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Lavoro proposto dalla Scuola Media Statale A. Torre di Vallo della Lucania (SA) per il progetto Insediamenti monastici e conventuali per le province di Salerno e Avellino

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Presentation Transcript
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Scuola Secondaria di Primo Grado

ad indirizzo musicale "Andrea Torre"

SETTIMANA DELLA CULTURA

21 Aprile 2010

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I monaci Basiliani sono monaci che si

ispirano alla regola dettata da San Basilio

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I secoli successivi all’impero Romano furono caratterizzati dalla diffusione

del cattolicesimo.

Nella metà del IV d.C. i monaci Basiliani di distinguevano per i luoghi di culto

scavati nella roccia e poi affrescati: le famose cripte basiliane. Verso il secolo

VIII d.C. i monaci venuti dall’oriente trovarono riparo nelle terre salentine.

Man mano però si dispersero per tutto il meridione vivendo nelle grotte. In tanto maturarono i contrasti tra la chiesa latina di Roma e quella greca.

Allora i basiliani stimolano nuove esperienze religiose di cui resta testimonianza nella vita delle grotte decorate da affreschi in cui trovano rifugio i fedeli.

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Una testimonianza dei monaci basiliani nel Cilento

è la Badia di Pattano.

Il complesso monumentale sorge a circa un

chilometro dal borgo di Pattano.

La Badia appare al visitatore come una sorta di

masseria fortificata, cinta di mura

che delimitano non solo l’insieme dei corpi di fabbrica,

il cui profilo emerge da lontano

in un mare di olivi,ma anche una vasta area agricola

destinata alla coltivazione

ed ai lavori rustici, oggi in gran parte piantata di agrumi.

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Per chi giunge a Vallo dalla vecchia strada statale 18, Pattano è la prima fra le tre frazioni del Comune che si dispiega all’occhio del turista con la pittoresca articolazione del suo centro storico, tutto raccolto intorno alla chiesa di S. Maria Dell’Assunta, perfettamente integrata nel coro delle tipiche costruzioni, prospicienti la Piazza Aranci.

La chiesa di Santa Maria dell’Assunta risale al 1600, quando la principessa Costanza di Monteleone decise di donare il terreno e di occuparsi di buona parte degli oneri di costruzione, a patto che la prima messa fosse dedicata esclusivamente a lei. Ma, per volontà o per dimenticanza, ciò non avvenne, e , non essendo stata nemmeno invitata all’inaugurazione, la principessa ordinò immediatamente l’interdizione della chiesa. Nel 1806 l’edificio fu riaperto,essendo passato sotto il patronato regio, e , dopo l’unità d’Italia,divenne parrocchia di Pattano, sostituendo quella abbaziale di Santa Maria.

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Al suo interno si possono ammirare un tabernacolo di legno con la pisside per il Sacrameno,ed un battesimo particolarmente suggestivo.

Non lontano dal centro abitato sorge l’importantissimo insediamento della Badia di Pattano, complesso monastico sorto intorno all’ottavo-nono secolo dopo Cristo, ad opera di monaci orientali, giunti sulle coste dell’Italia meridionale nella fuga delle persecuzioni iconoclaste degli imperatori bizantini Leone III e di suo figlio Costantino Copronimo.

Indipendente dalle vie di approdo i monaci orientali trovarono nel territorio usi e costumi diversi che ricalcavano il loro stile di vita.

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Avvolti dal riecheggiare di modelli ellenici, nel silenzioso isolamento del territorio di Cilento i monaci lasciarono le tracce della cultura bizantina,scadendo anche in quest’area le tre fasi della vita monastica:da quella eremitica, più confacente al monachesimo egiziano, fatta di vita ascetica e isolata, passando per quella lauritica, in cui alla solitudine si affiancavano momenti di preghiera insieme, a quella cenobitica, le cui regole di vita comunitaria fra preghiere e lavoro furono dettate nel IV secolo da S. Basilio, che, sebbene non avesse mai fondato un ordine, influenzò la vita spirituale dei suoi seguaci, da lui, successivamente, detti basiliani.

Della vita cenobita della Badia di Pattano si fa cenno nei Discorsi sulla Lucania dell’Antonini, riportano notizia di una divisione fra i Monaci di S.Maria e tale Adolisio risalente al 993.

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Da ciò si può desumare che la fondazione sia di molto precedente alla datazione citata dallo storico settecentesco, se a quella data la Badia possedeva già ingenti proprietà. Presunzione riconfermata dalla successiva traccia documentale del 1034, da cui si rivela l’importanza raggiunta a quell’epoca dal cenobio bizantino di Pattano, venendo il suo egumeno Nikodemo eletto arbitro di una contesa egumeni di altri due monasteri (Brancati di S.Giorgio ai due fiumi e Aresti di S.Maria de Verricello) . S.Maria di Pattano è citata in successivi documenti del 1144, 1271,1368, fino a comparire nel Liber Visitationis di Athanasions Chalkeopoulos fra i n 78 monasteri italo-greci dell’Italia meridionale visitati fra il primo ottobre 1457 e il 5 aprile 1458 dalla Commissione presieduta dall’archimadrita.

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La visita si concluse proprio a S. Maria di Pattano, dove Chalkeopoulos sostò dal 30 marzo al 5 aprile del 1458, e dalla non rosea situazione delineata nella relazione si comprende perché di li a poco il monastero fu soppresso ad opera di Pio II o forse da Paolo III, che lo dono in commenda al figlio di Ferdinando I di Aragona, Giovanni.

Da questo momento la degradazione strutturale dell’abbazia fu progressiva, fino al definitivo incameramento dei beni ecclesiastici e l’acquisto della proprietà, nel secondo ‘800, da parte rev.Agostino Giuliani gia affittuario del complesso . Al tempo della sua fondazione la vita del complesso abbaziale ruotava intorno Monastero, nei suoi due vani a piano terra, dalle volte a crociera, collegati da un passaggio da volta a botta e con accesso ai due vani del piano superiore tramite una scala con ballatoio. Di evidente stampo bizantino la colonna con capitello tronco- piramidale e sovrastante abaco aggettante che regge le arcate del cenobio.

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Attigua al cenobio si erge la Chiesa di S. Maria, indubbiamente alteratala interventi successivi nella sua primordiale strutturazione, ma ancora suggestiva testimonianza di chiesa bizantina con la sua navata ad andamento est-ovest,lunga 24 metri e larga 7,20, e la sua struttura muraria originaria fatti di blocchi di calcare tenuti insieme da cocci di cotto e malta. Dei due ingressi, il principale, non praticabile, è posto sulla facciata, costituito da un arco con lunetta, sormontato da una finestra e un oculo. L’altro e sulla parete destra della navata in cui sono inscritte tre monofore. Di fronte all’ingresso principale c’è l’arco trionfale acuto, che oggi appare ostruito, con un’aperture sulla sinistra dalla quale si accede all’abside , la cui base poligonale a 5 lati ricalca le linee gotiche, immaginabili nei settori ogivali della volta, i cui unici segni rimasti sono gli innesti delle sei colonne dalle quali dipartiva l’ossatura.

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S.Maria rappresenta un tipico esempio di cattolicòn, dalle dimensioni ridotte, navata rettangolare con abside circolare aggettante, campanile sul lato destro; ma sull’impianto squisitamente bizantino, in cui le due cappelle laterali della chiesa avevano la funzione di absidi minori, sono intervenuti successive modificazioni, sia strutturali- come il quasi certo allungamento della navata-che pittoriche, come i resti dell’affresco raffigurante S.Chiara (parete sinistra), o del giglio angioino (parete destra), databili intorno al 1600, sicuramente non coevi agli altri elementi pittorici presenti sulle pareti e certamente di stile greco (come affermato anche dal De Giorni e dal Cerino). A destra della Chiesa a circa un metro e mezzo di distanza, si erge il Campanile o, più precisamente la torre campanile (X-XI secolo), avente anche funzioni civili di torre semaforica di avvistamento, alta più i 15 metri, base quadrangolare larga 2 metri e 50 cm.

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La Torre si articola in cinque ordini, divisi da quattro marcapiani: i tre superiori costituiti da una duplice fila di mattoni, che spiccano per il diverso cromatismo sulla muratura calcarea; il primo, invece, presenta tre stati mattoni sovrapposti, fra altre due fila di laterizi, in una tipica decorazione bizantina vuoto-pieno di grande effetto.

Sormontano da una cuspide, di recente e grossolana fattura, il Campanile risulta alleggerito dalla serie di bifore, monofore e aperture praticate negli ordini, di cui molte occluse per conferire stabilità alla quasi millenaria struttura, e, comunque, non tutte contemporanee fra loro, se quelle del primo ordine risultano evidentemente bizantine, mentre quelle degli ordini sovrastanti tradiscono influssi islamici negli archi a sesto acuto.

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Annessa al complesso della Badia di Pattano, si erge, sui resti di un impianto romano VI-VII secolo, la chiesa di S.Filadelfo databile fra il X e l’XI secolo. La sua struttura ha subito, nel corso dei secoli, diversi rimaneggiamenti; ma l’architettura doveva consistere in un unico ambiente a piana rettangolare, con orientamento verso est, tipico della più antica tradizione ecclesiastica greca e latina. Ai lati dell’abside aggettante decentrata, posta in prossimità dello spigolo destro della parete orientale, erano forse ricavate due nicchie.

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. La cappella era interamente affrescata. Alla fase più antica risalgono i dipinti del primo strato della contraffacciate- raffiguranti una teoria di santi, di cui sono rimasti pochi lacerti- e gli affreschi dell’abside, segnati da una diversa tendenza pittorica, e divisi in tre registri nel catino l’Ascenzione, nel cilindro la vergine orante tra i dodici apostoli- nella parte superiore- e nove vescovi in quella inferiore. Di fase successiva, raffigurazioni del secondo strato della contraffacciata, fra cui un ipotetico “Sacrificio di Sacco”e quelle dei santi dipinti, a coppie di due, nei quattro sottarchi del diaframma che separa le navate. Questi, come gli altri residui di affreschi, rappresentano nel quadro della cultura bizantina X-XI secolo una testimonianza della produzione di tale arte dell’Italia meridionale, che richiama quelle aree bizantine, quali la Grecia, la Cappadocia, il Caucaso.

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All’ultima stagione decorativa, del tardo XVI secolo, l’unica superstite, raffigurante, nei propri spezzoni, episodi miracolosi della vita di S.Filadelfo. Di grande interesse la Necropoli Lucana di tipo monumentale, risalente al IV-III secolo a.C.., denominata “Chiusa dalle Grotte”, costituita da una area adibita allo svolgimento dei riti funebri, con al cento diverse e di sepoltura. Vi sono state rinvenute cinque tombe a camera, realizzate con pietre ARENArie finemente tagliate e posizionate a doppio spiovente, che nascondono la camera sepolcrale (di pianta rettangolare),a cui si accede attraverso uno stretto corridoio interno.

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Molto più numerose sono le sepolture a cassone, costruite anch’esse con le stesse tecniche e gli stessi materiali di quelle a camera, ma prive di corridoio d’accesso. In fine abbiamo le tombe a cappuccina, che si possono definire le sepolture dei poveri: il morto, deposto in una fossa, era protetto da una semplice struttura a spiovente, fatta di tegole sovrapposte. Sono stati recuperati moltissimi oggetti di corredo funebre di particolare rilevanza archeologica e storica; questi sono conservati, senza essere esposti, nei depositi del Museo di Velia.

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Statua S. Filadelfo

La suggestiva statua di san Filadelfo, conservata fin dalle origini nella omonima Chiesa della Badia, oggetto di venerazione incessante da parte della popolazione locale, è databile al tardo X secolo. La statua, conservata provvisoriamente nel Museo Diocesano di Vallo, e la raffigurazione di un santo vestito con il tradizionale costume monastico bizantino. L’immagine si pone come una presenza inquietante, da idolo, la cui severità è sottolineata dalla piega dichiaratamente all’ingiù delle labbra.

S. Filadelfo

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La Torre Campanaria

La torre campanaria di S. Maria di pattano si configura fra le più antiche e stilisticamente suggestive dell’Italia Meridionale (X-XI secolo). Essa si presenta fabbrica tardo-medioevale di grandissima interesse, sia per la struttura snella ed ardita, sia per il gioco ornamentale che, con il suo cromatismo, rinvia in maniera evidente alla tradizione delle province meridionale dell’impero Bizantino, dalla Calabria alla Macedonia, alla Serbia.

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Santa Maria di Pattano

Il monastero di S. Maria di pattano è uno dei pochissimi cenobi Bizantini in Italia Meridionale rimasto pressoché integro. Il complesso comprende la chiesa di S. Maria, quella di S. Filadelfo, la torre ed alcuni edifici conventuali. La sua origine è molto antica, è ricordato per la prima volta in un documento del 993, sfortunatamente scomparso ma riportato mutilo dallo storico settecentesco che ne attesta l’esistenza gia alla fine del X secolo. Nel 1034un secondo istrumento, custodito nell’archivio cavense, ne testimonia l’appartenenza al rito bizantino.

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Fino almeno alla seconda metà del XV secolo quando è menzionato nel Liber Visitationis del monaco Ahanasios Chaèopoilos, incaricato da papa Callisto II de censire i monasteri di rito greco dell’Italia meridionale ancora officiati, il cenobio conservava la sua identità italo-graca, persa solo con la soppressione effettuata probabilmente da Paolo III, che la affido in commenda a Giovanni d’Aragona figlio di Ferdinando I di Napoli. Alla guida del monastero si avvicendarono nell’arco dei secoli esponenti di famiglie potenti ed aristocratiche, come quella dei Carafa o dei Pignatelli, finchè nel XIX secolo, dopo l’incameramento dei beni ecclesiastici, fu acquistato dal sacerdote Agostino Giuliani pervenendo nelle mani della famiglia che ancora in parte lo possiede.

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Il monastero è ubicato in un territorio dove sorgeva numerosi cenobi bizantini di cui si è cancellata quasi totalmente traccia eccetto che negli agiotoponimi di origine greca, in fonti agiografiche relative a santi monaci italo-greci, per esempio bios di S. Nicola da Rossano (+ 1004), e nei pochi centri ritrovabili nei documenti greci-latini molti dei quali sono confluiti nel Codice Diplomatico di Cava.