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Grafico 1 . Tasso medio di profitto e tasso tra salari e profitti

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Guglielmo Carchedi York University Crisi, Keynesiani , Austeriani , Marx e l’Argentina. Palazzo Vecchio, Firenze, 17 Novembre 2012. Incominciamo da una critica dell’approccio Keynesiano. Secondo gli autori Keynesiani, la causa ultima delle crisi è la compressione dei salari.

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Grafico 1 . Tasso medio di profitto e tasso tra salari e profitti


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Guglielmo CarchediYork UniversityCrisi, Keynesiani, Austeriani, Marx e l’Argentina.Palazzo Vecchio, Firenze, 17 Novembre 2012

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Incominciamo da una critica dell’approccio Keynesiano. Secondo gli autori Keynesiani, la causa ultima delle crisi è la compressione dei salari.

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Critica. Per capire l’origine della crisi dobbiamo partire da una fase in cui non vi è crisi e quindi da una fase di profitti crescenti. Infatti,se supponessimo un periodo di profitti decrescenti (la crisi) supporremmo quello che vogliamo spiegare (l’origine della crisi). Ora, se i profitti crescono, una diminuzione dei salari li fanno aumentare ancora di più. Quindi i salari decrescenti non possono provocare la crisi.

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A questo punto sopraggiunge l’argomento Keynesiano che evidenzia le perdite inerenti alla caduta delle vendite causate dai tagli salariali. Presumibilmente, i minori salari diminuiscono il potere d’acquisto dei lavoratori, una fetta dei mezzi di consumo rimane invenduta, i profitti nei settori che producono quei beni cadono, la produzione in quei settori si restringe e poi il malessere economico si espande a tutta l’economia.

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Critica. Si può dimostrare che i minori salari implicano maggiori profitti nonostantele perdite derivanti dalle minori vendite. Supponiamo il caso più favorevole alla tesi Keynesiana, e cioè che tutti i mezzi di consumo il cui prezzo equivale alla diminuzione salariale rimangano invenduti (massima perdita). Per esempio:

  • tagli salariali = 100, beni invenduti per un prezzo di 100.
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I minori salari accrescono i profitti (profitti = +100) ma le minori vendite li diminuiscono in ugual misura (perdite dovute a minori vendite = -100).

  • Le diminuzioni salariali non possono diminuire i profitti (i maggiori profitti sono semplicemente annullati) e quindi non possono essere la causa della crisi.
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Questo nell’ottica Keynesiana. Nell’ottica marxista, la chiave per capire il ciclo non sono i profitti ma il tasso di profitto. Come abbiamo visto, anche nel caso di massima perdita, perdite e profitti si compensano e quindi il numeratore del TMP rimane invariato. Ma il denominatore diminuisce a casa del minor investimento in salari. Quindi il TMP cresce e i tagli salariali non possono causare la crisi.

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La causa immediata del fallimento di piccole imprese specialmente nel settore che produce e vende beni di consumo è dovuto ai tagli salariali. Ma la causa ultima di questi fallimenti è la caduta del TMP, e in particolare della redditività dei piccoli capitali, che spiega sia la crescente disoccupazione che i tagli salariali (una misura contro le decrescente profittabilità) e quindi quei fallimenti. Ciò diventerà più chiaro tra poco quando discuteremo Marx.

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Se i bassi salari non sono la causa delle crisi, contrariamente alla tesi Keyensiana i maggiori salari non possono curarla. I maggiori salari aumentano le vendite e quindi diminuiscono le perdite dei produttori dei beni di consumo. Ma essi sono anche una maggiore spesa per la forza lavoro. Essi quindi diminuiscono i profitti. Minori perdite e maggiori spese si annullano. Vediamo perché.

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Supponiamo di nuovo il caso più favorevole alla tesi Keynesiana, e cioè che tutti i mezzi di consumo il cui prezzo equivale all’aumento salariale vengano venduti (massimo guadagno).

  • Per esempio, maggiori salari = minori perdite per produttori di beni di consumo = 100. Maggiori salari = maggiori spese per forza lavoro = 100.
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I guadagni dovuti alla maggiori vendite di mezzi di consumo e le perdite dovute ai maggiori salari si annullano a vicenda (massimo guadagno). Quindi gli aumenti salariali non fanno crescere i profitti neanche in caso di massimo guadagno e non possono curare la crisi.

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Ciò nell’ottica Keynesiana. Nell’ottica marxista, la chiave per capire il ciclo non sono i profitti ma il tasso di profitto. Come abbiamo visto, perdite e guadagni si compensano. Il numeratore del TMP rimane invariato. Ma il denominatore cresce a causa dei maggiori investimenti nella mano d’opera. Quindi il TMP cala anche in caso di massimo guadagno.

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I maggiori salari migliorano la condizione del lavoro ma diminuiscono la redditività e non possono porre fine alla crisi. I miglioramenti per il lavoro sono peggioramenti per il capitale. La sinistra Italiana, diventata ormai Keynesiana nel migliore dei casi, dovrebbe riflettere su ciò.

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I dati empirici sostengono nettamente questa tesi. Consideriamo i settori produttivi dell’economia USA. Dalla fine della seconda guerra mondiale al 1986, i salari aumentano relativamente ai profitti e il TMP cade, conformemente a Marx e non ai Keynesiani. Dal 1987 al 2009, i salari cadono relativamente ai profitti e il TMP sale, di nuovo conformemente a Marx e non ai Keynesiani.

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Tre conclusioni. Primo, Marx e i Keynesiani raggiungono risultati dimetricamente opposti. Per I keynesiani, gli aumenti salariali curano la crisi e allo stesso tempo migliorano le condizioni dei lavoratori. Vi è quindi una comunione di interessi tra le due classi fondamentali. Per Marx, gli aumenti salariali migliorano le condizioni del lavoro ma diminuiscono la redditività e quindi peggiorano la crisi.

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Qualsiasi tentativo di combinare Marx e Keynes è teoricamente incoerente. Coloro che si adoperano per realizzare questo matrimonio infelice dovrebbero riflettere sull’evidenza empirica.

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Secondo. Se la domanda cresce ma i profitti calano, alcuni capitali possono accettare di produrre di più a profitti decrescenti. Ma se la redditività continua a cadere, prima o poi dovranno ridurre la scala della loro attività e quindi il loro output. Altri capitalisti, i più deboli finanziariamente, falliscono e cessano la produzione del tutto.

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Ne consegue che i capitalisti riducono la loro offerta nonostante la maggiore domanda (se questa maggiore domanda è indotta da politiche redistributive a favore del lavoro). Domanda e offerta non s’incontrano neanche tendenzialmente. L’equilibrio è un mito. L’economia convenzionale (soprattutto, neo-classica) è costruita sulla sabbia. Il prof. Monti dovrebbe riflettere su ciò.

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Terzo, il grafico 1 mostra che la tendenza secolare del TMP, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a oggi, è calante. Il sistema non solo non tende verso l’equilibrio. Esso tende verso le crisi e l’autodistruzione. Rivediamolo

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Se il TMP è in costante tendenziale decrescita, il sistema non solo non tende verso l’equilibrio. Esso tende verso le crisi e l’autodistruzione. Quindi la lotta del lavoro per il comunismo non è un’utopia, nel senso di qualche cosa che è oggettivamente irrealizzabile. Essa è la manifestazione cosciente di una tendenza oggettiva inerente al sistema.

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Veniamo ora agli autori neo-liberisti, che chiamo austeriani perché fissati sull’austerità. La loro visione è speculare a quella dei Keynesiani. Per loro la causa delle crisi sono i salari troppo alti.

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Critica. Di nuovo, se supponessimo inizialmente un periodo di profitti decrescenti (la crisi) supporremmo quello che vogliamo spiegare (l’origine della crisi). Quindi dobbiamo supporre un periodo di profitti crescenti. Ora, se i profitti crescono e se i salari crescono, i profitti possono sia calare che crescere di meno. Non vi è quindi ragione di supporre che i salari crescano necessariamente fino al livello a cui i profitti (o il TMP) cadono. La teoria è indeterminata.

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I maggiori salari causano necessariamente una caduta dei profitti solo se la quantità del nuovo valore generato è stagnante o decresce. Ma allora si assume ciò che deve essere spiegato, la crisi. Una volta che la crisi è incominciata, maggiori livelli salariali la peggiorano perché la profittabilità cade. Ma ciò che peggiora la crisi non è ciò che la causa. Questo è l’errore di base del neo-liberismo.

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Se i salari crescenti non causano la crisi, contrariamente agli austeriani la compressione salariale non ne è la cura. Ma non per i motivi addotti dai keynesiani e cioè che, attraverso la riduzione della domanda dei lavoratori, causata sia dal capitale privato che dallo stato, la crisi si aggrava. Questa non è la ragione.

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La causa è un’altra. E’ vero che una politica di contenimento salariale crea crescenti difficoltà di realizzazione, primo nei settori che producono mezzi di consumo e poi nel resto dell’economia, e cioè perdite. Ma i minori salari sono anche maggiori profitti. Come abbiamo visto, criticando la teoria Keynesiana dell’origine della crisi, anche quando tutti i beni di consumo il cui prezzo corrisponde alla diminuzione salariale rimangono invenduti (il massimo delle perdite), perdite e guadagni si compensano. L’economia non riparte.

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Questa è la conclusione anche nell’ottica Marxista. Il numeratore del TMP è invariato ma il denominatore cala a causa del minore investimento in forza lavoro e quindi il TMP cresce. Tuttavia, questo maggiore TMP non serve a far ripartire l’economia. Vediamo perché.

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I minori salari causano maggiori profitti nei settori produttivi ma anche difficoltà di vendite in quei settori. Il capitale muove questi maggiori profitti nei settori improduttivi (commercio, finanza e speculazione) o li accantona come riserve. Il capitale si riproduce su scala allargata non nei settori produttivi di plusvalore ma in quelli improdutivi che non generano plusvalore.

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Ciò da una parte contribuisce a gonfiare la bolla speculativa. Dall’altra deteriora le finanze pubbliche perché riduce la fonte di nuovo plusvalore generato e quindi la fonte di introiti statali. Nellamisura in cui l’economiarealesiconrae a causa del crescenteflussodiinvestimentinellafinanza e nellaspeculazione, crescono I fallimenti e la disoccupazioneneisettoriproduttivi.

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Lo stato deve appropriarsi di quantità crescenti del valore prodotto dal lavoro, valore che usa per salvare temporaneamente il sistema bancario e finanziario. Si instaura il governo dei banchieri. Quando sia la redistribuzione a favore del capitale che la produzione di nuovo plusvalore si seccano, il governo si indebita fino al collo. Lo stato va in default. A quel punto la bolla esplode nei settori finanziari e speculativi. Questo è quanto accadrà. E’ possibile che riusciranno a posporre la crisi ancora una volta. Ma non la eviteranno.

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La compressione salariale,la carta del neo-liberismo contro la crisi, può solo posporre l’esplosione della crisi e i sacrifici dei lavoratori non servono a far ripartire l’economia reale, produttiva, checché ne dica il prof. Monti.

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La catena causalevadal minor TMP aiminoriinvestimenti, allaminoreaccumulazione (crescita), e alladisoccupazione e aiminorisalari. Non in sensoinverso, come sostengono I Keynesiani. Se avesseroragione, basterebbeaumentareisalari per far ripartirel’economia. Ma le ragioniteoriche e ilgraficopiùsopradimostrano la fallacitàdi tale tesi.

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Le politiche redistributive non spiegano la crisi e sono impotenti di fronte ad essa. Esse possono solo peggiorare la crisi (nel caso delle politiche Keynesiane) o rimandarne l’esplosione (nel caso di quelle neo-liberiste).

  • Abbiamo quindi bisogno di un’altra teoria delle crisi e questa è quella di Marx.
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Per Marx, la chiave non sono i profitti ma il tasso di profitto. In essenza, i capitalisti competono tra di loro in una varietà di modi ma quella fondamentale è la competizione tecnologica. I nuovi mezzi di produzione sono più efficienti, e cioè producono più prodotti per unità di capitale investito. Però allo stesso tempo essi rimpiazzano il lavoro cosicché meno lavoratori sono impiegati per unità di capitale investito.

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Se solo il lavoro produce valore (un’ipotesi fondamentale che sarà supportata empiricamente tra breve), i capitalisti più efficienti producono percentualmente un maggior output che però, essendo stato prodotto da meno lavoro vivo, incorpora meno valore e plusvalore. Essi producono più prodotti con meno valore plusvalore incorporato. Il TMP cade. I capitalisti che hanno innovato producono più output dei capitalisti tecnologicamente arretrati la cui produzione percentuale è ora minore di quella dei leaders tecnologici.

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Siccome i prezzi tendono a perequarsi, i leaders vendono una maggiore quantità di output allo stesso prezzo del minore output dei capitalisti arretrati. Gli innovatori quindi si appropriano di una fetta del plusvalore equivalente a quella persa dai ritardatari. Il tasso di profitto dei primi sale e quello dei secondi diminuisce. Il TMP cade.

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Quindi la caduta del TMP non indica che tutti i capitali realizzano meno profitti. Al contrario, essa indica che la redditività degli innovatori sale e quella degli altri capitali scende cosicché la media cade.

  • I capitalisti non cercano la redditività media. Essi cercano la massima redditività applicando nuove tecnologie. Ed è per questo (perché essi producono meno plusvalore relativamente al capitale investito) che la redditività media cade.
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Nella misura in cui sempre più capitali introducono le nuove tecnologie al fine di recuperare redditività, sempre meno lavoro è impiegato e sempre meno plusvalore è generato. I capitali retrogradi incominciano a fallire e più vengono introdotte tecniche ad alta intensità di capitale costante (con più efficienti ma più costosi mezzi di produzione), più si generalizzano fallimenti e disoccupazione tra i capitalisti più deboli. La crisi è incominciata. Questa è la tendenza. Vi sono molte controtendenze, quale l’aumento del tasso di sfruttamento, che però non posso discutere in questa sede.

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Questa è la legge della caduta tendenziale del TMP. Essa è stata criticata sia perché presumibilmente incoerente sia perché non supportata empiricamente. Come ho sostenuto nei miei scritti, la critica della incoerenza, purtroppo fatta propria anche da molti marxisti, è una sciocchezza.

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Infatti, essa si basa su una nozione di lavoro come costo (la prospettiva del capitalista) piuttosto che come creatore di valore e plusvalore (come in Marx). Per il capitalista individuale, la cui prospettiva è stata fatta propria dalla teoria economica dominante, più si elimina il lavoro, più diminuiscono i costi, più aumenta il tasso di profitto. Come più capitalisti innovano, il TMP cresce.

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Per Marx, più si elimina il lavoro, meno è il valore e plusvalore che si genera, e più diminuisce il TMP anche se gli innovatori realizzano un più alto tasso di profitto. La critica a Marx secondo cui le innovazioni tecnologiche aumentano, invece che diminuire, il TMP e quindi che la teoria di Marx sarebbe sbagliata, si basa sulla introduzione di una nozione di lavoro aliena al suo approccio. La critica è poco più di un trucco teorico.

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Ma la legge può anche essere supportata empiricamente. Marx chiama il rapporto tra i mezzi di produzione e la forza lavoro impiegati la composizione organica del capitale.

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Nella misura in cui, a causa delle innovazioni tecnologiche, il lavoro diminuisce proporzionalmente ai mezzi di produzione, la composizione organica cresce e il TMP cala. Nel grafico che segue si vede che il trend del TMP è decrescente mentre quello della composizione organica cresce, conformemente a Marx.

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Ne consegue che, se i mezzi di produzione crescono relativamente al lavoro impiegato mentre il plusvalore e quindi il TMP cadono, i mezzi di produzione non possono creare plusvalore. Ma allora essi non creano neanche valore. Dato che vi sono solo due fattori di produzione, il capitale e il lavoro, è il lavoro e solo il lavoro che produce valore e plusvalore. Questa è la prova empirica della correttezza della ipotesi fondamentale di Marx, che solo il lavoro crea valore e quindi della legge del valore. Questo dovrebbe far riflettere quegli autori, anche di ispirazione marxista, che sostengono che sia il lavoro che i mezzi di produzione creano valor.

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Se le crisi sono dovute alla caduta del TMP indotto dalle innovazioni tecnologiche, vi è ripresa economica solo se vi è una crescita del TMP. Come è ciò possibile?

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Prima di tutto vediamo cos’è il capitale. Esso non è una cosa ma una relazione di produzione specifica, tra i possessori dei mezzi di produzione e coloro che vendono la propria forza lavoro ai primi. La crisi quindi è distruzione di capitale, cioè di quella relazione di produzione, e delle merci che sono state prodotte sulla base di quella relazione. La crisi quindi si manifesta come fallimenti e disoccupazione.

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Facciamo due esempi- il primo è la cosiddetta Età d’Oro del capitalismo, dalla fine della seconda guerra mondiale ai primi anni 1970. In essenza, la guerra fu una immane distruzione di capitale civile a causa della conversione dell’economia americana in produzione bellica. Allo stesso tempo, durante il periodo bellico, una gran parte de salari non poteva essere spesa per beni di consumo sia a causa della diminuita produzione di tali beni sia a causa della propaganda bellica che invitava a investire in buoni del tesoro e ad altre forme di risparmio. Il risparmio forzato si convertì in un quinquennio di represso potere d’acquisto.

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Dopo la fine della guerra, con la riconversione di gran parte della economia militare in economia civile, e cioè con la ricostituzione del capitale civile, l’offerta di beni prima di consumo e poi di investimento trovò sbocco grazie alla liberazione del represso potere d’acquisto. La crescita del capitale causò un grande aumento dell’occupazione. Il valore e plusvalore crebbero.

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Il TMP procedette a zigzag, con alti e bassi, con cicli di crisi e di ripresa. Ma a parte questi cicli più brevi, la tendenza di lungo periodo fu tendenzialmente al ribasso perché la sostituzione di lavoro con mezzi di produzione incominciò subito dopo la guerra. L’occupazione crebbe grandemente ma diminuì relativamente ai mezzi di produzione impiegati.

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Questa caduta corrodeva dall’interno la crescita del capitale. I capitali più efficienti si espandevano e potevano accumulare e assorbire la disoccupazione tecnologica che provocavano. Ma il TMP continuava a cadere. Come sempre più imprese chiudevano e la disoccupazione cresceva, iniziò la seconda fase attorno alla metà degli anni 1970 in cui le crisi emersero e divennero una caratteristica ricorrente.

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Nel lungo periodo, quindi, vi fu un maggiore benessere per il lavoro e una espansione economica che però era minata dall’interno da un TMP in continuo declino. Questa fu l’origine e la fine dell’Età d’oro e non le spese statali, come sostengono i Keynesiani. Infatti, il debito federale lordo come percentuale del Pil diminuì costantemente nell’Età dell’Oro, dal 121% nel 1946 al 37% nel 1970.

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Il secondo esempio è l’Argentina. Nel contesto della discussione sulla crisi dell’Euro, l’Argentina è spesso menzionata come un successo basato sulle politiche redistributive Keynesiane e sulla svalutazione competitiva. Vediamo se ciò corrisponde a verità.

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Nel 1991 fu introdotta la convertibilità fissa tra il peso e il dollaro. Essa fu revocata 10 anni dopo. Quel decennio può essere suddiviso in un primo periodo (1991-1997) di relative espansione economica e un secondo (1998-2002) di crisi. La crisi raggiunse l’apice nel 2001 e la ripresa iniziò nel 2002. Che cosa causò prima la crisi dal 1998 al 2002 e poi la ripresa nel 2002?

vediamo alcuni dati
Vediamoalcunidati
  • PIL
  • 1997 8,1%
  • 1998 3,9%
  • 1999 -3.4%
  • 2002 -10,9%
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Disoccupazione e sotto-occupazione

  • 1998 26.5%
  • 2002 38,9%
  • Accumulazione del capitale
  • 1997 3,7%
  • 2002 -2%
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I salari caddero drammaticamente e molte imprese fallirono. Se il capitale è essenzialmente una relazione di produzione, i fallimenti e la minore accumulazione di capitale assieme a una diminuzione dell’occupazione costituirono una distruzione di capitale produttivo.

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Durante la crisi il capitale costante diminuì meno dell’occupazione (come si può inferire dal fatto che gli investimenti caddero del 5,7% mentre la disoccupazione e sotto-occupazione aumentarono del 12,4%). Quindi la composizione organica salì. Nello stesso periodo, il tasso di sfruttamento cadde moderatamente.

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Questi due fattori contribuirono alla caduta del TMP che cadde dal 29.9% nel 1998 al 15,9% nel 2001. Ma ci sono dati che indicano che il TMP incominciò a cadere ben prima, fin dai primi anni 1960, e che si riprese attorno al 1985.

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Si noti la similaritàcol TMP negli USA (grafico 1 piùsopra). Ciò non è casuale. Michael Roberts ha fattorecentementeuno studio del TMP mondiale e ha trovato un andamento simile.

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Torniamo all’Argentina. Questi dati sembrerebbe suggerire che la distruzione del capitale aveva continuato per circa 25 anni, un dato che potrebbe spiegare, meglio dell’aumento del tasso di sfruttamento, la ripresa vigorosa durata 20 anni.

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La crisi nei settori produttivi avviò la crisi finanziaria e l’Argentina smise di redimere il suo debito sovrano di 132 miliardi di dollari nell’ultima settimana del 2001. Questa fu distruzione di capitale finanziario. Nel Gennaio dei 2002, l’Argentina abbandonò la convertibilità fissa. Il peso si svalutò dalla parità tra peso e dollaro a 4 pesos per un dollaro.

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La ripresa incominciò nel 2002, a ridosso della fine della crisi finanziaria. I keynesiani enfatizzano che (a) la svalutazione del peso rese le esportazioni meno care e competitive sui mercati esteri, mentre allo stesso tempo scoraggiarono le importazioni; (b) che le grandi somme di denaro stanziate per il welfare dal governò Kirchner (maggiori salari per le fasce più povere dei lavoratori, condizioni più facili per accedere a mutui, ecc.) fecero crescere l’economia domestica. Queste, le politiche Keynesiane, sarebbero state le ragioni per la ripresa in Argentina.

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Per quantoriguardail primo punto, glieffettidellasvalutazione, le esportazioni dell’Argentina incominciarono a diminuire subito dopo l’iniziale balzo in avanti del 2002, mentre il TMP ha continuato a crescere tendenzialmente fino al 2006. L’aumento del TMP dopo la caduta delle esportazioni non può essere quindi attribuito alla svalutazione competitiva.

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Cosa, dunque, ha ravvivato l’economia Argentina? Due sono le cause. Primo, le privatizzazioni furono una creazione di capitale privato nella sfera produttiva. Gli investimenti come percentuale del PIL aumentarono dall’11,3% nel 2002 al 23,1% nel 2008 (ma, all’inizio della nuova crisi globale, incominciarono a cadere di nuovo e nel 2009 erano il 20.6%).

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I maggioriinvestimenticausarono un aumento del tassodiaccumulazione. Dopounadiminuzioneinizialedel 2% nel 2002, il tasso di accumulazione crebbe e nel 2006 era cresciuto del 5.9%. Ciò causò una caduta del tasso di disoccupazione e sotto-occupazione dal 38.9% al 21.4% nello stesso periodo. L’occupazione crebbe di più dell’accumulazione di capitale cosicché la composizione organica cadde , causando un aumento del TMP. il TMP balzò dal 15,9% nel 2001 al 38% nel 2002. Cadde nel 2003 ma crebbe di nuovo nel 2006. La crescita tendenziale del ‘costo del lavoro’ controbilanciò un poco la ripresa del TMP, ma non la poté neutralizzare.

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Secondo, la svalutazione del peso stimolò la sostituzione delle importazioni da parte delle imprese meglio equipaggiate. Una porzione molto significativa dei produttori tradizionali locali sparì. Il risultato fu una distruzione del capitale meno efficiente nel settore manifatturiero ed una maggiore competitività sui mercati internazionali. Dal 2002 al 2009, la produzione industriale crebbe mediamente del 7,9%. Il PIL crebbe dell’8,8% in 2003 and si assestò attorno a quel tasso di crescita fino al 2007. Ma dopo incominciò a cadere. Dal 2007 al 2008 cadde di 1,9 punti percentuali e dal 2008 al 2009 di 5,9 punti percentuali.

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Il secondo argomento Keynesiano è che la ripresa deve essere attribuita alle grandi quantità di denaro stanziate per il welfare. Tuttavia, abbiamo visto che una redistribuzione a favore del lavoro peggiora la crisi se finanziata dal capitale. Per di più, mentre il TMP si riprese nel 2002, Kirchner fu eletto solo nel 2003. Quindi la redistribuzione a favore del lavoro non può essere stato l’impulso iniziale della ripresa.

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La ripresa nell’Argentina non fu alimentata né dalla svalutazione né dalle politiche redistributive ma dalla ri-creazione del capitale privato precedentemente distrutto con una composizione organica bassa, una maggiore efficienza e un più alto tasso di sfruttamento. Questa è la causa della ripresa economica dell’Argentina e della sua capacità di penetrare i mercati esteri. Ciò è conforme alla teoria di Marx delle crisi e delle riprese.

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Per finire, la critica delle politiche redistributive non implica affatto che bisogna essere indifferenti a tali politiche.

  • la loro importanza risiede sia nel miglioramento delle condizioni del lavoro che nel loro potenziale politico, nella possibilità che la sacrosanta lotta per i miglioramenti dei lavoratori (e quindi contro l’austerità) faccia crescere la coscienza (1) che tutte le volte che queste politiche sono pagate dal capitale esso è indebolito sia economicamente che politicamente e (2) che il lavoro deve approfittare di questa debolezza per creare le condizioni per liberarsi dal giogo del capitale.
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L’ideologia Keynesiana sostiene a torto che la redistribuzione e gli investimenti a favore del lavoro offrono non solo la possibilità al capitale di uscire dalla crisi ma anche miglioramenti di vita per il lavoro e che quindi vi sia una comunione di interessi piuttosto che un irriducibile antagonismo tra le due classi. Purtroppo, questa ideologia è stata fatta propria dalla sinistra.

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Ma per la teoria di Marx, che non solo è teoricamente e logicamente coerente ma è anche supportata da una quantità crescente di dati empirici, le lotte per le politiche redistributive hanno senso solo se servono a sedimentare la coscienza antagonista della classe lavoratrice e se servono ad aumentarne la forza e quindi la coscienza che per uscire non solo da questa ma da tutte le future crisi bisogna uscire da questo sistema.