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Il racconto della violenza nella societ italiana

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Il racconto della violenza nella societ italiana

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Presentation Transcript


    1. Il racconto della violenza nella società italiana

    2. La libertà di stampa e la riscoperta della cronaca Interesse per la realtà cruda (realismo) Diffusione della violenza I grandi delitti del dopoguerra La figura dell’assassino

    3. In Italia, la “ripresa” dopo la seconda guerra mondiale è segnata dalla notevole effervescenza del panorama editoriale. Subito dopo la Liberazione nascono moltissimi fogli quotidiani, destinati tuttavia in gran parte a scomparire, per la penuria di mezzi e per i successivi assestamenti del mercato e del regime politico.

    4. Intanto i giornali più importanti sono impegnati a “sfumare” i trascorsi con il passato regime e a trovare le forme adatte per adeguarsi al nuovo clima politico.

    5. Nella Milano liberata la stampa di partito va letteralmente a ruba. Ma questa stagione di successi e di entusiasmi è breve e sono forti le pressioni per la ricomparsa delle testate tradizionali. Un documento del Clnai afferma il 15 maggio 1945: «Gli Alleati intendono che almeno un giornale indipendente abbia a uscire entro il 22 maggio».

    6. Il 22 maggio 1945 compare il Corriere d’Informazione, versione criptata del Corriere della Sera, ma si vende moltissimo anche il quotidiano degli Alleati, il Giornale Lombardo, «un giornale vivace che dà più notizie che può e non tratta con sussiego la cronaca nera e neanche quella “rosa”» (pp. 29s)

    7. I giornali politici, pur molto diffusi subiscono lo schematismo degli organi di partito. Ingenui e settari, «non sanno trovare le formule e il linguaggio per parlare a un grande pubblico». La cronaca - quella nera in particolare, che dopo molto digiuno è il boccone più appetitoso - rappresenta perciò una chiave per il recupero del giornalismo più tradizionale e di un repertorio tematico più popolare.

    12. La grande attenzione per la cronaca, e per la “nera” in particolare, risponde quindi a due esigenze. Da un lato segna uno scarto marcato e consapevole rispetto al bavaglio imposto dal passato regime, dall’altro coglie la nuova atmosfera esprimendo quella vicinanza alla realtà che sembra ridurre la lontananza fra la cultura e le esigenze quotidiane, tra la vita del popolo e le stanze del Palazzo.

    13. Il 10 ottobre 1928, a Palazzo Chigi, Mussolini tiene un discorso ai 60 direttori dei giornali italiani in cui li invita esplicitamente all’autocontrollo e all’autodisciplina.

    14. Lo sbandieramento di fattacci nei titoli, l’invenzione addirittura – come ha fatto il cronista del “Secolo XIX” di Genova – di un delitto, la narrazione di aggressione a scopo di furto ecc. costituiscono propaganda antiitaliana e antifascista e si ripercuotono in maniera pericolosa sullo sviluppo del turismo in Italia. (17 febbraio 1933)

    15. Bisogna assolutamente astenersi di parlare di accattonaggio, di stupefacenti, di suicidi, di rapine e di duelli. (15 settembre 1933)

    16. Lab - La cronaca nera durante il fascismo La sordina alla cronaca nera è un’istanza politica tesa ad “abbellire” l’immagine del Paese, e questo è un tratto comune a tutti i regimi totalitari, che hanno naturalmente maggior simpatia per le good news. Ma probabilmente c’è anche un elemento oggettivo di aumento del controllo sociale, della “pressione” sulla sfera quotidiana, dell’ipertrofia organizzativa che potrebbe abbassare l’incidenza degli episodi criminali.

    17. Nel dopoguerra i grandi fatti di attualità e di cronaca nera, che il regime aveva pudicamente “velato”, campeggiano sulle prime pagine. Questo può essere considerato uno dei canali attraverso i quali agli italiani è consentito finalmente di accedere anche sul piano simbolico alla visione della “realtà” del loro paese.

    18. L’onda della cronaca, che Oreste Del Buono ha sintetizzato come un’«orgia di crimini passati e presenti», straripa dallo spazio limitato dei giornali e rifluisce nei nuovi canali che vengono preparati per l’occasione, i rotocalchi. Oreste Del Buono, Prefazione a Gian Paolo Rossetti, Duilio Tasselli, Italia a pezzettini, Interno Giallo, Milano 1991.

    20. Lo straordinario successo dei periodici è il tratto distintivo di questa situazione, destinato poi a diventare un punto fermo nel complesso dell’editoria nazionale, riassunto spesso nella favolosa parabola di Grand Hotel.

    21. Grand Hotel esce il 26 luglio 1946 per l’editore italo-francese Cino Del Duca, con una storia a fumetti disegnata da Walter Molino intitolata Anime incatenate; le battute dei personaggi sono racchiuse in una nuvoletta: costa 12 lire e arriva a vendere un milione di copie a settimana. Appena un anno dopo, nel 1947, lo sceneggiatore di fumetti Luciano Pedrocchi, alla ricerca di un impatto più realistico, matura l’originale idea di usare la fotografia per raccontare le solite storie d’amore, facendo recitare attori in carne e ossa e montando poi le foto come se si trattasse di normali vignette.

    22. La proposta incontra pochi entusiasmi, così Pedrocchi organizza un provino rubando scatti ad amici e parenti nell’appartamento della cognata e proponendo infine il risultato al vecchio Arnoldo Mondadori, che capisce subito la forza dell’idea.

    23. Il 7 maggio 1946 appare in tutte le edicole il primo numero di Bolero. Sedici pagine piene di sogni, con copertina a colori, al costo di 25 lire. Le prime due storie, autentici film su carta, s’intitolano Catene e Tormento, due titoli destinati a rimbalzare sullo schermo in un paio di anni. Nel giro di un anno, Bolero arriva a vendere 250.000 copie (che mettono in difficoltà le malandate rotative postbelliche di Mondadori) per arrivare a 900.000 nel 1960. La nuova formula induce anche Grand Hotel ad abbandonare i disegni e suscita una nutrita schiera di epigoni, tra cui il fortunato Sogno. la riduzione di Damiano Damiani del celebre drammone intitolato protagonista la neo miss Cinema Adriana Serra, la riduzione di Damiano Damiani del celebre drammone intitolato protagonista la neo miss Cinema Adriana Serra,

    24. Nasce così un genere tutto italiano (esportato in tutto il mondo, in oltre trenta paesi europei ed extraeuropei) che ogni settimana sforna migliaia di storie avvincenti, candide emozioni e ingenui trasalimenti. Ma non ci sono solo fotoromanzi; i favori del pubblico si distribuiscono fra diverse pubblicazioni periodiche, che si moltiplicano e si specializzano: riviste di attualità, pettegolezzi, mondanità, scandali, e naturalmente cronaca nera. la riduzione di Damiano Damiani del celebre drammone intitolato protagonista la neo miss Cinema Adriana Serra, la riduzione di Damiano Damiani del celebre drammone intitolato protagonista la neo miss Cinema Adriana Serra,

    25. Fra le prime a riemergere ci sono naturalmente alcune testate già attive nell’anteguerra. Già allora infatti l’ampliamento del pubblico dei lettori consentiva una timida adozione della stampa in rotocalco, altrimenti troppo dispendiosa, e si prospettavano nuovi formati, suscitati dall’appeal dei rotocalchi statunitensi e del talento di Leo Longanesi.

    26. Fu proprio Longanesi a fondare a Roma nel 1937 il primo vero settimanale d’attualità italiano: Omnibus. Si trattava di un giornale ancora elitario e poco ossequioso verso il regime; venne infatti chiuso nel gennaio del 1939 con un pretesto: la colpevole irriverenza di un articolo di Alberto Savinio che attribuiva la morte di Giacomo Leopardi a un’indigestione di gelati.

    27. Omnibus presentava attualità, costume, cronaca e letteratura con uno stile ed una grafica che facevano ampio ricorso a vignette e grandi fotografie, con un grande formato e titoli evidenti. Lo stesso modello sarebbe stato ripreso dai migliori settimanali del dopoguerra, diretti da giornalisti che in gran parte si erano fatti le ossa sulla rivista di Longanesi.

    28. Le riviste che tradizionalmente si occupano di arte e letteratura si rivolgono all’attualità. Le tematiche si alleggeriscono, con evidenti virate verso i fatti di costume. Si attenua il “pedagogismo” del modello letterario Assume spessore la cifra critica e informativa. Passaggio dalla parola scritta alla forza dell’immagine.

    29. Alla scuola di Omnibus avviene la maturazione professionale di una coppia di grandi penne, Arrigo Benedetti e Mario Pannunzio, che dopo la soppressione del periodico fonda il settimanale Tutto; ma anche questo viene chiuso e allora i due vanno a dirigere Oggi, alla corte dell’editore Angelo Rizzoli.

    30. Ma i giovani direttori chiamano a collaborare con la rivista Giansiro Ferrata, Alessandro Bonsanti, Tommaso Landolfi, Giovan Battista Angioletti, Giame Pintor, Mario Alicata, Franco Fortini e Luigi Salvatorelli, tutta gente che manifesta una pericolosa tendenza a pensare con la propria testa.

    31. Anche Oggi perciò finisce nel mirino della censura. All’inizio del 1941, il settimanale è chiuso per “disfattismo”, poiché in un articolo del generale Gino Ducci si sottolinea l’oggettiva inferiorità della forza navale tedesca negli oceani rispetto a quella americana. Ciano scrive che la rivista era «un organo di individui molto ambigui che stavano di fronte al regime con molte e poco celate riserve».

    32. Tempo è invece il Settimanale di politica, informazione, letteratura e arte edito e diretto (con Indro Montanelli) da Alberto Mondadori a partire dal giugno 1939. È il primo rotocalco italiano a colori, ispirato allo statunitense Life e perciò malvisto dal regime, che tenta di rivaleggiare con Oggi rivolgendosi a una fascia di pubblico più popolare. Una delle sue innovazioni è infatti il fototesto, una foto a fuoco fisso che racconta un fatto col solo aiuto di una didascalia. Nel 1943 sospende le pubblicazioni.

    33. Subito dopo la fine della guerra l’avventura dei settimanali di attualità ricomincia. Un giovane critico letterario, Edilio Rusconi, si presenta ad Angelo Rizzoli e gli propone di fare un giornale che rispecchi lo stato d’animo della gente, stanca dopo anni di guerra, che ha solo voglia di tornare a vivere. La proposta incontra le idee di Rizzoli, che ripesca il titolo della testata sospesa dal regime e in quattro e quattr’otto vara la rivista. Il primo numero del nuovo Oggi esce il 21 luglio del 1945, con 16 pagine al prezzo di 15 lire.

    34. Intanto, dopo la Liberazione, Arrigo Benedetti si è trasferito da Roma a Milano, abbandonando il Risorgimento Liberale che s’era schierato per la monarchia, e fa il critico teatrale per il Corriere Lombardo. Non riuscendo a trovare casa, l’editore Mazzocchi offre una buona sistemazione al giornalista se egli onorerà una promessa fatta nell’euforia del 25 luglio: inventare un nuovo settimanale. La redazione è già pronta: Emilio Radius, Raul Radice, Camilla Cederna e Tommaso Besozzi. Nasce così, il 4 novembre 1945, il primo numero del settimanale L’Europeo, che ancor oggi è considerato uno dei più convincenti periodici d’attualità mai prodotti in Italia.

    35. Nel 1946 riparte anche Tempo, edito ora da Aldo Palazzi e diretto dallo scrittore Arturo Tofanelli, già redattore dell’ Avanti!, che ha intuizioni e trovate che fanno scuola, come quella di affidare a Curzio Malaparte una graffiante rubrica intitolata Battibecco.

    36. Nel 1950 scende infine in campo anche Mondadori con Epoca, il primo grande settimanale che sfrutta in pieno le possibilità del rotocalco. Vediamo ora le differenze che, pur entro un’impostazione complessiva segnata dal momento storico, dal clima politico e dalle richieste del pubblico, danno luogo a stili di rappresentazione della realtà riconoscibilmente distinti e talvolta contrapposti.

    37. Quando nel 1946 l’Italia diventa una Repubblica e la famiglia reale è costretta all’esilio, Rusconi decide di cavalcare l’onda della “nostalgia”, puntando a intercettare le aspirazioni voyeuristiche di un target piccolo borghese avido di immagini e vicende dell’aristocrazia nostrana e internazionale. L’efficace applicazione di questa formula lo incorona re della stampa popolare e porta il settimanale ad essere il più diffuso, giungendo al milione di copie e mettendo in difficoltà i settimanali concorrenti. Ogni numero è una sorpresa: caccia alle fotografie, informazioni, memoriali pagati a peso d’oro.

    38. Rusconi - carattere forte, fiuto inesorabile e idee di destra - forma la mentalità di una generazione di giornalisti; ma tiene in pugno anche il grande pubblico, abituato a sollecitare il suo parere. Il settimanale diventa in breve tempo un veicolo capace di orientare le masse.

    39. In un’atmosfera di rigore conservatore e di perbenismo a volte bigotto, Oggi racconta l’Italia alle prese con nuovi problemi e nuove prospettive sociali con una cifra popolare che lo accompagnerà per i decenni successivi, trovando sostegno e diffusione soprattutto tra il pubblico femminile.

    40. L’Europeo si propone di rappresentare, col solito ampio corredo fotografico, l’Italia dell’epoca, sconvolta dalla sconfitta, ma anche ricca di vitalità. Arrigo Benedetti - implacabile coi redattori ma pronto a difenderli dalle pressioni esterne – preferisce però l’inchiesta e l’indagine sociale al pettegolezzo e concepisce il giornalismo come documentazione serrata delle vicende del Paese, in grado di rivelarlo a se stesso.

    41. Due punti connotano perciò la direzione di Benedetti: la ricerca di un approccio idoneo a rappresentare il dopoguerra italiano e di uno stile adeguato alle novità della vita pubblica. Non a caso, quindi, è L’Europeo a mettere il dito sui punti oscuri della vicenda Giuliano.

    42. Ma, a parte le inchieste coraggiose la sua novità consiste anche nel taglio “internazionale”: il titolo «con evidenza si richiamava ad ideali di vita civile e di cultura, indispensabili per ricostruire un paese dopo una guerra sfortunata», secondo le successive parole di Benedetti.

    43. La volontà di rinnovamento culturale e giornalistico si traduce anche in uno stile che s’ispira a modelli meno provinciali e paraletterari: niente corsivi, elzeviri e panegirici, ma referti precisi, indiscutibili, cronache ricche di particolari, redatte in stile oggettivo, distaccato, volontariamente aneddotico e minimalista.

    44. Alla soglia degli anni Quaranta, col ritorno alla “normalità”, il giornalismo impegnato si ritrova a fare i conti con le tirature. I giornali di partito hanno minori problemi di bilancio per via dei contributi erogati dallo Stato e delle forze politiche, ma i settimanali - legati alle vendite e, in piccola parte, alla pubblicità - imboccano decisamente la strada dell’evasione.

    45. Assodata ormai la forte remuneratività del “disimpegno”, molti direttori temono ormai di annoiare i lettori con i problemi del dopoguerra o con descrizioni troppo amare della realtà. Scrive Benedetti che il settimanale «diventa coloritura eccessiva, mondanità, passatempo, uno strumento per non affrontare i problemi, per convincersi e convincere che la realtà sia diversa da quella che è».

    46. Nel 1953 la proprietà de L’Europeo passa ad Angelo Rizzoli. Nonostante l’impegno dei giornalisti, la rivista non soddisfa le attese del nuovo editore, abituato da Rusconi con Oggi alle alte tirature garantite dalle copertine con principi e regnanti, che pretende una linea editoriale più “commerciale”.

    47. Nel 1954 Benedetti riceve il benservito: abbandona la sua creatura e nel 1955 fonda L’Espresso, una nuova testata in cui ripropone l’idea di un giornalismo liberale e combattivo, un giornalismo “d’assalto” che insegue accanitamente la verità.

    48. Nel 1957 anche Edilio Rusconi lascia Oggi e la Rizzoli per mettersi in proprio e preparare minuziosamente un nuovo settimanale, il cui titolo tiene segreto fino all’ultimo: Gente. Nel primo numero mette in chiaro i propri valori: «In Gente abbiamo portato le nostre anime, i nostri principi religiosi, morali, politici; il nostro entusiasmo per i servizi più appassionanti, il nostro stile giornalistico, e naturalmente anche i nostri difetti».

    49. «Noi non siamo dei maestri – prosegue - non siamo capi politici: siamo giornalisti, ossia lavoriamo con uno specchio sull’orlo di una grande strada, e per la strada passano geni e malfattori, belle donne, santi e trafficanti».

    50. L’ideologia di Rusconi è semplice. Il suo giornale, come uno specchio, cerca di riflettere tutto quanto sembra meritare attenzione, ma in un contesto di fiducia nel domani. Ai suoi lettori dichiara di non credere nella catastrofe. La gente è quella di sempre e il mondo gira, sempre nuovo e sempre uguale, ma ciò che lo fa girare è la speranza.

    51. Si delineano così diversi modi di raccontare l’attualità e la realtà del paese, tra cui spiccano i due principali: quello più aggressivo e “verista” da un lato e quello più fiabesco e dégagé. In tutti i casi lo spazio per la cronaca nera, per il delitto e l’omicidio, è ampio, ma con sfumature diverse, così come diverse dovrebbero essere le concezioni del male sottese agli approcci giornalistici e alle ideologie che li sorreggono.

    52. Sul versante Rusconi/Rizzoli, il male è un elemento della natura, atavico che fa parte della vita, ma deve essere continuamente stigmatizzato e arginato sul piano morale. Sul versante Benedetti, è un elemento sociale che deve essere affrontato con franchezza, ribadendo la responsabilità degli individui e la forza della società.

    53. Per la stampa di sinistra è una tara della società capitalistica che produce miseria e abiezione, per quella di destra una ferita, un sintomo di corruzione da reprimere con severità. Fatalismo Law and order - enforcement Difetto della società - redenzione Conseguenza del capitalismo – riforme e rivoluzione

    54. La fotografia realista Il 1945 vede al lavoro tanti fotografi d’agenzia e dell’esercito alleato, che documentano la nascita della nuova Italia. Da strumento di propaganda del regime fascista, la fotografia si trasforma nel testimone spietato della sua caduta, affermandosi come elemento costitutivo della democrazia.

    55. Foto della ricostruzione, della vita che riprende, del ricostituirsi delle fabbriche, dell’arretratezza del Meridione, ma soprattutto la documentazione dell’attualità e della cronaca nera, golosamente fagocitata dai quotidiani e soprattutto dai periodici “illustrati” .

    56. Come gli abitanti dell’immaginaria Laudomia di Calvino, così gli italiani dell’immediato dopoguerra avvertivano il bisogno, per sentirsi sicuri, di cercare al cimitero la spiegazione di se stessi. Sergio Luzzatto, Mussolini buonanima, in http://www.arts.ed.ac.uk/italian/gadda/Pages/resources/archive/fascism/luzzatduce.php#Anchor-Luzd12.

    57. Italo Calvino, Le città invisibili [1972], Einaudi, Torino 1984, p. 147. David Forgacs, L’industrializzazione della cultura italiana (1880-1990), Il Mulino, Bologna 1992, pp. 191s. Riferimenti

    58. Enfatizzando l’importanza dei miti consumistici, gli storici hanno corso il rischio di minimizzare la rilevanza dei riti post-fascisti. Christopher Duggan e Christopher Wagstaff (a cura di), Italy in the Cold War. Politics, Culture and Society, 1948-58, Berg, Oxford-Washington 1995.

    59. È naturalmente possibile valutare il fotogiornalismo e questo insieme di fenomeni nel segno di una positiva rottura radicale. Una popolazione restituita alla libertà ritrova la sua virginale sete di sapere troppo a lungo compressa, mentre dall’altro lato una nuova generazione di professionisti conquistata alle idee della democrazia radicale propugna e progetta una nuova cultura democratica.

    60. Ma naturalmente possono esistere anche prospettive più maliziose, che possono far perno sia sulla “continuità” con la storia precedente, sia sulla possibile ambiguità del circuito seduttivo delle notizie di cronaca. La sete di sapere può trovare il suo risvolto socio psicologico negativo in una meno presentabile “sete di sangue”, a sua volta collegabile al duro stress cui la guerra ha sottoposto i più comuni principi morali (De Filippo, Satta, ecc. + Lab).

    61. La particolare effervescenza libertaria dell’informazione rappresenta inoltre un’esperienza assai breve (ctrl. Forgacs), la cui fine coincide con un processo di “normalizzazione” che a sua volta può essere visto sia come un complotto padronale per riassumere il controllo della società, sia come un processo di maturazione che sacrifica il velleitarismo pararivoluzionario alla ricerca di credibilità e di basi più stabili.

    62. Inoltre le radici del nuovo giornalismo affondano proprio nell’Italia fascista, sebbene con almeno due interpretazioni diverse. La prima, un po’ idealistica e manichea, imputa i difetti del giornalismo italiano al ritardo del nostro sviluppo culturale, economico e sociale provocato dalla dittatura fascista e forse dall’intera vicenda politica unitaria, mentre i pregi e ogni forma di maturazione sarebbero merito esclusivo di non meglio precisate “isole di dissenso”. Ma v. Vittorini-Togliatti e Longanesi.

    63. La seconda, in chiave più nostalgica e revisionista, individua in alcune riviste del ventennio (Omnibus di Longanesi) la matrice dei rotocalchi del dopoguerra (Oggi e Tempo escono dal 1940) e insegue le carriere dei giornalisti più famosi per rintracciare la loro formazione nell’anteguerra e gli antefatti del modello dell’egemonia più nelle pratiche di Bottai che nelle letture di Gramsci.

    64. «Nel 1945 l’Italia è tutta da scoprire» afferma Emilio Radius, caporedattore dell’Europeo ed ex-repubblichino, ma a raccontarla sono spesso gli stessi operatori d’agenzia cresciuti alla scuola dell’Istituto Luce e della fotografia di regime: Vincenzo Carrese che con Fedele Toscani ricostituisce a Milano l’agenzia Publifoto (fondata nel 1937) e, intuendo le potenzialità del mercato, la trasforma nella principale fornitrice di immagini per le testate più importanti; Tullio Farabola eredita l’impresa creata dal padre negli anni ’30  

    65. soddisfare le esigenze di un’editoria in espansione. questi operatori fotografano con scaltra abilità di cronisti, rispondendo alle richieste della committenza con una foto nitida, dall’inquadratura frontale, priva di ogni ricerca formale. A dare vigore alle loro immagini, a creare documenti dall’incomparabile capacità comunicativa come il racconto di Petrelli sul paese calabro di Africo del 1948

    66. è, come nota Roland Barthes commentando la potenza unica della foto di cronaca, il soggetto dirompente della realtà che il clima di libertà del dopoguerra chiede loro di fotografare, il fatto ripreso che “esplode nella sua ostinazione, nella sua letteralità, nell’evidenza stessa della sua ottusa natura”, non la forza interpretativa da loro infusa al momento dello scatto.  

    67. Allo stesso modo, la convivenza di istanze informative coraggiose e di qualità con curiosità banali e entertainment ai limiti della volgarità, può essere spiegato come un avvicendamento, uno scarto di atmosfere fra la gioiosa dinamicità dell’immediato dopoguerra e la sconfitta del Fronte Popolare alle elezioni del 1948, con l’irrigidimento delle posizioni durante la guerra fredda.

    68. Arturo Carlo Quintavalle La breve stagione della cronaca “verista” viene derubata della crudezza dei soggetti reali in favore di temi leggeri, di attualità politica e di costume; anche le foto di cronaca essenziali e istintive subiranno un impoverimento semantico, costrette a promuovere e perpetuare, con chiarezza e semplicità compositiva, quello che Arturo Carlo Quintavalle ha chiamato il “sistema della fiaba”, un miraggio di progresso sociale ed economico funzionale ai gruppi di potere politico-economici.

    69. Ma anche qui l’istanza ideologica sembra “solarizzare” troppo l’immagine, e la nitidezza va a scapito della verosimiglianza, nascondendo ombre e chiaroscuri. La breve e intensa stagione del dopoguerra non è solo vento del nord, impegno civile e vigorosa emancipazione morale, ma anche – e io direi soprattutto – ritorno vitale della “zona grigia”, voglia di divertimento e di facile oblio, rimarcata dalla stralunata spensieratezza delle sale da ballo e dei divertimenti più futili, disagio morale e disordine della vita quotidiana, curiosità, speranza e incertezza.

    70. Ragion per cui i fenomeni editoriali veramente di massa non sono tanto quelli che scuotono le coscienze o incitano al rivolgimento sociale, ma quelli che toccano le corde primordiali dell’evasione e dei sentimenti primordiali: Grand Hotel, Bolero, le canzonette scacciapensieri (Alberto Rabagliati, Gigi Beccaria, Oscar Carboni, Luciano Tajoli, Nilla Pizzi e il giovanissimo Claudio Villa si cimentano con titoli come Amigos vamos a bailar, La bella di Cantù, Buonanotte angelo mio, Com'è bello far l'amore quando è sera, Conosci mia cugina?, Dove sta Zazà e Viva la fisarmonica – certo c’è Bella ciao che impazza (?) ma anche Munasterio ’e Santa Chiara) e il cinema americano.

    71. Se vogliamo ristabilire pertanto la giusta sequenza cronologica, essi vengono prima, o almeno insieme, rispetto alla cruda documentazione della cronaca e, in questo intrico, anche la cronaca confonde il suo preteso nitore coraggiosamente documentaristico e intrinsecamente progressivo per confondersi con emozioni confuse e ancestrali, nostalgie inconfessabili e insospettati rifugi sentimentali.

    72. Lo storico Silvio Lanaro parla di una “somma emotiva” fatta di «stanchezza, rilassamento morale e sforzo di rimozione delle sofferenze più acute».

    73. Nei periodi immediatamente successivi alle guerre, com’è noto, i delitti contro la persona tendono ad aumentare. Lo scatenamento di sentimenti primordiali non è controllato da un’etica saldamente ricostituita, non è raffrenato da una soglia accettabile dell’inibizione a uccidere in un mondo che ha appena conosciuto un’infinità di eccidi e vendette e ritorsioni cruente e stragi di innocenti.

    74. Dovunque le strade percorribili si addentravano nelle abetaie o nei querceti, i briganti di passo avevano rioccupato d’istinto le postazioni d’assalto di tempi ormai lontani, puntando ai convogli di merci destinate alla borsanera. Carabinieri e polizia difficilmente potevano competere con la loro potenza di fuoco.

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