senza la possibilità di creare legami sociali o persino costruire delle emozioni sociali" I luoghi della festa, del divertimento (discoteche, feste, rave) sono non-luoghi? Se non creano legami e relazioni solide perché sono frequentati? Quale è la domanda verso questi luoghi non-luoghi? Quali sono le letture e le interpretazioni di operatori sociali e sanitari che frequentano questi spazi con finalità di tutela della salute e promozione del benessere? Il concetto di consumo, il mandato sociale al consumo Breve sunto degli argomenti che verranno trattati: Nella società moderna che basa la sua esistenza sui consumi “è noto che produzione e consumo sono due aspetti di un medesimo processo…. non solo si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono anche bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci” (U. Galimberti). In questa logica non è possibile accettare un blocco alla produzione di merci e di conseguenza occorre creare bisogni (es. attraverso la pubblicità) che portino a consumare merci e beni. Da ciò ne deriva che l’identità di cittadinanza ha in sé anche il mandato sociale al consumare, all’usare, riciclare e utilizzare ancora. Non esiste più una linea netta di demarcazione che separi i bisogni autentici da quelli fittizi, falsi o deprecabili. Tutti i bisogni sono autentici e “crescono nutriti dalle opportunità di consumo” (Z. Bauman). Da ciò si può pensare che il consumo sia sempre più svincolato dal soddisfacimento di particolari bisogni (consapevoli, chiari, scelti e definiti dalla persona) ma si rappresenti come un fine, una vocazione, o meglio il fine e la vocazione per eccellenza.

  8. Se il consumo prorompe così prepotentemente nella dimensione identitaria e intima delle persone esiste ancora un consumo sbagliato o pericoloso? L’uso di sostanze, soprattutto nelle giovani generazioni, non si configura come una pratica consona alle richieste sociali? Come è possibile in questo contesto professare ancora la responsabilità e la consapevolezza degli agiti e dei comportamenti? Quando il luogo e il consumo si incontrano Breve sunto degli argomenti che verranno trattati: Se i non-luoghi sono i luoghi della transizione, del passaggio che non hanno storia e non creano legami relazionali e il consumo è una spinta identitaria che non deve soddisfare bisogni ma deve rappresentare un fine ultimo, cosa succede quando i due fattori si incontrano? Un consumo senza prospettiva futura, senza storia, svincolato da presupposti culturali e storici non aumenta ancora di più la sua compulsività? Come è possibile pensare che esistano luoghi scevri dalla spinta al consumo? Cosa cercano e cosa trovano le persone da questo connubio? Quanto la spinta al consumo trasforma i non-luoghi in spazi di identità, relazioni con una propria storia? La ricerca della felicità, del piacere può essere una risposta. Ma trattasi di un piacere, nella società moderna, che deriva dall’uso, non dall’accumulo di possessi e che non persegue l’equazione: più posseggo “roba” più sono felice. Un piacere che si definisce nella sua essenza di godimento completo o di ricerca di sensazioni (che non necessariamente devono essere piacevoli) che ripartono sempre da zero e senza memoria. “Quanto più il piacere diviene l’unico oggetto di azione consapevole, con tanta maggior certezza esso elude la cattura da parte del soggetto desiderante… il piacere è una relazione di desiderio, un movimento verso il completamento di sé. Ma il sé è completamente spendibile e così il mondo degli oggetti affronta nuovamente nuove attrattive. È un movimento che non può essere completato” (H. Ferguson). Il piacere tuttavia è un motore che fornisce la spinta al processo creativo aumentando il piacere stesso e la gioia di vivere e quindi trasformando l’esperienza in una avventura creativa e non in una lotta alla sopravvivenza. Non può essere allora che la ricerca di piacere sia chiave di lettura positiva di un fenomeno compulsivo che crea dipendenza come l’abbinamento tra luoghi e consumi? Quanta differenziazione esiste ora tra il piacere adulto e il piacere infantile? La notte, la festa, i sensi Breve sunto degli argomenti che verranno trattati: La notte che nella società moderna rappresenta il luogo e il momento per eccellenza dello sviluppo della festa non si definisce solamente nelle “ore piccole”, nel buio, nel nomadismo oltre che nell’incontrare alcune persone del giorno diverse e cambiate, ma rappresenta (anche nelle culture tradizionali) la perdita della misura e quindi la dismisura, i sensi, le paure, la profondità, l’eccesso. Nella notte ho la possibilità di toccare l’estremo del possibile e parafrasando San Giovanni Battista posso provare una esperienza mistica. La notte ha in sé una componente strutturale di rischio e, nella società moderna, è percepita come rischiosa e pericolosa. Tuttavia ormai sappiamo che il rischio rappresenta il motore della crescita e che è fondante nella

  9. costruzione della propria identità in relazione con gli altri oltre che della conoscenza dei propri limiti. Dall’altra parte anche la festa viene sempre di più indicata come un regime notturno (es. le notti bianche) e quindi connessa sia alla ricerca del piacere che a sensazioni ed emozioni funzionali alla crescita e “all’esperire”. “La vera festa è composta da tre elementi essenziali: il gioco, la rottura col quotidiano e la trasgressione, la trascendenza” (A. Fontane, C. Fontana). Come tradurre questi elementi in esperienze educative e positive? Come assecondare la festa non abolendola o semplicemente limitandola ma permettendone la lettura, dandole sensi e direzioni e rinforzandola in chiave moderna come momento di cambiamento? (in passato catarsi e rito di passaggio). E’ possibile costruire paracaduti e reti di protezione che siano inseriti nella festa fin dalla sua ideazione? Gli interventi nei luoghi del loisir (il consumo psicoattivo, il pericolo) Breve sunto degli argomenti che verranno trattati: Andare là dove le persone si incontrano, dove provano piaceri, dove agiscono relazioni, dove sperimentano il loro rapporto con le regole (anche trasgredendole), dove esprimono il rischio in una visione, quella propria, non problematica, sono punti fermi dell’intervento nel loisir che parte dal presupposto fondante di conoscere e osservare i fenomeni e di comprendere i codici e i linguaggi del divertimento. Se l’intervento nei luoghi del divertimento ha al suo interno azioni prioritarie che mirano al miglioramento delle conoscenze di sé, all’aumento delle possibilità di confronto, delle occasioni di socializzazione e delle conoscenze e consapevolezza di rischi, ha anche sviluppato azioni (soprattutto rivolte a consumatori) che hanno come oggetto principale la conoscenza degli effetti e dei rischi delle sostanze psicoattive, da parte del target, attraverso l’offerta di una comunicazione scientificamente corretta. Questi interventi hanno l’obiettivo, non tanto di evitare il consumo di sostanze, ma di offrire altri punti di vista e di sensibilizzare percorsi di consapevolezza sulle scelte, promuovendo scambio interpersonale che ha come punto di partenza l’assunzione di responsabilità. Costruire relazioni e comunicazioni che permettano alle persone di dotarsi di strumenti qualitativamente migliori in un’ottica di aumento delle proprie conoscenze e di contemplare alternative comportamentali sui propri agiti, risultano essere, all’interno dei contesti del divertimento, i veri grandi filoni di lavoro. Mettere in atto azioni che riguardano argomenti così viziati da informazioni sulle droghe spesso ideologizzate e da pregiudizi ottimistici, della popolazione target, riguardo alle proprietà delle sostanze (es. non problematicità assoluta degli usi), impone una attenzione estrema alle caratteristiche delle persone a cui ci si rivolge, ai loro bisogni, alle loro letture, alla loro storia. Non è possibile agire sempre e solo delle comunicazioni precettive o dissuasive ma occorre farsi “contaminare” e portare informazioni e “culture” che partano da dati di realtà, che riconoscano le competenze dei giovani e che, senza posizioni ideologiche, affrontino pragmaticamente gli usi e gli abusi delle persone. Le linee guida sulla riduzione del danno del Ministero della Sanità (2000) affermano che "in un modello sviluppato con successo in realtà europee ed extraeuropee (Nord America) l’educazione

  10. alle droghe così come l’educazione sessuale va a far parte del curriculum dello studente all’interno del curriculum sull’educazione personale e sociale“. Cercare di creare relazioni significative, di vicinanza, di fiducia appare essere, dall’esperienza, la misura più efficace per veicolare gli obiettivi dei progetti. Di solito si parla di relazione significativa quando questa parte dalla condivisione comune di esperienze, di tempo, di emozioni, di vissuti e di riconoscimento di ruoli. E’ possibile definire per queste attività una relazione significativa quando questa ha spesso il carattere della velocità, frugalità, quando l’attività di counseling, in situazione, è operata in luoghi bui, rumorosi, affollati e quindi con un set e un setting che qualcuno definirebbe inadeguato? “Le nuove modalità di consumo” Questa parte dell’intervento sarà l’oggetto di lavoro principale del dibattito. Si cercherà di attivare con i partecipanti al corso uno scambio che faccia uscire da loro, in base alle loro esperienze ed osservazioni, le nuove modalità di consumo. 2. Discussione aperta sui temi affrontati. Conclusioni Avviare riflessioni, letture, ricerche sul complesso mondo delle sostanze psicoattive e dei suoi usi non può scollegarsi da una riflessione sui modelli sociali di riferimento, sulla pubblicità, sulla televisione, sulle modifiche culturali che negli ultimi 20 anni hanno investito la società occidentale. Le accelerazioni che un modello globalizzato sta dando ai nostri sistemi sociali non possono essere dimenticate nel momento in cui si cerca di capire e quindi intervenire su un mondo come quello delle sostanze psicoattive che rappresenta un fenomeno di dimensioni planetarie che interseca tutte le aree dell’attività umana. Le sostanze le troviamo nelle politiche, nell’economie lecite ed illecite, nei paradisi fiscali, nelle mafie, nelle piazze e scuole, negli eventi e nei mercati. Hanno fatto la fortuna di molti e la sfortuna di altrettanti. “Le droghe rappresentano un fatto culturale, commerciale e politico e sono presenti in tutte le società umane. Dalla più remota antichità, sono al centro del pensiero religioso, medico e scientifico, ma allo stesso tempo sono anche fonti di guerre e di esclusione sociale” (A. Di Pietro XV Conferenza interparlamentare Unione Europea/America latina) . Nello stesso tempo il tema della festa ha origini antiche, nei riti di passaggio, nelle divinità pagane e non, come momento di espiazione ma anche di incontro e confronto con l’altro (riti dionisiaci, le baccanti). “La festa era nel sacrificio e perciò fonda il sacro” (B. Valdesalici 2002), si trova nelle culture e nei riti e si può rappresentare come una ricerca di significato, di direzione, di senso. La festa mantiene ancora la sua definizione di sperimentazione e di incontro con i propri limiti e trasgressioni. Tuttavia è cambiata, si è slegata, in parte, dalle tradizioni ed è stata riproposta in luoghi a lei deputati che la commercializzano, la vendono e la propongono alle persone, soprattutto alle persone giovani. Probabilmente il problema non è la commercializzazione delle feste, ma lo scollegamento che queste, in chiave moderna, hanno effettuato nei confronti della storia e degli usi dei popoli. Le culture di riferimento, nel momento in cui sono radicate, proteggono, insegnano, istruiscono e fungono da paracadute nei confronti delle persone a cui si rivolgono…

  11. (es. nell’Emilia contadina i nonni e i papà insegnavano ai bambini l’arte del vino non solo nella sua produzione ma anche nel suo consumo. Soprattutto legato ai cibi). Probabilmente sta in questa ultima considerazione la chiave di lettura per avviare percorsi di “messa in sicurezza” e di tutela della salute oltre che di conferimento di responsabilità alle persone. Qui si inserisce il tema dei consumi delle sostanze psicoattive verso le giovani generazioni. Il fenomeno è in continuo cambiamento, non tanto rispetto alla qualità delle droghe o alla novità di queste quanto soprattutto all’utilizzo che se ne fa e alla domanda a cui rispondono. Intervenire come ortopedici del sociale in questo campo non basta. Certo la presenza è fondamentale e la conditio sine qua non per l’attivazione di interventi adeguati e per la comprensione dei fenomeni ma è limitante se non cerca di percepire gli aspetti culturali e di tradurli, ove possibile, in riconoscimenti che rinforzano. Dare dignità alle nuove culture, ai nuovi comportamenti riconoscendoli nei loro aspetti qualitativi permette di traghettarli dalla clandestinità e quindi di levarli dall’ombra e dalla ghettizzazione. Come possiamo passare dai non luoghi senza memoria e relazioni a luoghi di senso e significato? Come possiamo intervenire sui consumi promuovendo una consapevolezza sapendo che rischia di essere perdente in partenza essendo il consumatore tradizionale (che usa in funzione di una lettura consapevole dei propri bisogni) un nemico del mercato? Qui mi piacerebbe aprire un’altra riflessione rivolta a luoghi del loisir che non si identificano nella discoteca o nel rave, nella festa della birra o del paese ma che creati solo poco tempo fa, già hanno modificato a 360° le usanze e le comunicazioni: i luoghi digitali. Luoghi immateriali che grazie all’elettricità si sono trasformati in realtà oggettiva frequentata da milioni di persone nel mondo. Luoghi che ti permettono di essere sempre rintracciabili (wireless, telefonino), completamente collegati, luoghi con i quali comunicare con chi si vuole in tempo reale, luoghi in cui comporre i propri pensieri attraverso dei “taglia e incolla”. Luoghi che si identificano nel telefonino, nella rete telematica, nei collegamenti wireless e che hanno alcune caratteristiche che divergono con i normali luoghi di vita: Sono immateriali nella realtà ma reali nella percezione delle persone (sono senza corpo, fantasmatizzati); Sono luoghi a cui puoi chiedere ciò che desideri facendo in modo che loro si adattino completamente alla tua domanda e viceversa; Sono luoghi “intelligenti”, cognitivi, in cui l’apprendimento è immediato e in “tempo reale”; Hanno una storia limitata nel tempo ma già piena di riferimenti culturali e di significati identitari; Permettono di essere in tempo reale in contatto con un “tutto”; Velocizzano le comunicazioni; E, soprattutto il Wireless, permettono un collegamento permanente e sempre attivo con un mondo più vasto di quello reale. In base a queste caratterizzazioni si può prevedere che questi si identifichino sempre più come luoghi identitari, relazionali e storicizzati e quindi che da “strumenti da usare” per attivare comportamenti o apprendimenti diventino ambiti di attivazione di processi cognitivi e di costruzione di identità. Per questo motivo dobbiamo sempre più considerarli luoghi del loisir, dell’esperienza, della crescita e ambiti in cui i comportamenti di consumo trovano un naturale espletamento e cominciando a capirli e studiarli.

  12. SECONDA PARTESommario • Luoghi e non–luoghi • Il consumo • Quando i luoghi e i consumi si incontrano • La notte, la festa, i sensi • Gli interventi nei luoghi del loisir • I luoghi digitali • Conclusioni

  13. “Giovinastri rissosi, bravacci, azzimati, che mentono, imbrogliano, scherniscono, vituperano e calunniano, camminano dinoccolandosi, fanno il ceffo feroce, e con una mezza dozzina di minacciose parole dicono come concerebbero i loro nemici se osassero, e questo è tutto.” Shakespeare, Molto rumore per nulla, V, I, 91-8

  14. “Le droghe rappresentano un fatto culturale, commerciale e politico e sono presenti in tutte le società umane. Dalla più remota antichità, sono al centro del pensiero religioso, medico e scientifico, ma allo stesso tempo sono anche fonti di guerre e di esclusione sociale” (A. Di Pietro XV Conferenza interparlamentare Unione Europea/America latina)

  15. Luoghi Il concetto di luogo si definisce all’interno di tre caratteristiche: Identità: definisce identità in chi li abita Relazione: crea relazioni tra le persone Storia: ha una memoria storica riconosciuta

  16. Non-luoghi Spazi di passaggio, di transito che non contribuiscono a costruire definizioni identitarie, se non massificate, senza storia e tradizioni. “Spazi dell'anonimato che diventano ogni giorno più numerosi, frequentati da individui simili tra loro, ma soli…. senza la possibilità di creare legami sociali o persino costruire delle emozioni sociali“ (M. Augè)

  17. I luoghi della festa, del divertimento (discoteche, feste, rave) sono non-luoghi? - Se non creano legami e relazioni solide perché sono frequentati? - Quale è la domanda verso questi luoghi non-luoghi? - Quali sono le letture e le interpretazioni di operatori sociali e sanitari che frequentano questi spazi con finalità di tutela della salute e promozione del benessere?

  18. Il Consumo “è noto che produzione e consumo sono due aspetti di un medesimo processo…. non solo si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono anche bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci” (U. Galimberti)

  19. Da ciò si può pensare che il consumo sia sempre più svincolato dal soddisfacimento di particolari bisogni (consapevoli, chiari, scelti e definiti dalla persona) ma si rappresenti come un fine, una vocazione, o meglio il fine e la vocazione per eccellenza.

  20. Se il consumo prorompe così prepotentemente nella dimensione identitaria e intima delle persone esiste ancora un consumo sbagliato o pericoloso? - L’uso di sostanze, soprattutto nelle giovani generazioni, non si configura come una pratica consona alle richieste sociali? - Come è possibile in questo contesto professare ancora la responsabilità e la consapevolezza degli agiti e dei comportamenti?

  21. Quando i luoghi e i consumi si incontrano

  22. - Se i non-luoghi sono i luoghi della transizione, del passaggio senza storia né legami relazionali e il consumo è una spinta identitaria che rappresenta un fine ultimo, cosa succede quando i due fattori si incontrano?- Un consumo senza prospettiva futura, senza storia, svincolato da presupposti culturali e storici non aumenta ancora di più la sua compulsività? - Come è possibile pensare che esistano luoghi scevri dalla spinta al consumo? - Cosa cercano e cosa trovano le persone da questo connubio?- Quanto la spinta al consumo trasforma i non-luoghi in spazi di identità, relazioni con una propria storia?

  23. La ricerca del piacere è una risposta? Il piacere è un motore che fornisce la spinta al processo creativo aumentando il piacere stesso e la gioia di vivere, trasformando l’esperienza in una avventura creativa e non in una lotta alla sopravvivenza.

  24. La ricerca di piacere non si configura come la chiave di lettura positiva di un fenomeno compulsivo che crea dipendenza come l’abbinamento tra luoghi e consumi?

  25. La notte, la festa, i sensi La notte nella società moderna rappresenta il luogo e il momento per eccellenza dello sviluppo della festa. Non si definisce solamente nelle “ore piccole”, nel buio, nel nomadismo oltre che nell’incontrare alcune persone del giorno diverse e cambiate, ma rappresenta (anche nelle culture tradizionali) la perdita della misura e quindi la dismisura, i sensi, le paure, la profondità, l’eccesso. Nella notte ho la possibilità di toccare l’estremo del possibile e parafrasando San Giovanni Battista posso provare una esperienza mistica. La notte ha in sé una componente strutturale di rischio e, nella società moderna, è percepita come rischiosa e pericolosa.

  26. la festa è sempre di più indicata come un regime notturno.E’ connessa sia alla ricerca del piacere e a sensazioni ed emozioni funzionali alla crescita e “all’esperire”. “La vera festa è composta da tre elementi essenziali: il gioco, la rottura col quotidiano e la trasgressione, la trascendenza” (A. Fontane, C. Fontana).

  27. Bacco

  28. Street Parade

  29. Gli interventi nei luoghi del loisir Andare là dove le persone si incontrano, dove provano piaceri, dove agiscono relazioni, dove sperimentano il loro rapporto con le regole (anche trasgredendole), dove esprimono il rischio in una visione, quella propria, non problematica, sono i punti fermi dell’intervento nei luoghi del loisir.

  30. "in un modello sviluppato con successo in realtà europee ed extraeuropee (Nord America) l’educazione alle droghe così come l’educazione sessuale va a far parte del curriculum dello studente all’interno del curriculum sull’educazione personale e sociale“.(Ministero Sanità – linee guida riduzione del danno – 2000)

  31. I luoghi digitali • Luoghi immateriali che grazie all’elettricità si sono trasformati in realtà oggettiva frequentata da milioni di persone nel mondo. • Luoghi che ti permettono di essere sempre rintracciabili (wireless, telefonino), completamente collegati, luoghi con i quali comunicare con chi si vuole in tempo reale, luoghi in cui comporre i propri pensieri attraverso dei “taglia e incolla”. • Luoghi che si identificano nel telefonino, nella rete telematica, nei collegamenti wireless e che hanno alcune caratteristiche che divergono con i normali luoghi di vita.

  32. ● Sono immateriali nella realtà ma reali nella percezione delle persone (senza corpo, fantasmatizzati)● Sono luoghi a cui puoi chiedere ciò che desideri facendo in modo che loro si adattino completamente alla tua domanda e viceversa;● Sono luoghi “intelligenti”, cognitivi, in cui l’apprendimento è immediato e in “tempo reale”;● Hanno una storia limitata nel tempo ma già piena di riferimenti culturali e di significati identitari;● Permettono di essere in tempo reale in contatto con un “tutto”;● Velocizzano le comunicazioni;● E, soprattutto il Wireless, permettono un collegamento permanente e sempre attivo con un mondo più vasto di quello reale.

  33. “Non insegnate ai bambini la vostra morale, è così stanca e malata potrebbe far male.Forse una grave imprudenza è lasciarli in balia di una falsa coscienza…Non indicate per loro la via conosciuta.Non gli riempite il futuro di vecchi ideali.L’unica cosa sicura è tenerli lontani dalla nostra cultura.(G. Gaber)

  34. Conclusioni Quali nuove modalità di consumo?

  35. Grazie! Marco Battini

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