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Ist . comprensivo « sebastiano bagolino» alcamo a. s. 2012/2013

Ist . comprensivo « sebastiano bagolino» alcamo a. s. 2012/2013. Alunna: Caruso Laura Classe 3^ A. «memorie di guerra». La storia ricostruita attraverso gli appunti del mio bisnonno. La guerra vista con gli occhi di un soldato. 1. premessa.

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Presentation Transcript


  1. Ist. comprensivo «sebastiano bagolino» alcamoa. s. 2012/2013 Alunna: Caruso Laura Classe 3^ A

  2. «memorie di guerra» La storia ricostruita attraverso gli appunti del mio bisnonno. La guerra vista con gli occhi di un soldato. 1

  3. premessa Il presente lavoro nasce dall’analisi, svolta da me e da mio nonno Nicola, de «Le mie memorie» scritte dal mio bisnonno Antonio Fratello, negli ultimi anni della sua vita. Si tratta di una ricostruzione guidata dalla professoressa di Lettere, Fazzino Sabrina, delle fonti storiche (appunti, riflessioni e foto originali) in cui il mio bisnonno descrive la guerra d’Africa, vissuta tra il 1935 e il 1936. Ho riportato solo alcuni brani, quelli che per noi sono più significativi e toccanti, che danno un’idea della vita da soldato, un po’ diversa e più dura e disagiata da quella scritta sui libri. 2

  4. Antonio Fratello L’uomo e il soldato Antonio Fratello nasce da Nicolò e Brigida ad Alcamo il 7 dicembre1911, primo di sei fratelli. Il padre, bracciante agricolo, già a capo di una famiglia numerosa, viene chiamato alle armi per partecipare alla Prima guerra mondiale. Sono tante le avventure vissute dal mio bisnonno; la guerra in Africa è solo una piccola parte della sua vita, che però la caratterizzerà fino agli ultimi istanti di vita. Dai suoi racconti è sempre emerso il forte legame ai valori della vita (forte senso del dovere, la famiglia, l’onestà, il senso di sacrificio, il lavoro, l’istruzione), che non ha mai perso nonostante i difficili tempi vissuti. Durante la guerra in Africa, poco più che ventenne, era «capo pezzo», cioè comandava un gruppo di sette soldati ed era responsabile di un cannone. 3

  5. Il contesto storicoil colonialismo italiano Nel 1922 Mussolini viene proclamato capo del governo italiano. In poco tempo riesce, anche con la violenza, ad assumere il comando di tutta l’Italia. Uno degli obbiettivi di Mussolini è stato il colonialismo. Già nel 1882 l’Italia aveva conquistato l’Eritrea e nel 1890 inizia la penetrazione in Somalia, che diventa colonia italiana nel 1905. Nel 1925 l’Italia conquista la Libia. Il progetto espansionistico si orientò verso l’Etiopia, dove regnava il negus Hailè Selassiè. L’Etiopia era uno stato africano indipendente da secoli, membro delle Società delle Nazioni su proposta, paradossalmente, proprio dell’Italia fascista. Cogliendo a pretesto alcuni incidenti di frontiera, il 3 ottobre 1935 l’esercito italiano entra in Etiopia dall’Eritrea e dalla Somalia. 4

  6. La Società delle Nazioni condannò l’aggressione e decretò sanzioni economiche contro il governo di Roma. In realtà, l’impegno a ostacolare l’economia italiana non fu mai rispettato. La conquista dell’Etiopia creò contrasto con la Francia e la Gran Bretagna, che in Africa avevano interessi da difendere. La propaganda fascista era riuscita a presentare il provvedimento della Società delle Nazioni come un atto di ostilità dei paesi più ricchi contro chi chiedeva soltanto un «posto al sole» e poté suggestionare una larga parte del Paese. Il miraggio della conquista di terre lontane servì a distrarre gli italiani dai problemi economici interni, soprattutto dalla depressione che stava rovinosamente investendo il Mezzogiorno. La conquista si chiude il 9 maggio 1936 quando fu proclamato il «ritorno dell’Impero romano». Re Vittorio Emanuele III ricevette il titolo di Imperatore d’Etiopia. 5

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  8. da «Le mie memorie» di antonio fratello Così inizia il mio bisnonno i suoi scritti: «Nel 1935 l’Italia era sotto la dittatura fascista. Più del 50% della popolazione era analfabeta, molti altri al di sotto della licenza elementare. Il privilegio di studiare era riservato a pochi. Sotto la dittatura fascista nessuno aveva diritto di pensare o manifestare le proprie idee. Ogni italiano aveva solo un diritto: credere, obbedire, combattere, per lo più a pancia vuota e con le scarpe rotte. In quel periodo la disoccupazione aveva raggiunto il livello massimo; la miseria, la fame avevano raggiunto un livello al di sopra di ogni possibilità. La sera, quando le tenebre coprivano tutte le case, le strade si riempivano di donne, di uomini, giovani e bambini scalzi che chiedevano un pezzo di pane. La paga giornaliera di un bracciante agricolo era di tre lire; un pane di un chilo costava due lire.» La popolazione italiana, soprattutto quella meridionale, viveva in pessime condizioni. Nel Meridione, prettamente agricolo e latifondista, non c’erano i giusti mezzi per lavorare i campi e, quindi, si lavorava in condizioni durissime. Si iniziava a lavorare già da piccoli e a fine stagione la maggior parte del raccolto veniva consegnato ai proprietari terrieri. 7

  9. «Il 9 febbraio 1935 arrivarono le cosidette cartoline precetto per quelli nati nel 1911: venivano richiamati alle armi. Fu come un fulmine a ciel sereno. -Richiamati alle armi, partire immediatamente, con qualunque mezzo per raggiungere la sede di mobilitazione. Per quanto il segreto fosse mantenuto scrupolosamente, presto si diffuse la notizia che la posta in palio era la guerra in Abissinia. Quelli che non furono inclusi nella vicenda ci confortavano col dire che si trattava di una passeggiata. Avevo da poco finito il servizio militare di leva e ognuno cercava una sistemazione. Qualcuno si era sposato, altri cercavano di costruirsi una vita.» «Chi per la patria muore, vissuto è assai» questo uno slogan che condusse l’Italia allo sfacelo. Soldati in partenza per l’africa 8

  10. «Il mio centro di mobilitazione era a Palermo presso il 22° reggimento artiglieria. Arrivato in caserma ho trovato tutti i miei vecchi compagni d’armi e mie vecchie conoscenze fra ufficiali e sottufficiali. L’indomani ci hanno portato alla visita medica, se così si poteva chiamare, ma per la verità era una presa in giro. C’erano tre medici, qualche infermiere in camice bianco e la croce rossa al braccio sinistro. I tre medici erano uno per visitare gli occhi, un altro per la visita in generale del corpo e un altro per le malattie veneree. Nessuno di questi medici si permise di visitare un uomo anche sommariamente. Si raccontavano le barzellette, si rideva. Ci dicevano: Quando siete in Africa baciate qualche bella negra per noi . Il mio bisnonno con alcuni suoi commilitoni 9

  11. Itinerario: • Il 4 marzo partenza da Palermo per la stazione e poi per Messina; • Il 6 marzo ore 15 imbarco sulla nave “Gance”; • Il 9 marzo arrivo a Porto-Said, in Egitto; • Il 10 marzo fermata a Suez; • Il 13 marzo arrivo al porto di Massaua, in Eritrea; • Il 19 marzo arrivo a Mogadiscio, in Somalia; • Per mancanza di ordini precisi la nave è stata dirottata a Chisimao (Somalia), in cui giunge il 21 marzo; • Vengono rimandati di nuovo a Mogadiscio, dove attraccano il 23 marzo. Lo sbarco avviene fra il 24 e il 25 marzo. 10

  12. Il viaggio «Dopo lo sbarco ci siamo accampati sulla strada che conduce al villaggio Duca degli Abruzzi(Somalia). Bisognava fare presto, perché la notte era vicina. I picchetti per fissare le tende a terra erano di legno, corti e non reggevano, avrebbero dovuto essere più lunghi e di ferro. Si fece presente agli ufficiali che non era possibile dare stabilità alle tende per la natura del terreno, ci risposero: Arrangiatevi! Quando non erano in grado di risolvere le situazioni la loro risposta era sempre la stessa. Un altro esempio. Ci dicevano: Domani ci sarà la visita del generale, quindi tutti in ordine! Divise pulite, scarpe lucide, rasati e capelli tagliati! Ma come si fa se non abbiamo né sapone, né acqua per lavare e nemmeno lucido per lucidare le scarpe? La risposta era sempre la stessa: Arrangiatevi! Chi non è pulito e lucidato va in prigione!». 11

  13. «In Africa si invecchia presto, questo valeva anche per noi. Benché nel fiore degli anni la nostra gioventù sfioriva sotto i raggi del sole cocente e per la troppa umidità della notte quando le temperature scendevano sotto lo zero. L’Africa è il paese dei misteri e delle meraviglie. Qui nulla manca: ci sono tutte le malattie del mondo ad incominciare dalla peste alla lebbra, la febbre gialla, la malaria perniciosa, la malattia elefantesca, la mosca tse-tse, la pulce nostrana, la pulce penetrante, uccellini di tutti i colori, insetti velenosi, serpenti di tutte le specie, sciacalli, iene, coccodrilli di fiume e coccodrilli di sabbia, che erano i più pericolosi. Da dove eravamo accampati nei primi di settembre siamo stati trasferiti a Belet-Uen, vicino il fiume Uebi-Scebeli (Somalia).» 12

  14. Questo è il fiume Uebi-Scebeli che passa vicino Belet-Uen: «Fu forse il più bel posto di tutta la Somalia. Nel fiume c’era acqua abbondante, ci si poteva fare il bagno tutti i giorni.» 13

  15. «Il 30 settembre 1935 la mia batteria fu inviata a Dolo. Durante la notte del 2 ottobre alcuni Ascari (Somali che combattevano a fianco degli italiani) passarono il confine pugnalando alcune sentinelle abissine, ma altri si accorsero dell’infiltrazione italiana e incominciarono a sparare. Gli Abissini inseguendo gli italiani oltrepassarono il confine. Dietro tale provocazione l’Italia dichiarò guerra all’Etiopia. Era la mattina del 3 ottobre 1935. Dolo cadde presto nelle mani degli Italiani. Le truppe italiane guidate dal colonnello Maletti, in poco tempo occuparono Gorahèi, Gabredar, Danan, località del basso Ogadèn (Etiopia).» 14

  16. «In guerra la vita umana ha meno valore di un qualsiasi verme. Niente pietà niente sentimentalismo, niente filosofia, uccidi per non essere ucciso. Si dice che si combatte per la patria, ma in realtà si combatte, quando ci sei, per salvare la propria pelle. Quanti compagni abbiamo lasciato laggiù, senza onor di tomba, solo un po’ di terra sopra, un pezzettino di legno infisso nel terreno con il nome, cognome e numero di matricola. Ogni volta che si sotterrava un nostro compagno caduto una parte di noi veniva sotterrata; in essa ognuno di noi vedeva la propria tomba. Si spediva un telegramma alla sposa o alla mamma: «Il vostro caro congiunto è morto per la grandezza della patria» Di questi giovani soldati, ufficiali, sottufficiali, che abbiamo lasciato disseminati lungo i sentieri di migliaia di chilometri non se ne ricorda più nessuno …» Riflessioni sulla guerra 15

  17. Le battaglie di neghelli,gianacobbo e di abirghut «Nei primi di dicembre iniziò la battaglia di Neghelli. Fu una vera catastrofe per gli italiani e per gli abissini. Diversi battaglioni di ascari furono decimati o quasi distrutti, si perdettero diversi mezzi corazzati. Fu impiegata tutta l’aviazione e tutta la divisione libica. Siamo stati chiamati anche noi. Gli scontri erano sanguinosi, sempre con alterne vicende. Tutti i giorni mancava qualcosa. Spesso ci davano un po’ di farina e nient’altro. Il 4 aprile del 1936 inizia la grande offensiva che doveva mettere fine all’Impero Etiope. Il 5 aprile, era la domenica delle palme, destinazione Danan (Etiopia). Lì abbiamo posizionato le batterie. Di lì a poco si accese come una fiammata tutto il fronte lungo più di venti chilometri. Si incominciò a martellare le linee nemiche. Si dice che a questa battaglia, chiamata la battaglia di Gianacobbo, presero parte più di 30mila italiani fra truppe italiane e coloniali.» 16

  18. «Il 14 aprile si sferrò forse la più grande battaglia combattuta sul fronte somalo. Si utilizzarono tutte le artiglierie e gli aerei disponibili che bombardavano andando e venendo. Per tutto il giorno e per tutta la notte si è sparato senza misericordia. I nostri volti imbruttiti dalla battaglia, i nostri sensi esaltati come quelli dei pazzi, la vista annebbiata, come la polvere che oscurava il sole. Non si sentiva né fame né sete. Nessuno fiatava, ognuno faceva il proprio dovere senza pensare alla morte, che poteva arrivare da un momento all’altro. Si stava attenti solo agli ordini che arrivavano. In questa battaglia la mia batteria aveva avuto un ferito e due dispersi. Ad Abirghut (Etiopia) la battaglia è durata 17 ore.Dal nostro fronte le truppe abissine si ritiravano disordinatamente. Le truppe italiane non avevano mezzi motorizzati abbastanza per poter inseguire i fuggiaschi.» 17

  19. «arrangiatevi!» «Il 21 aprile eravamo senza viveri. Il giorno prima ci avevano dato una galletta e una scatoletta, queste erano le ultime. Non avendo altro da darci, ci dettero 500gr di farina a testa. La cosa era problematica. Ci fu chi la mangiò cruda, chi la impastò e poi la abbrustolì al fuoco: ognuno si ingegnò come meglio poté. Io, essendo capo pezzo, mi venne l’idea di impastare la farina su un coperchio di una cassa di bomba a mano e impastare la farina per fare le tagliatelle. Alle ore 18, il pranzo era servito!» Mi diceva sempre mio nonno: «Nella vita bisogna sempre saper fare tutto anche le cose più umili perché ti potrebbero salvare la vita. A me è successo». 18

  20. Partenza per daga-medò «Il 23 aprile, partimmo per Daga-Medò. Daga-Medò sorgeva su una collina dove non c’era nulla; qualche capanna sparsa e una chiesa copta. Ci accampammo lì. La maggior parte dei soldati, avevano perso tutto. Io avevo una divisa, un paio di scarpe rotte, una camicia lacerata e sporca, un pastrano, una coperta e un telo. La sera era gelida, un gran silenzio regnava in tutta la natura; dopo essermi assicurato che tutto era a posto e aver messo la sentinella, mi sedetti a terra cercando di dormire.» 19

  21. La battaglia di daga-medò «Nella mattinata, mi alzai. Nella zona regnava ancora un gran silenzio. Sembrava che al di fuori di noi in tutta la contrada non esistesse anima viva.[…]Sapevo che la nostra fanteria era al di qua del fiume e quindi mi posi ad osservare tutta la zona che avevo davanti al di là del fiume. Mi soffermai con lo sguardo sulla radura perché il movimento di un cespuglio aveva attirato la mia attenzione.[…]Vedo un gruppo di uomini armati che uscivano strisciando dalla foresta. Mi sposto verso destra e vedo la stessa cosa. Guardai più lontano verso la foresta, era pieno di armati! Fui assalito da mille pensieri : se do l’allarme, prima che il comandante si renda conto della situazione, loro arrivano ai pezzi. Tutto ciò ebbe la durata di pochi secondi. Diedi ordine ai soldati di prendere posto ognuno al proprio pezzo. Regolo l’alzo del cannone alla distanza, introduco una granata e do l’ordine di fare fuoco. Al primo colpo ne seguirono altri senza interruzione. Ad ogni colpo il puntatore controllava il puntamento seguendo il movimento del nemico. Il nemico dopo i primi attimi di sbigottimento per quella scarica di cannonate, aveva formato una linea di resistenza lungo il fiume. La loro posizione era più vantaggiosa addossandosi a ridosso dell’argine del fiume, in modo di ripararsi dalle nostre cannonate. Risposero al fuoco. 20

  22. Verso le otto gli abissini vennero all’assalto riversandosi sulla nostra fanteria. Allora la battaglia si infuriò dappertutto, la lotta era impari. E’ vero che noi avevamo i cannoni ma loro erano molti di numero. […] Le pallottole cadevano come grandine. Il nostro capitano diede ordine di fare fuoco a volontà. La partita sembrava perduta, i cannoni erano diventati inutilizzabili e il comandante ordina di sparare ad altezza d’uomo con granate a doppio effetto graduate a zero. Questo fu il miracolo. Il nemico serrava sempre più il cerchio, la battaglia era giunta al punto culminante e da un momento all’altro poteva succedere l’inevitabile! L’ordine era L’ultima pallottola per noi! per non cadere vivi nelle mani del nemico perché gli abissini non facevano prigionieri. Quando sembrava che tutto era perduto all’orizzonte apparve un aereo di ricognizione. In pochi secondi ci fu sopra. L’aereo scese a bassa quota, mitragliò i nemici a più riprese. Questo rallentò la pressione del nemico e poi se ne andò. […] Eravamo arrivati alle tre del pomeriggio. Finalmente una nube di polvere si levava dalla parte da dove eravamo venuti noi. Erano i rinforzi che arrivavano. Una compagnia di carri armati leggeri apriva una falla nel cerchio dei nemici. Dietro di loro un reggimento di fanteria libica. Prima che finisse la sera il nemico si era ritirato oltre il fiume cercando scampo nella foresta». 21

  23. Il ritorno a casa «Nei primi di settembre ritornammo a Mogadiscio. Il 13 novembre 1936 alle ore 10 ci imbarcammo per il ritorno in Sicilia. Due giorni dopo partimmo. Dopo diciassette giorni di navigazione, giorno 1 dicembre sbarcammo a Messina. Il 7 dicembre 1936 ero arrivato, finalmente, ad Alcamo, per riabbracciare la mia famiglia. […] Alla mia partenza per l’Africa pesavo 76 chilogrammi. Quando ritornai a casa pesavo 56 chilogrammi. Questi venti chili di differenza furono uno dei tanti segni della sofferenza della guerra. […] Mi sono chiesto più volte nella mia vita perché io sono ritornato vivo. Non è stato bello sentirmi addosso lo sguardo triste e deluso delle madri che avevano perso i loro figli. Questo pensiero mi ha tormentato per tutta la vita. […] L’unica ricompensa ottenuta per aver combattuto per la patria è la medaglia al valor militare consegnatami per la battaglia i Daga-Medò.» Il mio bisnonno, quando è ritornato in Sicilia, tremava ancora e non riusciva neanche a togliersi il cappello. Alla fine della guerra aveva 1000 lire. Erano tanti soldi guadagnati duramente in guerra come soldato. Con questo denaro riuscì ad aprire una piccola bottega a conduzione familiare. 22

  24. Riflessioni conclusive Da quanto è stato scritto dal mio bisnonno nelle sue Memorie, si può dedurre che: • L’Italia attraversava un periodo di profonda crisi economica, sociale e politica e i cittadini italiani erano privati di ogni libertà. Soprattutto nel Meridione c’erano miseria e disoccupazione. • Il fascismo richiedeva obbedienza assoluta e la vita stessa dei soldati, senza dare garanzie, certezze e niente in cambio. Esso era ricco di slogan patriottici e si basava sull’apparenza. Mussolini prendeva la guerra «alla leggera» e si riempiva di gloria con la sofferenza e il sudore della popolazione e dei soldati. • L’impero di Mussolini mancava di base solida. I soldati italiani erano mal equipaggiati( non avevano cibo a sufficienza, scarpe e abbigliamento adeguati, non avevano armi moderne e mezzi motorizzati), male organizzati, mancavano di guide esperte, erano allo sbaraglio, male informati, non conoscevano il nemico, né i luoghi dove dovevano combattere. • Anche da quanto mi ha riferito mio nonno, riportando le notizie e le sensazioni vissute da suo padre in guerra, i giovani soldati sono stati profondamente segnati da questa esperienza terrificante, che li ha traumatizzati per tutta la vita. Nonostante tutto, poi, molti di loro sono stati richiamati nella seconda guerra mondiale, ancora a combattere . 23

  25. indice 18«Arrangiatevi!» Partenza per Daga-medò La battaglia di Daga-medò 22 Il ritorno a casa 23 Riflessioni conclusive • Memorie di guerra • Premessa • Antonio Fratello. L’uomo e il soldato • Il contesto storico. Il colonialismo italiano 6 Cartine 7 Da «Le mie memorie» di Antonio Fratello 10 Itinerario 11Il viaggio 15Riflessioni sulla guerra 16 Le battaglie di Neghelli, Gianocobbo e Abirghut

  26. FINE

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