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La devianza ed il controllo sociale

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  1. La devianza ed il controllo sociale A cura della prof.ssa Maria Elena Auxilia

  2. Il comportamento deviante Il termine devianza Il termine devianza Il termine devianza desviaciòn social, deviancy, déviance sociale, soziale Abweichung o Devianz Gli elementi minimi e costitutivi di questa definizione : a) un attore individuale o un gruppo; b) un comportamento che si qualifica per la sua relativa eccezionalità nei confronti del quadro normativo generalmente accettato da una società I sociologi parlano di comportamento deviante, in linea di massima, quando intendono descrivere un comportamento che si discosta dalle aspettative di normalità collaudate da una data società Il comportamento deviante è relativo all'azione di alcuni ed è storicizzato, cioè non risulta sempre identico nelle varie epoche e nei vari luoghi

  3. Reazione all’atto deviante Per effetto dell'azione deviante una norma istituzionalizzata perde la sua efficacia, o in parole più povere non fa più presa su quel soggetto particolare il deviante adotta un comportamento che tradisce, le aspettative che usualmente definiscono il senso della realtà quotidiana di un ambiente sociale con il quale interagisce.. L'atto deviante produce una reazione dalla forma diversificata che testimonia del bisogno insopprimibile di controllo sociale che qualsiasi organizzazione sociale in ogni tempo ed in ogni luogo deve manifestare se vuole esistere.

  4. La norma sociale la legittimazione, vale a dire l'adesione "normale" alle aspettative di comportamento anche per merito di un processo di socializzazione ben riuscito oppure La norma agisce socialmente attraverso due canali: l'azione degli apparati di controllo che funzionano erogando sanzioni al fine di ripristinare lo stato di conformità antecedente all'atto deviante

  5. Differenza con la criminologia la devianza è espressione di un comportamento che si collega a determinati ruoli sociali La criminologia studia le infrazioni commesse nei confronti delle leggi; la sociologia della devianza ha un oggetto assai più ampio includendo nei suoi interessi ogni atto che si allontana dal comportamento socialmente accettato come comportamento normale

  6. E. A. Ross Social Control: A Survey of the Foundations of Order (1901) propone il termine con un significato preciso riferendosi al meccanismo che intenzionalmente viene esercitato dalla collettività sull'individuo per indurlo alla conformità rispetto all'insieme di valori che compongono l'ordine sociale in una società non tradizionale. Il concetto di controllo sociale si affaccia con nitore per la prima volta nel 1896 per merito di E. A. Ross Ross individuò ventitré tipi di controllo sociale classificabili in due grandi gruppi a seconda che venisse esercitato un controllo esterno oppure un controllo in termini di influsso sociale (persuasion). Nel primo tipo troviamo, come istituzioni-chiave, le Chiese ed il diritto; nel secondo tipo l'opinione pubblica, l'educazione. Il mutamento sociale veniva concepito da Ross come il passaggio (necessario) da un ordine naturale costituito dal concorso di personalità non corrotte ad un ordine basato su istituzioni concepite ad hoc.

  7. Talcott Parsons devianza e controllo sociale sono due concetti interdipendenti la cui trattazione viene sviluppata nell'ambito più ampio dell'intera concezione dell'azione sociale Parsons vede il controllo sociale come risposta alla devianza nella cornice della sua speciale concezione dell'ordine sociale Lo studio della devianza viene proposto nei termini di uno studio dei processi che incoraggiano la resistenza alla conformità (o meglio alle aspettative di conformità prescritte dal modello normativo); lo studio del controllo sociale corrisponde allo studio dei meccanismi mediante i quali le tendenze devianti vengono “neutralizzate nei vari sistemi sociali”

  8. Talcott Parsons e il problema del comportamento deviante Secondo Parsons lo studio del controllo sociale corrisponde allo studio dei meccanismi mediante i quali le tendenze devianti vengono “neutralizzate nei vari sistemi sociali”. due soggetti agenti - ego e alter - che alimentano delle ambivalenze complementari all'interno dei rispettivi sistemi motivazionali L'effetto della deviazione è quello di mettere in crisi il sistema interattivo medesimo e di mettere in crisi la conformità alle aspettative reciproche di comportamento La soluzione sta nel compromesso oppure nella scelta di un'alternativa a scapito dell'altra. Nella genesi della deviazione il conflitto di ruolo può risultare un fattore determinante. Effetti probabili: l‘individuo si espone a delle sanzioni ed alle inevitabili tensioni prodotte da un conflitto interno dovuto all'interiorizzazione di gruppi di valori non apparentabili. Gli effetti perversi del conflitto di ruolo si possono superare ridefinendo la situazione oppure fuggendola, adottando la segretezza e distinguendo rigorosamente le situazioni nelle quali l'eterogeneità dei valori può occasionare il conflitto di ruolo medesimo. L‘individuo può essere esposto a contrastanti aspettative legittimate di ruolo con la conseguenza che non è possibile un loro adempimento integrale.

  9. Meccanismi preposti alla funzione del controllo sociale i meccanismi fondamentali di controllo sociale sono da ritrovare nei normali processi di interazione così come si svolgono in un sistema sociale integrato istituzionalmente. Il terzo meccanismo da valutare è la ritualizzazione. I modelli rituali servono per riorganizzare la reazione al dato critico in un modo positivo e a prevenire, controllandole, le tendenze alla rottura. Un esempio classico è offerto dall'elaborazione sociale del lutto. I modelli rituali hanno, in genere, una connotazione permissiva che agisce da sfogo (comunque sempre controllato culturalmente) della tensione che potrebbe avere effetti perniciosi I meccanismi informali di controllo, solo in apparenza da considerare “minori”. Si tratta di un insieme di sanzioni interpersonali che esprimono chiaramente il dissenso rispetto al deviante e che ricorrono a forme di comunicazione sociale anche gestuale od indiretta, con una finalità evidente di ricondurre garbatamente chi è andato al di là del limite nello spazio comportamentale corretto. Il primo meccanismo da considerare, allora, è l'istituzionalizzazione svolge funzioni integrative a diversi livelli: in particolare essa mette ordine nel complesso intreccio di relazioni in modo che l'attore può gestire il suo sistema interattivo contenendone la dimensione conflittuale.

  10. Meccanismi di controllo Un quarto tipo di meccanismo di controllo sociale è rappresentato dai meccanismi di isolamento che si prefiggono sia di prevenire la formazione di strutture di gruppo caratterizzate da una maggiore deviazione sia di prevenire una pretesa di legittimità. Il deviante viene spinto in una certa posizione con interessanti effetti deterrenti. Infine, la categoria più vasta e più comune dei meccanismi di controllo sociale è data dall'apparato punitivo composto da polizia e da magistratura con la funzione eminente di imporre i modelli normativi e di collegare alla violazione della norma l'erogazione di specifiche sanzioni negative Un altro tipo di meccanismo di controllo sociale dalla significatività più tenue è l'istituzione secondaria. Si tratta di una sorta di valvola di sicurezza che genera effetti di controllo su elementi motivazionali potenzialmente devianti. L'istituzione secondaria funziona da zona franca cioè come uno spazio dove alcuni comportamenti ritenuti devianti sono invece legittimati. L'esempio parsonsiano è quello della cultura della gioventù americana che presenta, a suo dire, una dimensione permissiva piuttosto spinta, al limite della deviazione esplicita.

  11. David Matza David Matza nel suo studio classico Come sidiventa devianti (1969) propone tre coppie concettuali come chiavi di lettura tendenzialmente unificanti: c) semplicità-complessità (la devianza è un fenomeno ovvio della vita in società; la devianza è un fenomeno non facile da definire rispetto alla normalità con la quale spesso si intreccia). a) correzione-comprensione (la devianza viene studiata perché va rimossa; la devianza va compresa anche in una dimensione di empatia); b) patologia-diversità (la normalità va preservata dalla devianza che ne è una sua variante non tollerabile; la devianza è una variante tollerabile della normalità);

  12. La Scuola ecologica di Chicago partendo da un interesse comune per l'interpretazione degli effetti sociali dell'urbanizzazione avviano delle ricerche che rappresentano l'inizio di diverse specializzazioni della sociologia contemporanea: oltre alla sociologia della città si possono ricordare la sociologia della famiglia, la sociologia dell'opinione pubblica e dei mass-media, la sociologia delle professioni, lo studio del social change e, non ultima, la sociologia del comportamento deviante. La Scuola ecologica di Chicago, nelle sue diverse generazioni di ricercatori impegnati tra il 1916 ed il 1939, annovera accanto agli “urbanologi” in senso stretto come E. Burgess, R.McKenzie, E.Zorbaugh e L.Wirth altri studiosi come G.H. Mead, W.Ogburn, F.Merrill, R.Redfield, S.Stouffer, H.Lasswell e E.Bogardus

  13. La Scuola di Chicago: la grande città e la devianza Thomas, mettendo in relazione la costruzione dell'identità con la situazione, ovvero con il contesto in cui si trova il soggetto, teorizza la pluralità delle identità e fa discendere la legittimità del comportamento dalla definizione corretta della situazione da parte del soggetto. Il comportamento umano viene concettualizzato come 'relativo' in quanto prodotto dagli scambi simbolici fra individui. La definizione di sé stessi e degli altri da parte dei soggetti avviene attraverso il processo comunicativo, o di simbolizzazione. L'identità individuale è costruita sulla base del riferimento all'altro generalizzato (Mead 1934). La devianza è definita, quindi, come il risultato della percezione che le persone hanno le une delle altre. Ciò fa sì che il comportamento ritenuto normale dagli appartenenti ad un gruppo possa essere definito deviante dall'esterno. L'attribuzione della devianza avviene non nel contesto specifico dell'azione ma con riferimento all'assetto sociale complessivo. La devianza può sorgere, inoltre, dal fraintendimento della situazione da parte degli individui. A partire dal contributo offerto dalla Scuola di Chicago, si svilupperà, negli anni Sessanta, la teoria dell' etichettamento.

  14. Il funzionalismo e la teoria mertoniana dell'anomia il funzionalismo affronta lo studio della società concependola come una totalità di strutture interdipendenti, ognuna delle quali svolge una funzione orientata al mantenimento del sistema sociale complessivo e della sua riproduzione Durkheim (il quale comunque non ha mai adottato il termine di devianza) considera che il crimine abbia una sua funzionalità e che non si possa concepire esclusivamente come una manifestazione patologica della vita in società. La devianza, in questa prospettiva macrosociologica adempie un ruolo positivo nella conservazione dell'ordine sociale ed anzi rafforza la normalità. Emile Durkheim è senza dubbio uno dei principali precursori del funzionalismo; la sua metodologia adotta come principio fondamentale la separazione tra la causa efficiente di un fenomeno e la funzione che lo stesso fenomeno assolve. «Ciò che dobbiamo determinare è se sussiste una corrispondenza fra il fatto considerato e i bisogni generali dell'organismo sociale ed in che cosa consista questa corrispondenza».

  15. Regole del metodo sociologico (1895) Nelle Regole del metodo sociologico (1895) Durkheim scrive con grande chiarezza che: «Classificare il reato tra i fenomeni della sociologia normale non significa soltanto dire che esso è un fenomeno inevitabile, benché increscioso, dovuto all'incorreggibile cattiveria degli uomini, ma significa anche affermare che esso è un fattore della salute pubblica, una parte integrante di ogni società sana». Non solo è inconcepibile un organizzazione della vita collettiva senza la presenza di manifestazioni devianti, ma v'è di più: la devianza svolge delle funzioni positive perché rafforza la struttura normativa nella coscienza collettiva; il criminale collega e mantiene più unite tra di loro le persone normali che si ritrovano concordi nel condannare il reo e che confermano così il loro senso della realtà comunitaria come orientamento giusto.

  16. Sociologismo durkheimiano Quindi la pena, per Durkheim, non ha come scopo primario la riabilitazione del criminale bensì la riconferma dell'autorità morale della società; Durkheim suggerisce un approccio di studio della devianza in termini di funzionamento della società, prescindendo dallo studio delle motivazioni individuali che spingono all'atto deviante. Iil sociologismo durkheimiano perviene a conclusioni permeate da un funzionalismo esasperato che possono suscitare più di una perplessità quando scrive: «Contrariamente alle idee correnti, il criminale non appare più come un essere radicalmente nonsocievole, una specie di elemento parassita, di corpo estraneo e non assimilabile introdotto in seno alla società; egli è invece un agente regolare della vita sociale. Il reato, da parte sua, non deve più venir concepito come un male che è impossibile contenere in limiti troppo angusti; ma quando accade che esso scenda sensibilmente al di sotto del suo livello ordinario, questo fatto non deve essere per noi un motivo di soddisfazione, perché questo apparente progresso è certamente contemporaneo e solidale a qualche turbamento sociale» (p.77).

  17. Robert K. MertonSocial Structure and Anomia Il comportamento deviante insorge più frequentemente quando le norme che governano la condotta in un dato quadro societario appaiono contraddittorie. Robert K. Merton nel 1938 Per Merton la struttura sociale esercita su alcuni individui una pressione a deviare, innescando un meccanismo dove le mete culturalmente condivise e i mezzi socialmente accettati per raggiungerle sono sfasati.

  18. Le mete culturali Le mete culturali sono quegli obiettivi generali che danno senso all'esperienza della vita: ad esempio nella società d'oggi, la conquista della ricchezza e il successo Tutti, o quasi tutti i membri di una società, in una data epoca adottano le mete che la cultura propone in una forma quasi categorica. Molti individui sottoposti ad una particolare tensione per il raggiungimento della meta si chiedono quale dei procedimenti disponibili sia più efficace e meno costoso. Ne consegue che «il procedimento che si mostra più efficace tecnicamente, non importa se sia più o meno legittimo culturalmente, viene preferito alla condotta prescritta culturalmente. La società propone anche gli strumenti istituzionali idonei (e legittimi) per conquistare dette mete. La società del nostro tempo sovradimensiona l'importanza di alcune mete, mentre non sottolinea - con altrettanta importanza- le procedure istituzionali che devono essere adottate per il perseguimento dello scopo condiviso

  19. Modalità di adattamento La meta del successo, valutata in termini della quantità di denaro guadagnato e dell'acquisizione di beni materiali, viene condivisa da tutti, indipendentemente dall'appartenenza sociale di ciascuno, ed assume un valore preminente si possono verificare cinque modalità di adattamento articolate in una tipologia che fa parte, ormai, del discorso sociologico classico. modi di mete mezzi adattamento culturali istituzionali 1.conformità + + 2.innovazione + - 3.ritualismo - + 4.rinuncia - - 5.ribellione + + - -

  20. Conformità e innovazione:adattamento La conformità rappresenta la modalità di adattamento più comune; senza di essa non ci sarebbe la possibilità di vivere in una società. In questo caso vengono pienamente accettati sia i valori propagandati dalla cultura sia i mezzi indicati per ottenere lo status congruo con lo stile di vita che viene ad essi associato. L'innovazione comporta l'accettazione delle mete culturali e, dunque, dei valori socialmente approvati, ma una presa di distanza nei confronti dei mezzi istituzionali. L'innovatore opta per l'uso di mezzi tecnicamente idonei a perseguire la meta anche se è ben consapevole che si tratta di mezzi socialmente non approvati. Secondo Merton i white collar crimes studiati da Sutherland rientrano in questa categoria. Questa soluzione è, naturalmente, diffusa un po' in tutti gli strati sociali, anche se alcuni strati sembrano più inclini di altri ad optare per questa forma di adattamento

  21. Le classi inferiori coloro che appartengono alle classi inferiori nei cui confronti opera, la maggiore pressione ad un comportamento deviante. Il sistema della stratificazione mette in evidenza che gli strati inferiori accettano, come tutti gli altri, il mito della ricchezza Anche se, di fatto, le possibilità effettive a loro disposizione per agire istituzionalmente al fine di procacciarsi delle grandi ricchezze praticamente sono inesistenti; questi ceti non sono indotti a criticare la struttura sociale e politica che li colloca in una condizione di palese svantaggio rispetto agli strati superiori L'intreccio fra queste condizioni non compatibili reciprocamente produce devianza.

  22. Altre forme di adattamento: rituale e/o rinuncia L'opzione rituale riguarda, coloro che respingono le mete ma accettano i mezzi. Il burocrate iperattivo o l'impiegato forzatamente innamorato della sua routine esprimono le frustrazioni proprie di chi non ha la possibilità concreta di raggiungere la meta del successo ma necessita di un conforto psicologico compensatorio. La rinuncia, impropriamente, si configura come un tipo di adattamento: rinuncia, infatti, colui che non accetta né le mete né i mezzi istituzionalmente previsti per raggiungerle. Chi rinuncia abbandona il gioco definito dalla struttura socio-culturale in termini di esasperata competitività e si mette ai margini della società.

  23. La ribellione prima il rifiuto delle mete e dei mezzi codificati, La ribellione, comporta una doppia scelta poi l'assunzione di nuove mete e di nuovi mezzi Il ribelle combatte per una struttura socio-culturale alternativa a quella da cui ha preso la distanza. Il rifiuto dei valori dominanti e dei mezzi prescritti per realizzarli si accompagna con l'impegno per sostituirli con altri valori in vista di una rifondazione radicale del sistema sociale.

  24. L’analisi di Merton Il principio sociologico generale che emerge dall'analisi mertoniana è che non tutti dispongono delle medesime chances per raggiungere legittimamente gli obiettivi di status definiti con forza dallo stesso processo di socializzazione. Età, sesso, classe sociale di appartenenza possono costituire un'agevolazione oppure un ostacolo per il successo. Le differenti classi sociali sono soggette in maniera differenziale all'influenza anomica. La tipologia definita da Merton va letta per l'appunto come serie di modalità di adattamento ad una condizione sociale anomica.

  25. Albert K.Cohen Cohen sottolinea che il giovane quando devia adotta un orientamento irrational, malicious and unaccountable; evidenzia cioè alcuni aspetti generali e tipici della psicologia giovanile che si riflettono sull'atto deviante un contributo importante sulla subcultura della devianza Altro aspetto rilevante della sua analisi sui Ragazzi delinquenti (1955) è dato dall'ipotesi che la devianza, anzi più precisamente la delinquenza giovanile sia un'espressione caratteristica delle classi socialmente inferiori.

  26. Analogia con Merton I giovani, indifferentemente rispetto alla loro appartenenza sociale, vengono valutati sulla base di un complesso di valori che caratterizza l'american way of life tipico della classe media. In funzione di questo apparato valoriale e normativo ci si trova di fronte ad «un sistema di qualificazione sociale in cui i giovani di livelli sociali diversi possono essere e sono posti direttamente a confronto in base allo stesso complesso di criteri basati sull'acquisività. La capacità generale di successo, connessa con la classe di appartenenza, relegheranno sul fondo della piramide sociale i giovani appartenenti alle classi sociali più svantaggiate, non direttamente a causa della loro posizione di classe in quanto tale, ma perché a causa degli handicap connessi con la classe che agiscono da remora per loro, essi mancano delle qualifiche personali richieste.

  27. Scontento sociale Ii giovani di classe inferiore hanno dei problemi di adattamento dovuti al confronto con gli standard di comportamento definiti dalla classe media; la subcultura delinquente è una delle risposte possibili a questi problemi. Dove le opportunità di successo sono connesse con la classe, si produrrà lo scontento sociale nella misura in cui il sistema di qualificazione è democratico

  28. Soluzioni rispetto allo svantaggio sociale I ragazzi che appartengono originariamente alla classe inferiore possono adottare rispetto allo svantaggio della condizione di partenza una di queste tre soluzioni che va letta - in una chiave mertoniana - come una soluzione ad un problema di adattamento: a) una certa quota di ragazzi della classe operaia si impegna in una forma straordinaria in un percorso di vita che ricopia lo schema tradizionale dei giovani di classe media (è la soluzione da college boys): in questo caso il successo scolastico rappresenta la porta di ingresso verso il successo in generale e l'adesione piena ai valori dominanti; b) per molti la “prova” dell'esperienza scolastica fallisce; ci si trova allora un lavoro tipico da membro della classe inferiore, senza uno sbocco stimolante in termini di carriera e ci si adatta ad una condizione di vita che respinge in parte i valori della classe media senza però entrare in una condizione di aperto conflitto (è la soluzione da corner boys); c) alcuni, infine, adottano la soluzione delinquente: respingono energicamente gli standard di vita della classe media ( sia pure con l'ambivalenza dovuta alla socializzazione primaria), ricercano l’unione tra ribelli e riattivano il processo di autostima intraprendendo delle attività di banda. La gang rappresenta un medium sociologico imprescindibile per motivarsi reciprocamente nell'attività tipica dei delinquenti. La subcultura delinquente ha, principalmente, la funzione di legittimare l'aggressività.

  29. Matza vede nel deviante un individuo che partecipa al sistema dei valori legittimo e si pone il problema di spiegare perché il deviante è tale, pur conoscendo e condividendo le regole di comportamento degli altri membri della società Per Matza (1964) la definizione sociale della devianza discende dal conflitto fra il senso attribuito all'atto deviante dai devianti e il senso dato allo stesso atto dagli altri soggetti. Sykes e Matza (1957) sostengono che, in un contesto in cui i valori e le norme rappresentano delle guide per l'azione di carattere flessibile, il deviante può elaborare delle giustificazioni della propria azione, adducendo motivazioni che legittimano dal suo punto di vista la sospensione di una norma morale o legale e gli consentono di sentirsi autorizzato a trasgredire.

  30. Tecniche di neutralizzazione L'ingresso nella devianza non implica l'interiorizzazione dei valori di una sottocultura contrapposta all'ordine sociale dominante, ma l'apprendimento delle “tecniche di neutralizzazione” che consentono all'individuo di continuare a considerare legittime le regole che sta violando. • Le tecniche di neutralizzazione individuate sono cinque: • la negazione della responsabilità • la negazione del danno • la negazione della vittima, • la condanna di chi condanna • il richiamo a lealtà di ordine più elevato. La neutralizzazione spiegherebbe l'inclinazione di un individuo a compiere atti devianti in quanto la sospensione della fedeltà ai valori sociali libera l'individuo e lo pone alla deriva. La condizione di deriva è aperta sia al reingresso nella conformità sia al proseguimento sulla strada della devianza.

  31. la teoria del legame sociale di Hirschi (1969). Il comportamento convenzionale è il frutto dell'influenza delle norme interiorizzate, della coscienza e del desiderio di approvazione. L'individuo è libero di accedere alla devianza Hirschi pone i comportamenti su di una scala che va dalla conformità alla devianza Hirschi chiama in causa la natura dei legami sociali e associa la devianza al loro indebolimento o alla rottura.

  32. I legami sociali I legami sociali sono costituiti da quattro elementi: l'attaccamento, il coinvolgimento, l'impegno e la convinzione. Un individuo compie un reato quando i vincoli che lo legano alla società perdono di forza e di efficacia nel trattenerlo dal seguire le proprie inclinazioni e i propri interessi. il coinvolgimento è espresso dal tempo e dalle risorse dedicate alla partecipazione ad attività convenzionali (tanto più tempo è dedicato allo studio, allo svago, ecc. tanto meno ne resta per compiere atti devianti); L'attaccamento è dato dalla forza dei legami verso altri significativi (i genitori, gli amici, i modelli di ruolo) o verso le istituzioni (la scuola, l'associazione); la convinzione, infine, consiste nel riconoscimento della validità delle norme vigenti. l'impegno è costituito dall'investimento sotto forma di istruzione, reputazione, posizione economica;

  33. L'indebolimento della coesione sociale La teoria del controllo sociale pone, in relazione l'aumento dei comportamenti devianti con l'indebolimento della coesione sociale. La devianza è assunta come un dato naturale in una società. La libertà di adottare comportamenti devianti si riduce o si estende a seconda della presenza e dell'intensità degli elementi costitutivi dei legami sociali. Gli individui agiscono spinti dalla ricerca dell'autoconservazione e della gratificazione; il vivere sociale è reso possibile dall'ordine morale formato dalle regole, che gli individui interiorizzano nel corso della socializzazione; il legame con l'ordine sociale, imperniato sui quattro elementi individuati, è la condizione per il mantenimento della conformità In quest'approccio, che si fonda su di una concezione pessimistica della natura umana, ritenuta moralmente fragile e bisognosa di freni e di controlli, è proprio la conformità a dover essere spiegata, piuttosto che la devianza.

  34. teoria generale della criminalità o teoria del basso autocontrollo Secondo Gottfredson e Hirschi (1990) Il crimine non nasce da motivazioni o bisogni specifici ma dalle pulsioni di tipo egoistico quando vi è un basso grado di autocontrollo. I tratti della personalità individuale – come l'impulsività, l'insensibilità, l'egocentrismo e le capacità intellettive - assunti in età precoce durante il processo di socializzazione influenzano la capacità di autocontrollo degli individui. Se le caratteristiche potenzialmente criminali sono parte costitutiva della natura umana, la possibilità di intraprendere una carriera deviante viene a dipendere dal successo o dal fallimento del processo di socializzazione. l'atto deviante, da un lato, è compiuto dal soggetto sulla base di un'aspettativa di gratificazione e del calcolo dei costi e dei benefici che ne scaturiscono, che configurano una disposizione razionale da parte del deviante, e, dall'altro, presuppone delle condizioni favorevoli esterne e interne al soggetto.

  35. La labelling theory lo studio della devianza deve spostare il suo fuoco dall'attore e dall'atto verso l'opinione pubblica L'innovazione sta proprio in uno spostamento di attenzione dal comportamento alla reazione sociale La devianza non è un'azione qualificata intrinsecamente come tale, ma piuttosto l'effetto dell'applicazione di certe regole e delle sanzioni correlate da parte di alcuni (gli etichettatori) a danno di altri (i trasgressori). Il nuovo orientamento mette radici prima nella sociologia statunitense e poi in quella europea, dominando la scena per oltre vent'anni. Viene individuato con nomi diversi: teoria interazionista,transazionale, della reazione sociale ma il più delle volte con l'espressione fortunata di labelling theory Interessati ai meccanismi di etichettamento che rappresentano la reazione sociale alla devianza. L'ottica è innovativa perché si sostiene che non è la devianza che genera il controllo sociale ma all'opposto è il controllo sociale che porta alla devianza.

  36. Edwin M. Lemert devianza primaria e devianza secondaria rappresenta uno dei concetti fondanti della teoria dell'etichettamento. La reazione della società trasforma un fatto episodico; la disapprovazione, l'isolamento sociale la degradazione che ne consegue stabilizzano la devianza. Il comportamento deviante diventa uno strumento di difesa da usare per fronteggiare i problemi posti dalla reazione sociale. La devianza primaria ha delle implicazioni marginali anche per la struttura psichica del soggetto che non si vede costretto a riorganizzare il suo progetto di vita complessivo. La devianza secondaria, invece, vede una stabilizzazione del comportamento deviante, la ripetitività lo rende abitudinario con la conseguenza, in certo modo, di professionalizzarlo e di contagiare anche gli altri ruoli che non avrebbero una connessione diretta con l'atto deviante medesimo. il deviante non rimane sempre passivo ma organizza una risposta a chi lo etichetta. Il quadro normativo difeso con l'azione del labelling diventa oggetto di conflitto e si colloca, non di rado, al centro della dinamica politica di una data società

  37. Goffman il tema della devianza in relazione ai processi di costruzione dell’identità sociale. Nella sua analisi del rapporto fra ruolo e identità, Goffman (1956) individua tre componenti del ruolo: l’aspetto normativo, l’aspetto tipico, costituito dagli attributi associati alla persona che adotta il ruolo, l’aspetto dell’interpretazione, che fa riferimento al contesto di interazione nel quale il ruolo viene assunto

  38. Stigma, Goffman (1963 Lo stigma è quell’attributo personale (una qualità fisica o culturale, come il colore della pelle, la deformità, l'handicap, l'omosessualità, la religione) la cui osservazione suscita negli altri un dubbio sull’identità sociale del soggetto, in quanto pone il problema dell’adeguatezza fra identità virtuale e identità reale. Nell’opera Stigma, Goffman (1963) afferma Un atto deviante è tale quando trasgredisce una norma; per Goffman la trasgressione ha per oggetto un tipo specifico di norme, che regolano l’identità. Ogni individuo è dotato di un’identità sociale: un complesso di segni esteriori definisce il suo status sociale e stabilisce le modalità di rapporto che gli altri possono intrattenere con lui. L’identità personale che si va così a costruire è composta di due dimensioni: una virtuale, che è attribuita all’individuo sulla base della sua apparenza, e l’altra reale. l’individuo portatore di stigma cerca di gestire lo scarto tra le due dimensioni della sua identità, attraverso delle strategie di controllo dell’informazione sociale, che sono volte a far dimenticare o a servirsi dello stigma stesso quando lo stigma è riconoscibile e palese, oppure a evitarne lo svelamento quando lo stigma è nascosto. Si pone, dunque, per Goffman il problema di spiegare quando un attributo si trasforma ed è riconosciuto dagli altri come stigma. In teoria qualsiasi attributo può divenire uno stigma; poiché il passaggio da attributo a stereotipo avviene nel corso dell’interazione faccia a faccia, l’autore sottolinea che non è il possesso dello stigma in sé ma il tipo di rapporto sociale in cui il soggetto è coinvolto a determinare il sorgere della devianza. Il deviante è, perciò, il soggetto che è portatore di uno stigma, che ha scarse possibilità di controllare l’informazione per lui discreditante, e che, infine, è posto in contesti poco favorevoli alla gestione di un’identità segnata dallo stigma.

  39. Le teorie radicali: devianza, controllo sociale e capitalismo teorie conflittuali una versione pluralista ed una versione marxista Karl Marx non si era mai occupato in forma sistematica né di devianza né di crimine eppure il suo pensiero ed il suo metodo vengono ripresi all'inizio degli anni Settanta da un gruppo di autori accomunati da un orientamento più radicale di quello della labelling theory, che viene denominato da alcuni Radical Criminology. La teoria dell'etichettamento viene politicizzata nel senso che la reazione sociale viene riferita quasi unicamente all'intervento repressivo dello Stato e nel senso che la devianza viene apprezzata in quanto azione politica contestatrice. La devianza viene considerata come "un'azione cripto-politica primitiva". La versione pluralista (o liberale, alla Dahrendorf) sottolinea la rilevanza delle dinamiche fra gruppi sociali in competizione per l'autorità. La soluzione dei problemi emersi per effetto del conflitto, d'altronde, viene coerentemente affidata alla mediazione politica ed al suo potere di riformare il quadro normativo.

  40. Teorie marxiste Il marxismo classico in primis, l'influenza critica di Marcuse e della Nuova Sinistra formano un paradigma eterogeneo che collega devianza e controllo sociale alle caratteristiche strutturali del capitalismo. Gli elementi tipici dell'approccio dei radicals comprendono una visione conflittualista dell'ordine sociale basata sul principio della diseguaglianza e della divisione in classi sociali di matrice nettamente marxiana. La differenza tra le classi comporta lo sfruttamento della classe lavoratrice da parte di una classe dominante che controlla i mezzi di produzione e lo Stato. La devianza di conseguenza non si può concepire genericamente, così come non ha senso definire il crimine in termini meramente giuridici. La devianza è devianza di classe. E' crimine ciò che la classe dominante ha l'interesse a definire tale; ma il crimine è anche la reazione alle condizioni di vita proprie della classe sociale di appartenenza. La classe lavoratrice delinque perché attraverso il crimine trova una via di sopravvivenza a fronte delle sue misere condizioni di vita. Questa “nuova” teoria della devianza e della criminalità, più specificatamente, vuol riportare le cause dell'azione deviante alle trasformazioni della società industriale avanzata e prospetta un'economia politica del crimine che rappresenterà, poi, al tempo stesso il suo limite

  41. Assunto della razionalità Le principali teorie che hanno adottato uno dei due schemi di analisi della devianza basato sull'assunto della razionalità dell'individuo sono • la teoria degli stili di vita, • la teoria delle attività di routine • la teoria cognitiva. La teoria degli stili di vita utilizza il concetto di rischio per spiegare la vittimizzazione. La teoria delle attività di routine (Cohen e Felson 1979) si propone di individuare i fattori che influiscono sulla decisione di commettere un atto deviante. Le teorie razionali recuperano la prospettiva teorica della scuola classica, che analizza la devianza a livello micro e fa discendere il comportamento deviante dalla decisione libera e autonoma dell'individuo.

  42. Teoria della attività di routine Sono le attività di routine a mettere in contatto aggressori e vittime. Perché si compia l'atto criminale sono necessari più elementi: aggressori motivati, obiettivi o vittime designati (un bene da prendere, una persona da assalire) e assenza di guardiani (i poliziotti, ma anche tutti coloro, parenti, amici passanti, la cui presenza agisce come deterrente). L'incontro fra questi elementi avviene durante lo svolgimento e grazie alle attività di routine. Le differenze e i cambiamenti delle routine determinano le diverse probabilità rispettivamente di compiere e di essere vittime di atti criminali. Certi soggetti o certi luoghi sono più esposti alla criminalità rispetto ad altri a causa delle modalità di interazione sociale e degli schemi di routine. Per la comprensione del comportamento deviante occorre, dunque, considerare non solo la prospettiva del deviante - le sue caratteristiche così come le sue motivazioni -, ma anche gli altri elementi del contesto in cui l'atto avviene: la presenza di qualcosa o di qualcuno cui l'atto deviante si indirizza e l'assenza di controlli o di fattori di contesto inibenti la devianza. Se manca uno solo dei tre elementi indicati il reato non può avvenire.

  43. La teoria degli stili di vita L'attenzione si appunta non sugli autori dei reati ma sulle vittime degli atti criminali. La probabilità di rimanere vittima di un reato è legata allo stile di vita adottato dall'individuo. Ma lo stile di vita, che comprende sia le attività di lavoro che quelle del tempo libero, dipende dal ruolo sociale, dalla posizione nella struttura sociale e dalla componente razionale delle scelte di comportamento. Le esperienze di vittimizzazione sono, dunque, prevedibili, sulla base delle variazioni degli stili di vita indotti dalla collocazione sociale degli individui. La teoria degli stili di vita utilizza il concetto di rischio per spiegare la vittimizzazione.

  44. Le teorie razionali Le teorie razionali recuperano la prospettiva teorica della scuola classica, che analizza la devianza a livello micro e fa discendere il comportamento deviante dalla decisione libera e autonoma dell'individuo.

  45. Genere e devianza Le teorie della criminalità femminile elaborate negli anni Settanta leggono i mutamenti nella propensione delle donne alla devianza all'interno del processo generale di cambiamento della condizione femminile. Secondo un primo approccio l'inserimento della donna nella società ne comporta la maschilizzazione, che, tra l'altro, si traduce nel più frequente coinvolgimento in attività criminali. Una variante di quest'approccio fa riferimento alle opportunità di commettere un atto deviante: la partecipazione alla vita sociale e al mondo del lavoro, favorendo le occasioni di devianza, dovrebbe portare ad una crescita del tasso di criminalità femminile.

  46. Riferimento al genere Hagan (1989) sostiene che per spiegare il fenomeno della delinquenza occorre guardare al modo in cui la struttura di classe della famiglia modella la riproduzione sociale delle relazioni di genere, che a sua volta condiziona la distribuzione sociale della delinquenza (teoria del controllo del potere). Le modalità attraverso le quali i genitori assolvono i compiti di assistenza, di protezione e di socializzazione dei bambini ai ruoli della vita adulta, producendo differenze di genere relative all'accesso a determinati tipi di attività con margini di libertà o contenuti di rischio elevati, si traducono in una più forte esposizione degli uomini alla devianza e in una maggiore protezione delle donne dalla stessa. Il divario di genere nel comportamento deviante si allarga in presenza di strutture familiari patriarcali e si restringe quando si diffonde il modello egualitario di famiglia. Rispetto alle teorie sulla criminalità femminile, gli approcci alla devianza che fanno uso del concetto di genere si propongono di spiegare sia il comportamento maschile che quello femminile. All'interno della produzione scientifica sulla devianza nella prospettiva di genere un ampio spazio non possono non occupare le teorie femministe, che si sono diversificate seguendo vari indirizzi analoghi a quelli della criminologia tradizionale (femminismo liberale, radicale, marxista e socialista).