slide1 n.
Download
Skip this Video
Loading SlideShow in 5 Seconds..
Calendario delle lezioni PowerPoint Presentation
Download Presentation
Calendario delle lezioni

Loading in 2 Seconds...

play fullscreen
1 / 85

Calendario delle lezioni - PowerPoint PPT Presentation


  • 159 Views
  • Uploaded on

A. A. 2013-2014 SP 2014 Prof. ord. Uberto MOTTA Storia letteraria moderna: La letteratura dell’Italia Unita (1861-1968) martedí 17-19h, MIS 3026. Calendario delle lezioni. 1) 18 febbraio 2) 25 febbraio 3) 4 marzo 4) 11 marzo 5) 18 marzo 6) 25 marzo 7) 1° aprile

loader
I am the owner, or an agent authorized to act on behalf of the owner, of the copyrighted work described.
capcha
Download Presentation

Calendario delle lezioni


An Image/Link below is provided (as is) to download presentation

Download Policy: Content on the Website is provided to you AS IS for your information and personal use and may not be sold / licensed / shared on other websites without getting consent from its author.While downloading, if for some reason you are not able to download a presentation, the publisher may have deleted the file from their server.


- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - E N D - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
Presentation Transcript
slide1

A. A. 2013-2014SP 2014Prof. ord. Uberto MOTTAStoria letteraria moderna: La letteratura dell’Italia Unita (1861-1968)martedí 17-19h, MIS 3026

calendario delle lezioni
Calendario delle lezioni

1) 18 febbraio

2) 25 febbraio

3) 4 marzo

4) 11 marzo

5) 18 marzo

6) 25 marzo

7) 1° aprile

8) 8 aprile

9) 15 aprile

22 aprile: vacanze di Pasqua

10) 29 aprile

11) 6 maggio

12) 13 maggio

13) 20 maggio

14) 27 maggio

bibliografia 1
Bibliografia (1)

1. Manuale di riferimento

G. Contini, La letteratura dell’Italia unita 1861-1968, Firenze, Sansoni, 1968 (e successive ristampe, fino a: Milano, BUR, 2012).

2. Letture domestiche (una, a scelta, delle opere seguenti)

F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana;

G. Verga, I Malavoglia  oppure  Mastro-don Gesualdo;

G. D'Annunzio, Il Piacere;

L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal  oppure  Uno, nessuno e centomila;

I. Svevo,  La coscienza di Zeno.

bibliografia 2
Bibliografia (2)

3. Ulteriore bibliografia

G. Contini, La letteratura italiana. Otto-Novecento, Milano, Accademia, 1974.

Letteratura italiana. Le opere, diretta da A. Asor Rosa, vol. 3 (Dall’Ottocento al Novecento) e 4/I-II (Il Novecento), Torino, Einaudi, 1995-1996.

Testi nella storia, a cura di C. Segre e C. Martignoni, voll. 3 e 4, Milano, Bruno Mondadori, 1996.

Manuale di letteratura italiana. Storia per generi e problemi, a cura di F. Brioschi e C. Di Girolamo, vol. 4, Dall’unità d’Italia alla fine del Novecento, Torino, Bollati Boringhieri, 1996.

Storia della letteratura italiana, diretta da E. Malato, vol. 8 (Tra l’Otto e il Novecento) e 9 (Il Novecento), Roma, Salerno, 1999-2000.

Storia della letteratura italiana, 5, L’Ottocento, a cura di R. Bonavita, Bologna, Il Mulino, 2005.

Storia della letteratura italiana, 6, Il Novecento, a cura di A. Casadei, Bologna, Il Mulino, 2005.

Atlante della letteratura italiana, a cura di S. Luzzatto e G. Pedullà, vol. 3, Dal Romanticismo a oggi, Torino, Einaudi, 2012.

1861 1968
1861-1968
  • l'età postunitaria (1861-1903), tra verismo e simbolismo, estetismo e decadentismo;
  • l'età ‘giolittiana’ o delle avanguardie primonovecentesche (1903-1918);
  • l'epoca tra le due guerre (1918-1945), con le diverse forme di 'rilettura' della tradizione coeve all'avvento della dittatura fascista;
  • l'età del secondo dopoguerra (1945-1968), tra nuovo realismo e nuova avanguardia.
l et postunitaria 1861 1903
l'età postunitaria (1861-1903)
  • F. De Sanctis (n. 1817)

1870-71: Storia della letteratura italiana

  • G. Carducci (n. 1835)

1875-1898: Giambi ed epodi (1882), Rime nuove (1889), Odi barbare (1893), Rime e ritmi (1898)

  • G. Verga (n. 1840)

1880 Vita dei campi, 1881 I Malavoglia, 1883 Novelle rusticane, 1889 Mastro-don Gesualdo

  • A. Fogazzaro (n. 1842)

1896, Piccolo mondo antico

  • La Scapigliatura (1860-70)

C. Dossi (1849), Vita di Alberto Pisani, 1870; G. Faldella (1846); V. Imbriani (1840)

  • G. Pascoli (n. 1855)

1891 prima edizione di Myricae, 1903 Canti di Castelvecchio

  • G. D’Annunzio (n. 1863)

1889-1896 i grandi romanzi, da Il Piacere a Le vergini delle rocce; 1903 Alcyone

  • I. Svevo (n. 1861)

1892-98 Una vita e Senilità

  • L. Pirandello (n. 1867)
l et giolittiana 1903 1918
l'età giolittiana (1903-1918)

Luigi Pirandello

1904 Il fu Mattia Pascal

1921 Sei personaggi in cerca d’autore

1922 Enrico IV

1926 Uno, nessuno e centomila

Italo Svevo

1923 La coscienza di Zeno

Benedetto Croce

1902 Estetica; 1909 Logica come scienza del concetto puro; 1913 La letteratura della nuova Italia

  • Crepuscolari

Gozzano (La via del rifugio, 1907; I colloqui, 1911), Govoni (Le fiale e Armonia in grigio et silenzio, 1903), Moretti (Poesie scritte col lapis, 1911)

  • Futurismo

1912, Manifesto tecnico della letteratura futurista

  • Vociani

(G. Papini, R. Serra, P. Jahier, S. Slataper)

Clemente Rebora, Frammenti lirici (1913)

Dino Campana, Canti orfici (1914)

CamilloSbarbaro, Pianissimo (1914)

tra le due guerre 1918 1945
Tra le due guerre (1918-1945)
  • “La Ronda” (1919-23)
  • “Solaria” (1926-36)

Tre grandi poeti

Saba (1883)

Ungaretti (1888)

Montale (1896)

  • Gadda, classe 1893
  • Cardarelli (Poesie: 1936), Cecchi (Pesci rossi: 1920),Bacchelli (Il mulino del Po: 1938-40)
  • E. Vittorini (Conversazione in Sicilia: 1941)
  • Il Canzoniere (1921-1961)
  • L’Allegria (1931), Sentimento del tempo (1936)
  • Ossi di seppia (1925), Le occasioni (1939)
  • L’Adalgisa (1940-1944), La cognizione del dolore (1936-1963), Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1945-1957)
gli anni trenta la poesia l ermetismo
Gli anni Trenta: la poesia (l’ermetismo)

1930, S. Quasimodo, Acque e terre

1932, S. Quasimodo, Oboe sommerso; A. Gatto, Isola; C. Betocchi, Realtà vince il sogno

1933, G. Ungaretti, Sentimento del Tempo; S. Solmi, Fine di stagione; L. De Libero, Solstizio La violetta notturna, a c. di R. Poggioli

1934, A. Bertolucci, Fuochi in novembre; V. Cardarelli, Giorni di piena N. Lisi, Paese dell’anima

1935, M. Luzi, La barca L. Fallacara, Confidenza

1936, L. Sinisgalli, 18 poesie; V. Cardarelli, Poesie; C. Pavese, Lavorare stanca

1937, A. Gatto, Morto ai paesi; L. De Libero, Proverbi

1938, S. Quasimodo, Poesie

1939, E. Montale, Occasioni; L. Sinisgalli, Campi Elisi; S. Penna, Poesie

1941, V. Sereni, Frontiera

1942, P. Bigongiari, La figlia di Babilonia

il secondo dopoguerra 1945 1968
Il secondo dopoguerra (1945-1968)

LA POESIA/ I POETI

L’ermetismo e la sua eredità

Salvatore Quasimodo (1901)

Leonardo Sinisgalli (1908)

Alfonso Gatto (1909)

Vittorio Sereni (1913)

Mario Luzi (1914)

LA PROSA/I NARRATORI

Il neorealismo/Forme di realismo: tra Gli indifferenti del 1929 e Una vita violenta del 1959

Carlo Levi (1902)

Mario Soldati (1906)

Moravia (1907)

Landolfi (1908)

Vittorini (1908)

Pavese (1908)

Bilenchi (1909)

Cassola (1917)

Fenoglio (1922)

Pasolini (1922)

Calvino (1923)

1947 1963 la narrativa
1947-1963 La narrativa

1945 Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi

1947 Se questo è un uomo di Primo Levi

1947 Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino

1947 Cronache di poveri amanti di Vasco Pratolini

1948 Menzogna e sortilegio di Elsa Morante

1950 Le terre del Sacramento di Francesco Jovine

1952 I ventitre giorni della città di Alba di Beppe Fenoglio

1954 Racconti romani di Moravia

1955 Ragazzi di vita di P.P. Pasolini

1958 Il Gattopardo di G. Tomasi di Lampedusa

1959 Il calzolaio di Vigevano di Lucio Mastronardi

1959 La Gilda del MacMahon di Giovanni Testori

1960 La ragazza di Bube di Carlo Cassola

1961 Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia

1962 Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani

1962 Memoriale di Paolo Volponi

1963 Libera nos a Malo di Luigi Meneghello

poesia 1945 1968 le voci nuove
Poesia 1945-1968: le voci ‘nuove’

Attilio Bertolucci (1911): La capanna indiana (1951)

Giorgio Caproni (1912): Il passaggio d’Enea (1956), Congedo del viaggiatore cerimonioso (1965)

Franco Fortini (1917): Poesia e errore (1959), Una volta per sempre (1963)

Andrea Zanzotto (1921): Dietro il paesaggio (1951), Vocativo (1957), La Beltà (1968)

Giorgio Orelli (1921): L’ora del tempo (1962)

P.P. Pasolini (1922): Le ceneri di Gramsci (1957)

Giovanni Giudici (1924): La vita in versi (1965)

Elio Pagliarani (1927): La ragazza Carla (1960)

Amelia Rosselli (1930): Variazioni belliche (1964)

E. Sanguineti (1930): Laborintus (1956)

l et postunitaria 1861 1903 la poesia
l'età postunitaria (1861-1903): la poesia
  • G. Carducci (n. 1835)

1875-1898: Giambi ed epodi (1882), Rime nuove (1889), Odi barbare (1893), Rime e ritmi (1898)

  • G. Pascoli (n. 1855)

1891 prima edizione di Myricae, 1903 Canti di Castelvecchio

  • G. D’Annunzio (n. 1863)

1889-1896 i grandi romanzi, da Il Piacere a Le vergini delle rocce; 1903 Alcyone

slide14

Primamente intravidi il suo piè stretto

scorrere su per gli aghi arsi dei pini

ove estuava l'aere con grande

tremito, quasi bianca vampa effusa. 4

Le cicale si tacquero. Più rochi

si fecero i ruscelli. Copiosa

la résina gemette giù pe' fusti.

Riconobbi il colùbro dal sentore. 8

Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.

Scorsi l'ombre cerulee dei rami

su la schiena falcata, e i capeifulvi

nell'argento pallàdiotrasvolare 12

senza suono. Più lungi, nella stoppia,

l'allodola balzò dal solco raso,

la chiamò, la chiamò per nome in cielo.

Allora anch'io per nome la chiamai. 16

Tra i leandri la vidi che si volse.

Come in bronzea mèsse nel falasco

entrò, che richiudeasi strepitoso.

Più lungi, verso il lido, tra la paglia 20

marina il piede le si torse in fallo.

Distesa cadde tra le sabbie e l'acque.

Il ponente schiumò ne' suoi capegli.

Immensa apparve, immensa nudità. 24

slide15

Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna,

e il colle sopra bianco di neve ride. 2

È l'ora soave che il sol morituro saluta

le torri e 'l tempio, divo Petronio, tuo; 4

le torri i cui merli tant'ala di secolo lambe,

e del solenne tempio la solitaria cima. 6

Il cielo in freddo fulgore adamàntino brilla;

e l'aer come velo d'argento giace 8

su 'l fòro, lieve sfumando a torno le moli

che levò cupe il braccio clipeato de gli avi. 10

Su gli alti fastigi s'indugia il sole guardando

con un sorriso languido di vïola, 12

che ne la bigia pietra nel fosco vermiglio mattone

par che risvegli l'anima de i secoli, 14

e un desio mesto pe 'l rigido aere sveglia

di rossi maggi, di calde aulenti sere, 16

quando le donne gentili danzavano in piazza

e co' i re vinti i consoli tornavano. 18

Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema

un desiderio vano de la bellezza antica. 20

slide16

Dov'era la luna? ché il cielo

notava in un'alba di perla,

ed ergersi il mandorlo e il melo

parevano a meglio vederla. 4

Venivano soffi di lampi

da un nero di nubi laggiù,

veniva una voce dai campi:

chiù... 8

Le stelle lucevano rare

tra mezzo alla nebbia di latte:

sentivo il cullare del mare,

sentivo un frufru tra le fratte; 12

sentivo nel cuore un sussulto,

com'eco d'un grido che fu.

Sonava lontano il singulto:

chiù... 16

Su tutte le lucide vette

tremava un sospiro di vento;

squassavano le cavallette

finissimi sistri d'argento 20

(tintinni a invisibili porte

che forse non s'aprono più?...);

e c'era quel pianto di morte...

chiù... 24

l et postunitaria 1861 19031
l'età postunitaria (1861-1903)

F. De Sanctis (n. 1817) Storia della letteratura italiana (1870-71)

«La mia vita ha due pagine, una letteraria e l’altra politica, e non penso a lacerare nessuna delle due: sono due doveri che continuerò fino all’ultimo».

«La questione critica fondamentale è questa: posti tali tempi, tali dottrine e tali passioni, in che modo questa materia è stata lavorata dal poeta? In che modo quella realtà egli l’ha fatta poesia?».

«La parola è potentissima, quando viene dall’anima, e mette in moto tutte le facoltà dell’anima ne’ suoi lettori; ma quando il di dentro è vuoto, e la parola non esprime che se stessa, riesce insipida e noiosa».

«La famiglia, la patria, la natura, l’amore sono per il poeta, com’era Dante, cose reali, che riempiono la vita e le dànno uno scopo. Per il Petrarca sono principalmente materia di rappresentazione: l’immagine per lui vale la cosa»; «Gli è che a quest’uomo [Petrarca] mancava quella fede seria e profonda nel proprio mondo, che fece di Caterina una santa e di Dante un poeta. [...] È in abbozzo l’immagine de’ secoli seguenti, di cui fu idolo».

f de sanctis storia della letteratura italiana machiavelli
F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana (Machiavelli)
  • «Talora ti pare un romano avvolto nel pallio in quella sua gravità, ma guardalo bene e ci troverai il borghese del Risorgimento [...]. Machiavelli in quella sua veste romana è vero borghese moderno, sceso dal piedistallo, uguale tra uguali, che ti parla alla buona e alla naturale»;
  • «Quando Machiavelli scrivea queste cose, l’Italia si trastullava ne’ romanzi e nelle novelle, con lo straniero a casa. Era il popolo meno serio del mondo e meno disciplinato. [...] Senza tempra, moralità, religione, libertà, virtù sono frasi. Al contrario, quando la tempra si rifà, si rifà tutto l’altro»;
  • «Siamo dunque alteri del nostro Machiavelli. Gloria a lui, quando crolla alcuna parte dell’antico edificio. E gloria a lui, quando si fabbrica alcuna parte del nuovo. In questo momento che scrivo, le campane suonano a distesa, e annunziano l’entrata degl’italiani a Roma [20 settembre 1870]. Il potere temporale crolla. E si grida il viva all’unità d’Italia. Sia gloria al Machiavelli».
l et postunitaria 1861 19032
l'età postunitaria (1861-1903)
  • G. Verga (n. 1840)

1880 Vita dei campi, 1881 I Malavoglia, 1883 Novelle rusticane, 1889 Mastro-don Gesualdo

«Lo scrittore grande è il celebratore della plebe del suo paese, la campagna attorno a Catania. […] Verga ha tanti linguaggi quanti sono gli strati ch’egli indaga, e li gestisce in parallelo. Dalla ‘simpatia’ verso i cosiddetti umili del Verga, che personalmente era conservatore come i ‘galantuomini’ alla cui classe apparteneva, non è lecita alcuna illazione di carattere politico: il Verga rusticano è il frutto più meraviglioso dell’oggettività e della sperimentazione veristica. […] La narrazione si fa di suo, come è stata detta, epica e favolosa, autorevolmente remota nel referto d’un eterno presente» (Contini).

slide21

G. Verga, I Malavoglia, Prefazione (1)

Questoracconto è lo studio sincero e spassionatodel come probabilmentedevononascere e svilupparsinelle più umilicondizioni le prime irrequietudinipelbenessere; e qualeperturbazionedebbaarrecare in unafamigliuola, vissuta sino allorarelativamentefelice, la vagabramosìadell'ignoto, l'accorgersiche non si sta bene, o che si potrebbe star meglio.

Il moventedell'attivitàumanacheproduce la fiumanadelprogresso è preso qui alle sue sorgenti, nelleproporzioni più modeste e materiali. Il meccanismo delle passioniche la determinano in quelle basse sfere è menocomplicato, e potràquindiosservarsi con maggiorprecisione. Basta lasciare al quadro le sue tinte schiette e tranquille, e il suodisegnosemplice. Man manochecotestaricercadelmeglio di cui l'uomo è travagliatocresce e si dilata, tende anche ad elevarsi, e segue il suo moto ascendentenelleclassisociali.

slide22

G. Verga, I Malavoglia, Prefazione(2)

Il cammino fatale, incessante, spessofaticoso e febbrilechesegue l'umanità per raggiungere la conquistadelprogresso, è grandiosonelsuorisultato, vistonell'insieme, da lontano. Nellalucegloriosache l'accompagna dileguansile irrequietudini, le avidità, l'egoismo, tutte le passioni, tutti i viziche si trasformano in virtù, tutte le debolezzecheaiutano l'immanelavoro, tutte le contraddizioni, dal cuiattritosviluppasi la lucedellaverità. Il risultatoumanitariocopre quanto c'è di meschinonegliinteressiparticolaricheloproducono; li giustifica quasi come mezzinecessari a stimolare l'attivitàdell'individuocooperanteinconscio a beneficio di tutti. Ogni movente di cotestolavorìouniversale, dalla ricercadelbenesserematerialealle più elevateambizioni, è legittimato dal solo fattodella sua opportunità a raggiungereloscopodelmovimento incessante; e quando si conoscedovevadaquestaimmensacorrentedell'attivitàumana, non si domanda al certo come ci va. Solo l'osservatore, travoltoanch'esso dalla fiumana, guardandosiattorno, ha il diritto di interessarsi ai debolicherestano per via, ai fiacchiche si lascianosorpassaredall'onda per finire più presto, ai vintichelevano le bracciadisperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti, i vincitori d'oggi, affrettatianch'essi, avidianch'essi d'arrivare, e chesarannosorpassatidomani.

slide23

G. Verga, I Malavoglia, cap. I (1)

Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n'erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all'opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev'essere. Veramente nel libro della parrocchia si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dir nulla, poiché da che il mondo era mondo, all'Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull'acqua, e delle tegole al sole. Adesso a Trezza non rimanevano che i Malavoglia di padron ‘Ntoni, quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch'era ammarrata sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola, e alla paranza di padron Fortunato Cipolla.

Le burrasche che avevano disperso di qua e di là gli altri Malavoglia, erano passate senza far gran danno sulla casa del nespolo e sulla barca ammarrata sotto il lavatoio; e padron ‘Ntoni, per spiegare il miracolo, soleva dire, mostrando il pugno chiuso – un pugno che sembrava fatto di legno di noce - «Per menare il remo bisogna che le cinque dita s'aiutino l'un l'altro».

Diceva pure, «Gli uomini son fatti come le dita della mano: il dito grosso deve far da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito piccolo».

slide24

G. Verga, I Malavoglia, cap. I (2)

E la famigliuola di padron ‘Ntoni era realmente disposta come le dita della mano. Prima veniva lui, il dito grosso, che comandava le feste e le quarant'ore; poi suo figlio Bastiano, Bastianazzo, perché era grande e grosso quanto il San Cristoforo che c'era dipinto sotto l'arco della pescheria della città; e così grande e grosso com'era filava diritto alla manovra comandata, e non si sarebbe soffiato il naso se suo padre non gli avesse detto «sòffiati il naso» tanto che s'era tolta in moglie la Longa quando gli avevano detto «pìgliatela». Poi veniva la Longa, una piccina che badava a tessere, salare le acciughe, e far figliuoli, da buona massaia; infine i nipoti, in ordine di anzianità: ‘Ntoni, il maggiore, un bighellone di vent'anni, che si buscava tutt'ora qualche scappellotto dal nonno, e qualche pedata più giù per rimettere l'equilibrio, quando lo scappellotto era stato troppo forte; Luca, «che aveva più giudizio del grande» ripeteva il nonno; Mena (Filomena) soprannominata «Sant'Agata» perché stava sempre al telaio, e si suol dire «donna di telaio, gallina di pollaio, e triglia di gennaio»; Alessi (Alessio) un moccioso tutto suo nonno colui! ; e Lia (Rosalia) ancora né carne né pesce. – Alla domenica, quando entravano in chiesa, l'uno dietro l'altro, pareva una processione.

Padron ‘Ntoni sapeva anche certi motti e proverbi che aveva sentito dagli antichi, «perché il motto degli antichi mai mentì»: – «Senza pilota barca non cammina» – «Per far da papa bisogna saper far da sagrestano» – oppure – «Fa il mestiere che sai, che se non arricchisci camperai» – «Contentati di quel che t'ha fatto tuo padre; se non altro non sarai un birbante» ed altre sentenze giudiziose.

1860 1903 la narrativa
1860-1903: la narrativa
  • la linea verista: G. Verga (1881, I Malavoglia), L. Capuana, F. De Roberto (I Viceré, 1894)
  • la linea scapigliata: Milano, post 1860 (Carlo Alberto Pisani Dossi, La vita di Alberto Pisani scritta da Carlo Dossi, 1870)
  • la linea antipositivista e spiritualista di Emilio De Marchi (Demetrio Pianelli, 1890) e soprattutto Antonio Fogazzaro (Piccolo mondo antico, 1895).
  • la linea degli scrittori per l’infanzia: Le avventure di Pinocchio di Collodi (1883); Cuoredi Edmondo De Amicis(1886)
  • Gabriele D’Annunzio: tra estetismo (Il piacere, 1889) e superomismo (Le Vergini delle Rocce, 1895)
carlo dossi vita di alberto pisani 1870
Carlo Dossi, Vita di Alberto Pisani, 1870

Cap. IV

Degno di paracelso! È lo studio degli studi. Sente il tabacco, l'inchiostro e la citazione latina. È a tramontana, a terreno; è a volta da cui die' in fuori l'umidità. Tien le pareti, tutte a scaffali, con su spaventosi volumi in ramatina come il sospiro dei gatti. Ecco i dieci schienali arabescati di oro della rarìssimaòpera "de nùmeroatomorum"; presso, è la completa voluminosa sèrie delle gramàtiche (gramàtica, cioè a dire, il modo con cui si apprende a piedi il montare a cavallo); poi, raccolta delle più massiccie disputazioni... e quella sulla parola culex, e l'altra intorno alla lètterae considerata siccome còpula, e la arcifiera "sulla natura dell'aurèola del Monte Tàbor". Ed ecco, in un tratto dell'ùltimo palco, il famoso trattato "de nuce beneventana" quaranta tomi in­octavo, vestiti di pergamena, i quali, per il manco di uno, sèmbran dentiera priva di un dente occhiale; ecco - tagliando corto - una infinita turba di libraccioni, e nelle scansìe e fuori... spècula, theatra, convìa, thesàuri... di astrologìa, teologìa, etimologìa, ed altre scienze in ìa - tutta marròca.

carlo dossi vita di alberto pisani 18701
Carlo Dossi, Vita di Alberto Pisani, 1870

Cap. I

Un dopo-pranzo di estate; il sole fà da trìpoli ancora alle gronde, e stelleggia i vetri a Praverde. Praverde è una brigata di case attorno di un campanile su 'n monticello isolato.

Sotto di lui, la pianura. L'occhio, dall'alto, non si lascia mai di còrrere lungo le viti a festone ed i filari di gelsi dalle seguaci ombrettine; di attraversare i verdi pratelli solcati di rivoletti e i campi dalle ande quasi a riga e compasso; nè di girare e le cascine e i tuguri, così puliti, così di pace... in distanza, saltando e risaltando canali, siepi, sentieri. E, come si avesse innanzi una gran planimetrìa a colori.

Ma, da lontano, un rintrono. Che vi ha? Niun contadino astròloga il cielo. Vi ha un temporale, ma è copia; quello dell'uomo; cattivo mille volte di più; mille di meno, maestoso.

emilio de marchi demetrio pianelli 1890
Emilio De Marchi, Demetrio Pianelli, 1890

Verso mezzodí Cesarino Pianelli, cassiere aggiunto, vide entrare nell’ufficio il cassiere Martini piú pallido del solito, col viso stravolto, con un telegramma in mano. «Ebbene?» gli domandò, «che notizie mi dà?» «Bisogna che io parta immediatamente. È moribonda!» rispose il Martini, con un groppo alla gola che gli mozzò le parole. Povero diavolo! L’aveva sposata da poco piú di un anno e dopo un anno di tribolazioni, e quasi di agonia continua la poverina moriva consunta a Nervi, dove il medico l’aveva mandata a passare l’inverno. «Vada, vada, Martini, resto io. Si faccia coraggio, vedrà. La gioventú si aiuta sempre.» «Dovrei avvertire il commendatore, ma la corsa parte alle dodici e quarantacinque e non ho tempo. Gli scriverò appena potrò. Guardi, Pianelli, chiudo in questa cassa i valori principali e lascio a lei la chiave di quest’altra cassa. Vuole che gliene faccia la consegna? Saranno dieci o dodici mila lire in tutto.» «Se lei si fida di me, per conto mio non ho bisogno di consegna» soggiunse il cassiere aggiunto, tutto commosso e premuroso. «Mi fa una carità. Tenga conto del movimento di cassa e basta.» «Si fidi di me: vada, non perda tempo» disse premurosamente il Pianelli, confrontando il suo orologio con quello elettrico del cortile. «Se c’è bisogno, mi telegrafi.» «Si faccia animo; fin che c’è vita, c’è speranza.» «Grazie» balbettò il Martini. Strinse la mano al Pianelli, sforzandosi di ingoiare le sue lagrime e se ne andò. «Povero diavolo!» mormorò l’altro, tornando al suo posto. «Se c’è un galantuomo, gli càpitano tutte.»

emilio de marchi demetrio pianelli 18901
Emilio De Marchi, Demetrio Pianelli, 1890

Verso mezzodí Cesarino Pianelli, cassiere aggiunto, vide entrare nell’ufficio il cassiere Martini piú pallido del solito, col viso stravolto, con un telegramma in mano. «Ebbene?» gli domandò, «che notizie mi dà?» «Bisogna che io parta immediatamente. È moribonda!» rispose il Martini, con un groppo alla gola che gli mozzò le parole. Povero diavolo! L’aveva sposata da poco piú di un anno e dopo un anno di tribolazioni, e quasi di agonia continua la poverina moriva consunta a Nervi, dove il medico l’aveva mandata a passare l’inverno. «Vada, vada, Martini, resto io. Si faccia coraggio, vedrà. La gioventú si aiuta sempre.» «Dovrei avvertire il commendatore, ma la corsa parte alle dodici e quarantacinque e non ho tempo. Gli scriverò appena potrò. Guardi, Pianelli, chiudo in questa cassa i valori principali e lascio a lei la chiave di quest’altra cassa. Vuole che gliene faccia la consegna? Saranno dieci o dodici mila lire in tutto.» «Se lei si fida di me, per conto mio non ho bisogno di consegna» soggiunse il cassiere aggiunto, tutto commosso e premuroso. «Mi fa una carità. Tenga conto del movimento di cassa e basta.» «Si fidi di me: vada, non perda tempo» disse premurosamente il Pianelli, confrontando il suo orologio con quello elettrico del cortile. «Se c’è bisogno, mi telegrafi.» «Si faccia animo; fin che c’è vita, c’è speranza.» «Grazie» balbettò il Martini. Strinse la mano al Pianelli, sforzandosi di ingoiare le sue lagrime e se ne andò. «Povero diavolo!» mormorò l’altro, tornando al suo posto. «Se c’è un galantuomo, gli càpitano tutte.»

antonio fogazzaro piccolo mondo antico 1895
Antonio Fogazzaro, Piccolo mondo antico, 1895

Soffiava sul lago una breva fredda, infuriata di voler cacciar le nubi grigie, pesanti sui cocuzzoli scuri delle montagne. Infatti, quando i Pasotti, scendendo da Albogasio Superiore, arrivarono a Casarico, non pioveva ancora. Le onde stramazzavano tuonando sulla riva, sconquassavan le barche incatenate, mostravano qua e là, sino all'opposta sponda austera del Doi, un lingueggiar di spume bianche. Ma giù a ponente, in fondo al lago, si vedeva un chiaro, un principio di calma, una stanchezza della breva; e dietro al cupo monte di Caprino usciva il primo fumo di pioggia. Pasotti, in soprabito nero di cerimonia, col cappello a staio in testa e la grossa mazza di bambù in mano, camminava nervoso per la riva, guardava di qua, guardava di là, si fermava a picchiar forte la mazza a terra, chiamando quell'asino di barcaiuolo che non compariva.

Il piccolo battello nero con i cuscini rossi, la tenda bianca e rossa, il sedile posticcio di parata piantato a traverso, i remi pronti e incrociati a poppa, si dibatteva, percosso dalle onde, fra due barconi carichi di carbone che oscillavano appena.

antonio fogazzaro piccolo mondo antico 18951
Antonio Fogazzaro, Piccolo mondo antico, 1895

Soffiava sul lago una brevafredda, infuriata di voler cacciar le nubi grigie, pesanti sui cocuzzoli scuridelle montagne. Infatti, quando i Pasotti, scendendo da Albogasio Superiore, arrivarono a Casarico, non pioveva ancora. Le onde stramazzavano tuonando sulla riva, sconquassavan le barche incatenate, mostravano qua e là, sino all'opposta sponda austeradelDoi, un lingueggiar di spume bianche. Ma giù a ponente, in fondo al lago, si vedeva un chiaro, un principio di calma, una stanchezza dellabreva; e dietro al cupo monte di Caprino usciva il primo fumo di pioggia. Pasotti, in soprabito nero di cerimonia, col cappello a staio in testa e la grossa mazza di bambù in mano, camminava nervoso per la riva, guardava di qua, guardava di là, si fermava a picchiar forte la mazza a terra, chiamando quell'asino di barcaiuolo che non compariva.

Il piccolo battello nero con i cuscini rossi, la tenda bianca e rossa, il sedile posticciodi parata piantato a traverso, i remi pronti e incrociati a poppa, si dibatteva, percosso dalle onde, fra due barconi carichidi carbone che oscillavano appena.

gabriele d annunzio il piacere 1889
Gabriele D’Annunzio, Il piacere, 1889

L'anno moriva, assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di Maggio. Su la piazza Barberini, su la piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorio confuso e continuo, salendo alla Trinità de' Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato.

Le stanze andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch'esalavan ne' vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d'un giglio adamantino, a similitudine di quelle che sorgon dietro la Vergine nel tondo di Sandro Botticelli alla Galleria Borghese. Nessuna altra forma di coppa eguaglia in eleganza tal forma: i fiori entro quella prigione diafana paion quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta.

Andrea Sperelli aspettava nelle sue stanze un'amante. Tutte le cose a torno rivelavano infatti una special cura d'amore. Il legno di ginepro ardeva nel caminetto e la piccola tavola del tè era pronta, con tazze e sottocoppe in maiolica di Castel Durante ornate d'istoriette mitologiche da Luzio Dolci, antiche forme d'inimitabile grazia, ove sotto le figure erano scritti in carattere corsivo a zàffara nera esametri d'Ovidio. La luce entrava temperata dalle tende di broccatello rosso a melagrane d'argento riccio, a foglie e a motti. Come il sole pomeridiano feriva i vetri, la trama fiorita delle tendine di pizzo si disegnava sul tappeto.

slide33

Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d'un giglio adamantino, a similitudine di quelle che sorgon dietro la Vergine nel tondo di Sandro Botticelli alla Galleria Borghese. Nessuna altra forma di coppa eguaglia in eleganza tal forma: i fiori entro quella prigione diafana paion quasi spiritualizzarsi e meglio dare imagine di una religiosa o amorosa offerta.

1904 1926 la narrativa
1904-1926 La narrativa

1904, Il fu Mattia Pascal di L. Pirandello

1912, Il mio Carso di S. Slataper

1913, Canne al vento di G. Deledda; Un uomo finito di G. Papini [I vecchi e i giovani di L. Pirandello]

1919, Con me e con gli alpini di P. Jahier

1920, Pesci rossi di O. Cecchi

1921 Il podere di F. Tozzi

1923, La coscienza di Zenodi I. Svevo

1926, Uno, nessuno e centomila di L. Pirandello

e montale da ossi di seppia 1925
E. Montale, da Ossi di seppia, 1925

Non chiederci la parola che squadri da ogni latol'animo nostro informe, e a lettere di fuocolo dichiari e risplenda come un crocoperduto in mezzo a un polveroso prato. Ah l'uomo che se ne va sicuro,agli altri ed a se stesso amico,e l'ombra sua non cura che la canicolastampa sopra uno scalcinato muro!Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.Codesto solo oggi possiamo dirti,ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

(datato 10 luglio 1923)

slide36

Il mondo di Ossi di seppia è un mondo negativo: secondo luoghi diventati proverbiali, il poeta si sofferma a descrivere il «male di vivere» che ha incontrato, e non è in grado di dire al suo lettore che «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». […] Non è remunerato da quel minimo di vitalità che inerisce anche all’operazione poetica, come appare luminosamente (e da lui pure asserito in modo esplicito) nel maggiore dei poeti «negativi», Giacomo Leopardi. Si aggiunga che la radicalità della poesia negativa è sottolineata dalla mancanza di qualsiasi ostentazione rivoluzionaria tanto nel linguaggio, di cui è facilmente dimostrabile la continuità con la tradizione fino al Pascoli e al Gozzano, quanto nella metrica, che, sia pure in forme non vincolate, libera frequentemente misure tradizionali e rime.

(G. Contini)

1904 1926 la narrativa1
1904-1926 La narrativa

1904, Il fu Mattia Pascal di L. Pirandello

1912, Il mio Carso di S. Slataper

1913, Canne al vento di G. Deledda; Un uomo finito di G. Papini [I vecchi e i giovani di L. Pirandello]

1919, Con me e con gli alpini di P. Jahier

1920, Pesci rossi di O. Cecchi

1921 Il podere di F. Tozzi

1923, La coscienza di Zenodi I. Svevo

1926, Uno, nessuno e centomila di L. Pirandello

l pirandello il fu mattia pascal 1904
L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, 1904

Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de' miei amici o conoscenti dimostrava d'aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo: Io mi chiamo Mattia Pascal.

Grazie caro. Questo lo so.

- E ti par poco?

Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all'occorrenza: - Io mi chiamo Mattia Pascal.

Qualcuno vorrà bene compiangermi (costa così poco), immaginando l'atroce cordoglio d'un disgraziato, al quale avvenga di scoprire tutt'a un tratto che... sì, niente, insomma: né padre, né madre, né come fu o come non fu; e vorrà pur bene indignarsi (costa anche meno) della corruzione dei costumi, e de' vizii, e della tristezza dei tempi, che di tanto male possono esser cagione a un povero innocente.

Ebbene, si accomodi. Ma è mio dovere avvertirlo che non si tratta propriamente di questo. Potrei qui esporre, di fatti, in un albero genealogico, l'origine e la discendenza della mia famiglia e dimostrare come qualmente non solo ho conosciuto mio padre e mia madre, ma e gli antenati miei e le loro azioni, in un lungo decorso di tempo, non tutte veramente lodevoli.

E allora? Ecco: il mio caso è assai più strano e diverso; tanto diverso e strano che mi faccio a narrarlo.

l pirandello uno nessuno e centomila 1926
L. Pirandello, Uno, nessuno e centomila, 1926

– Che fai? – mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.

– Niente, – le risposi, – mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.

Mia moglie sorrise e disse:

– Credevo ti guardassi da che parte ti pende.

Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:

– Mi pende? A me? Il naso?

E mia moglie, placidamente:

– Ma sí, caro. Guàrdatelo bene: ti pende verso destra.

Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona. Per cui m’era stato facile ammettere e sostenere quel che di solito ammettono e sostengono tutti coloro che non hanno avuto la sciagura di sortire un corpo deforme: che cioè sia da sciocchi invanire per le proprie fattezze. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi stizzí come un immeritato castigo.

italo svevo la coscienza di zeno prefazione 1923
Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Prefazione 1923

Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico­analisi s'intende, sa dove piazzare l'antipatia che il paziente mi dedica.

Di psico-analisi non parlerò perché qui entro se ne parla già a sufficienza. Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia; gli studiosi di psico­analisi arriccerranno il naso a tanta novità. Ma egli era vecchio ed io sperai che in tale rievocazione il suo passato si rinverdisse, che l'autobiografia fosse un buon preludio alla psico­analisi. Oggi ancora la mia idea mi pare buona perché mi ha dato dei risultati insperati, che sarebbero stati maggiori se il malato sul più bello non si fosse sottratto alla cura truffandomi del frutto della mia lunga paziente analisi di queste memorie.

Le pubblico per vendetta e spero gli dispiaccia. Sappia però ch'io sono pronto di dividere con lui i lauti onorarii che ricaverò da questa pubblicazione a patto egli riprenda la cura. Sembrava tanto curioso di se stesso! Se sapesse quante sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verità e bugie ch'egli ha qui accumulate!... DOTTOR S.

1904 1926 la narrativa2
1904-1926 La narrativa

1904, Il fu Mattia Pascal di L. Pirandello

1912, Il mio Carso di S. Slataper

1913, Canne al vento di G. Deledda; Un uomo finito di G. Papini [I vecchi e i giovani di L. Pirandello]

1919, Con me e con gli alpini di P. Jahier

1920, Pesci rossi di O. Cecchi

1921 Il podere di F. Tozzi

1923, La coscienza di Zenodi I. Svevo

1926, Uno, nessuno e centomila di L. Pirandello

g contini introduzione a c e gadda la cognizione del dolore 1963
G. Contini, Introduzione aC.E. Gadda, La cognizione del dolore, 1963

Verga gestisce i suoi esperimenti in vitro con ineccepibile obbiettività positivistica, un’obbiettività talmente geniale da farsi prendere (oggi) per carità. Ma partecipazione e corresponsabilità bisogna cercarle all’altezza del neoverismo, o piuttosto di Pavese; che nell’invenzione narrativa gioca qualcosa di assai vicino alla salute della sua anima. […] E’ ovvio destino degli iniziatori che il loro impulso, coniugato a moventi allotri, si specializzi secondo finalità non coincidenti con le loro. […] Come il primo, così il secondo verismo ebbe rapidamente i suoi illustratori paesano, d’una qualità che anche per i tempi moderni si vorrebbe sempre comparabile alla sostenutezza benpensante dei Fogazzaro, dei De Marchi, delle Deledda.

grazia deledda canne al vento 1913
Grazia Deledda, Canne al vento, 1913

Tutto il giorno Efix, il servo delle dame Pintor, aveva lavorato a rinforzare l'argine primitivo da lui stesso costruito un po' per volta a furia d'anni e di fatica, giúin fondo al poderetto lungo il fiume: e al cader della sera contemplava la sua opera dall'alto, seduto davanti alla capanna sotto il ciglione glauco di canne a mezza costa sulla bianca collina dei Colombi. Eccolo tutto ai suoi piedi, silenzioso e qua e là scintillante d'acque nel crepuscolo, il poderetto che Efixconsiderava piúsuo che delle sue padrone: trent'anni di possesso e di lavoro lo han fatto ben suo, e le siepi di fichi d'India che lo chiudono dall'alto in basso come due muri grigi serpeggianti di scaglione in scaglione dalla collina al fiume, gli sembrano i confini del mondo.

Il servo non guardava al di là del poderetto anche perché i terreni da una parte e dall'altra erano un tempo appartenuti alle sue padrone: perché ricordare il passato? Rimpianto inutile. Meglio pensare all'avvenire e sperare nell'aiuto di Dio.

federigo tozzi una vita esemplare
Federigo Tozzi: una vita ‘esemplare’
  • 1883, nasce a Siena, ultimo di otto figli e unico a sopravvivere, da una coppia di contadini trasferitisi in città. Il padre, violento volgare e autoritario, gestisce una trattoria; la madre, malata di epilessia, muore nel 1895
  • Espulso dal Seminario Arcivescovile e dall’Istituto di Belle Arti per cattiva condotta, studia alle scuole tecniche
  • 1901, si iscrive al Partito socialista; inizia l’inquieta relazione con la contadina Isola, che nel 1902 lascia per Emma
  • 1904, una malattia infettiva agli occhi lo costringe a rimanere al buio per mesi
  • 1908, viene assunto dalle Ferrovie dello Stato, come impiegato alla stazione di Pontedera; muore il padre; sposa Emma e si stabilisce nel podere di famiglia dove si dedica alla lettura e alla scrittura
  • 1914, si trasferisce a Roma
  • 1917, pubblica la raccolta di prose Bestie
  • 1918, scrive di getto Il podere e tre croci
  • 1919, pubblica il romanzo Con gli occhi chiusi
  • 1920, muore a Roma di polmonite
federigo tozzi il podere 1921
Federigo Tozzi, Il podere, 1921

Nel millenovecento, Remigio Selmi aveva venti anni; ed era aiuto applicato alla stazione di Campiglia. Da parecchio tempo stava in discordia con il padre e non sapeva che al suo piede bucato da una bulletta delle scarpe era ormai venuta anche la cancrena. Invece credeva che stesse meglio; senza sospettare che, se non gliene facevano sapere niente, volevano tenerlo lontano da casa più che fosse possibile. Ma una sera ricevette una cartolina dal chirurgo che lo curava; nella quale era scritto che la malattia non dava più da sperare. La fece leggere al capostazione; ed ebbe il permesso di partire subito, con il diretto che era per passare. Arrivò alla Casuccia la notte: tre miglia da Siena, fuor di Porta Romana; e, trovato l’uscio aperto, entrò nella camera del padre senza che prima nessuno lo vedesse.

Giacomo era desto e appoggiato a quattro guanciali; mentre due delle assalariate, Gegia e Dinda, gli sostenevano le braccia lungo la coperta, attente a mettergliele in un altro modo quando non poteva stare più nella stessa positura. Sopra il canterano, una lucernina di ottone; con tutti e quattro i beccucci accesi.

Remigio salì in ginocchio sul letto. Ma Giacomo, che aveva la testa ciondoloni sul petto e gli occhi chiusi, non se ne accorse né meno. Allora, gli chiese:

«Non mi riconosci?»

s freud al di l del principio di piacere 1921
S. Freud, Al di là del principio di piacere, 1921

«Empedocle di Agrigento, nato all'incirca nel 495 a.C., si presenta come una figura fra le più eminenti e singolari della storia della civiltà greca. [...] Il nostro interesse si accentra su quella dottrina di Empedocle che si avvicina talmente alla dottrina psicoanalitica delle pulsioni, da indurci nella tentazione di affermare che le due dottrine sarebbero identiche se non fosse per un'unica differenza: quella del filosofo greco è una fantasia cosmica, la nostra aspira più modestamente a una validità biologica. [...] I due principi fondamentali di Empedocle – philìa (amore, amicizia) e neikos (discordia, odio) – sia per il nome che per la funzione che assolvono, sono la stessa cosa delle nostre due pulsioni originarie Eros e Distruzione».

s slataper il mio carso 1912
S. Slataper, Il mio Carso (1912)

Vorrei dirvi: Sono nato in carso, in una casupola col tetto di paglia annerita dalle piove e dal fumo. C'era un cane spelacchiato e rauco, due oche infanghite sotto il ventre, una zappa, una vanga, e dal mucchio di concio quasi senza strame scolavano, dopo la piova, canaletti di succo brunastro.

Vorrei dirvi: Sono nato in Croazia, nella grande foresta di roveri. D'inverno tutto era bianco di neve, la porta non si poteva aprire che a pertugio, e la notte sentivo urlare i lupi. Mamma m'infagottava con cenci le mani gonfie e rosse, e io mi buttavo sul focolaio frignando per il freddo.

Vorrei dirvi: Sono nato nella pianura morava e correvo come una lepre per i lunghi solchi, levando le cornacchie crocidanti. Mi buttavo a pancia a terra, sradicavo una barbabietola e la rosicavo terrosa. Poi son venuto qui, ho tentato di addomesticarmi, ho imparato l'italiano, ho scelto gli amici fra i giovani piú colti; ma presto devo tornare in patria perché qui sto molto male.

Vorrei ingannarvi, ma non mi credereste. Voi siete scaltri e sagaci. Voi capireste subito che sono un povero italiano che cerca d'imbarbarire le sue solitarie preoccupazioni. È meglio ch'io confessi d'esservi fratello, anche se talvolta io vi guardi trasognato e lontano e mi senta timido davanti alla vostra coltura e ai vostri ragionamenti. Io ho, forse, paura di voi. Le vostre obiezioni mi chiudono a poco a poco in gabbia, mentre v'ascolto disinteressato e contento, e non m'accorgo che voi state gustando la vostra intelligente bravura. E allora divento rosso e zitto, nell'angolo del tavolino; e penso alla consolazione dei grandi alberi aperti al vento.

g papini un uomo finito 1913
G. Papini, Un uomo finito (1913)

Io non son mai stato bambino. Non ho avuto fanciullezza.

Calde e bionde giornate di ebbrezza puerile; lunghe serenità dell'innocenza; sorprese della scoperta quotidiana dell'universo: che son mai? Non le conosco o non le rammento. L'ho sapute dai libri, dopo; le indovino, ora, nei ragazzi che vedo; l’ho sentite e provate per la .prima volta in me, passati i vent'anni, in qualche attimo felice di armistizio o di abbandono. Fanciullezza è amore, è letizia, è spensieratezza ed io mi vedo nel passato, sempre, separato, triste, meditante.

 Fin da ragazzo mi son sentito tremendamente solo e diverso — né so il perchè. Forse perchè i miei eran poveri o perchè non ero nato come gli altri ? Non so : ricordo soltanto che una zia giovane mi dette il soprannome di vecchio a sei o sett'anni e che tutti i parenti l'accettarono. E difatti me ne stavo il più del tempo serio e accigliato: discorrevo pochissimo, anche cogli altri ragazzi ; i complimenti mi davan noia ; i gestri mi facevan dispetto ; e al chiasso sfrenato dei compagni dell'età più bella preferivo la solitudine dei cantucci più riparati della nostra casa piccina, povera e buia. Ero, insomma, quel che le signore col cappello chiamano un «bambino scontroso» e le donne in capelli «un rospo».

Avevan ragione : dovevo essere, ed ero, tremendamente antipatico a tutti. E mi ricordo che sentivo benissimo intorno a me questa antipatia la quale mi faceva più timido, più malinconico, più imbronciato che mai.

benedetto croce 1866 1952
Benedetto Croce 1866-1952

1902, Estetica ; 1908, L’intuizione pura e il carattere lirico dell’arte; 1918, Carattere di totalità dell’espressione artistica; 1936, La poesia

  • arte = (1) intuizione pura, (2) attività dello spirito anteriore a ogni logica o ragione o giudizio, (3) forma di conoscenza primitiva e aurorale,(4) espressione e compendio del cuore dell’uomo
  • identità e simultaneità di intuizione ed espressione (o forma) = sintesi a priori
  • autonomia dell’arte >< eteronomia dell’arte (che fa dipendere il valore dell’arte da valori estrinseci come l’edificazione morale, la conoscenza logica, il piacere estetizzante)
  • distinzione di poesia e non poesia (la prima come folgorazione istantanea, come espressione dell’universale che è in noi; la seconda come costume oratorio).
benedetto croce
Benedetto Croce
  • Filosofia: La logica come scienza del concetto puro, ed. definitiva 1909
  • Storiografia: Storia dell’età barocca in Italia del 1920; Storia d’Italia dal 1871 al 1915, 1928
  • Filologia: Lirici marinisti, 1910
  • Critica letteraria: Ariosto, 1920
  • Autobiografia: Contributo alla critica di me stesso, 1918 (con una finale postilla del 1950)
1903 1925 la poesia
1903-1925 La poesia

1903 Govoni, Armonia in grigio et in silenzio

1907 Gozzano, La via delrifugio

1910 Moretti, Poesiescritte col lapis; [Palazzeschi, L’incendiario]

1911 Gozzano, I colloqui; Moretti, Poesie di tutti i giorni; Sbarbaro, Resine; Saba, Poesie

1912 [Fòlgore, Il canto dei motori]

1913 Rebora, Frammentilirici

1914Campana, Cantiorfici; Sbarbaro, Pianissimo; Bacchelli,Poemilirici; [Marinetti, Zang Tumb Tumb]

1915 [Govoni, Rarefazioni e parole in libertà]

1916 Cardarelli, Prologhi; Ungaretti, Il porto sepolto

1918 Boine, Frantumi

1919 Ungaretti, Allegria di naufragi

1920 Cardarelli, Viagginel tempo

1921 Saba, Canzoniere

1922 Rebora, Cantianonimi

1925 Montale, Ossi di seppia

i poeti del novecento le generazioni o macr le generazioni nella poesia italiana del novecento 1953
I poetidelNovecento: le generazioni(O. Macrì, Le generazioninellapoesiaitalianadelNovecento, 1953)
  • I generazione: autorinatitra il 1883 e il 1890

G. Gozzanoe glialtripoeticrepuscolari

D. Campana (CO 14), C. Rebora(FL 13), C. Sbarbaro(P 14),

U. Saba (C 21), V. Cardarelli(P 16), G. Ungaretti (PS 16), A. Palazzeschi

  • II generazione: autorinatitra il 1894 e il 1901

E. Montale (OS 25), S. Quasimodo (AT 30), C. Betocchi(RVS 32), S. Solmi

  • III generazione: autorinatitra il 1906 e il 1914

S. Penna, C. Pavese (LS 36), L. Sinisgalli(CE 39), A. Gatto, A. Bertolucci, G. Caproni, V. Sereni(F 41), M. Luzi (B 35), P. Bigongiari

  • [IV generazione: autorinatitra il 1921 e il 1928]

A. Zanzotto (DP 51), G. Orelli, P.P. Pasolini (MG 54), G. Giudici, L. Erba, B. Cattafi

  • [V generazione: autorinatitra il 1930 e il 1935]

A. Rosselli (VB 64), E. Saguineti(L 56), G. Raboni(CV 66), A. Porta

guido gozzano 1883 1916
Guido Gozzano, 1883-1916

Il suo verso, e in particolare l’endecasillabo, in cui fa le sue prove migliori, applica una sonorità dannunziana e una dilatazione pascoliana (nel senso che fu definito dal Serra) a una materia prosaica che non esclude affatto, nel suo caso, la partecipazione al canto. Con questo, va tuttavia ridotto il credito fatto un po’ troppo corrivamente alla tecnica del Gozzano […]: il suo lassismo nel computo delle sillabe, nell’esattezza delle rime, nell’obbedienza agli schemi formali indica che con questo poeta d’innegabile dono si è avuta, rispetto ai maestri, e soprattutto rispetto al Pascoli, una netta discesa culturale; che fu una componente non trascurabile, se pur preterintenzionale, della fortuna del verso libero in Italia. […] Ma dov’è lo stimolo poetico del Gozzano? Egli rappresenta, con molta compiacenza verso se stesso, la sua parte di morituro, costretto a viaggi esotici per scansare il viaggio definitivo, fissato nel suo ruolo, se non d’infante come il Corazzini, di goliardico adolescente, di eterno amatore di «cameriste», sartine e anche (cinicamente) «signorine»; ma lo schermo, non tragico bensì elegiaco e non privo di voluttà, della morte intercala una certa distanza rispetto al presente e gli contente di fruirlo solo come deposito di passato o come aggancio a «ipotesi» future o immaginarie.

(da G. Contini)

g gozzano la signorina felicita ovvero la felicit in i colloqui 1911 vv 1 24
G. Gozzano, La signorina Felicitaovvero la felicità(in I Colloqui, 1911), vv. 1-24

10 luglio: santa Felicita

Signorina Felicita, a quest’orascende la sera nel giardino anticodella tua casa. Nel mio cuore amicoscende il ricordo. E ti rivedo ancora,e Ivrea rivedo e la cerulea Dorae quel dolce paese che non dico.Signorina Felicita, è il tuo giorno!A quest’ora che fai? Tosti il caffè,e il buon aroma si diffonde intorno?O cuci i lini e canti e pensi a me,all’avvocato che non fa ritorno?E l’avvocato è qui: che pensa a te.

vv. 1-2, V. Sereni, Concerto in giardino, in Frontiera 1941: «A quest’ora / innaffiano i giardini in tutta Europa»

v. 5, G. Carducci, Piemonte, in Rime e ritmi 1899: «Ivrea la bella che le rosse torri / specchia sognando a la cerulea Dora»

v. 6, dolce paese in Carducci e Pascoli

Pensa i bei giorni d’un autunno addietro,Vill’Amarena a sommo dell’ascesacoi suoi ciliegi e con la sua Marchesadannata, e l’orto dal profumo tetrodi busso e i cocci innumeri di vetrosulla cinta vetusta, alla difesa…

Vill’Amarena! Dolce la tua casain quella grande pace settembrina!La tua casa che veste una cortinadi granoturco fino alla cimasa:come una dama secentista, invasadal Tempo, che vestì da contadina.

vv. 17-18, E. Montale, Meriggiarepallido e assorto, in OS 1925: «in questoseguitareunamuraglia / che ha in cimacocciaguzzi di bottiglia»

v. 22, E. Montale, I limoni, in OS 1925: «soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase» (in rima con case).

c rebora da frammenti lirici 1913
C. Rebora, da Frammentilirici, 1913

O carro vuoto sul binario morto,ecco per te la merce rude d’urtie tonfi. Gravido ora pesisui telai tesi;ma nei rantoli gonfisi crolla fumida e viene

annusando con fascino orribilela macchina ad aggiogarti.Via dal tuo spazio assortoall’aspro rullare d’acciaioal trabalzante stridere dei freni,incatenato nel greggeper l’immutabile leggedel continuo aperto cammino:

e trascinato tramandie irrigidito rattienile chiuse forze inespressesu ruote vicine e rotaieincongiungibili e oppresse,sotto il ciel che balzànonel labirinto dei giorninel bivio delle stagionicontro la noia sguinzaglia l’eterno,verso l’amore pertugia l’esteso,e non muore e vorrebbe, e non vive e vorrebbe,mentre la terra gli chiede il suo verboe appassionata nel volere acerbopaga col sangue, sola, la sua fede.

camillo sbarbaro da pianissimo 1914
CamilloSbarbaro, da Pianissimo, 1914

Padre che muori tutti i giorni un poco,e ti scema la mente e più non vedi con allargati occhi che i tuoi figli,e di te non t'accorgi e non rimpiangi, se penso la fortezza colla quale hai vissuto, il disprezzo ch'hai portato a tutto ciò che è piccolo e meschino, sotto la rude scorza l'istintiva poesia della tua anima, il bene ch'hai voluto alla tua madre, a tua sorella ingrata, a nostra madre morta, tutta la vita tua sacrificata,e poi ti guardo così come sei io mi torco in silenzio le mie mani. Contro l'indifferenza della vita vedo inutile anch'essa la virtù, e provo forte come non ho mai il senso della nostra solitudine. Io voglio confessarmi a tutti, padre che ridi se mi vedi e tremi quando d'una qualche attenzionti faccio segno, di quanto fui vigliacco verso te. Benché il rimorso mi si alleggerisca che più giusto sarebbe mi pesasse inconfessato sempre sopra il cuore.

Io giovinetto imberbe, t’ho guardato con ira, padre, per la tua vecchiezza. Stizza contro te vecchio mi prendeva.

Padre che ci hai tenuto sui ginocchi

nella stanza che si oscurava, in faccia alla finestra, e contavamo i lumi di cui si punteggiava la collina facendo a gara a chi vedeva primo, perdono non ti chiedo con le lacrime che mi sarebbe troppo dolce piangere, ma con quelle più amare te lo chiedo che non vogliono uscirmi dai miei occhi. Un pensiero soltanto mi conforta di poterti guardar con gli occhi asciutti, il ricordo che piccolo, pensando che come gli altri uomini dovevi morire pure tu, il nostro padre, solo e zitto nel mio letto la notte io di sbigottimento lagrimavo. Di quello che i miei occhi ora non piangono quell'infantile pianto mi consola, padre, perché mi par d'aver lasciata tutta la fanciullezza in quelle lacrime.

Se potessi promettere qualcosa

se potessi fidarmi di me stesso

se di me non avessi anzi paura,

padre, una cosa ti prometterei.

Di viver fortemente come te

sacrificato agli altri come te

e negandomi tutto come te

povero padre, per la fiera gioja

di finir tristemente come te.

1903 1925 la poesia1
1903-1925 La poesia

1903 Govoni, Armonia in grigio et in silenzio

1907 Gozzano, La via delrifugio

1910 Moretti, Poesiescritte col lapis; [Palazzeschi, L’incendiario]

1911 Gozzano, I colloqui; Moretti, Poesie di tutti i giorni; Sbarbaro, Resine; Saba, Poesie

1912 [Fòlgore, Il canto dei motori]

1913 Rebora, Frammentilirici

1914Campana, Cantiorfici; Sbarbaro, Pianissimo; Bacchelli,Poemilirici; [Marinetti, Zang Tumb Tumb]

1915 [Govoni, Rarefazioni e parole in libertà]

1916 Cardarelli, Prologhi; Ungaretti, Il porto sepolto

1918 Boine, Frantumi

1919 Ungaretti, Allegria di naufragi

1920 Cardarelli, Viagginel tempo

1921 Saba, Canzoniere

1922 Rebora, Cantianonimi

1925 Montale, Ossi di seppia

d campana il canto della tenebra in canti orfici 1914
D. Campana, Il canto dellatenebra, in Cantiorfici, 1914

La luce del crepuscolo si attenua:Inquieti spiriti sia dolce la tenebraAl cuore che non ama più!Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,Sorgenti, sorgenti che sannoSorgenti che sanno che spiriti stannoChe spiriti stanno a ascoltare…Ascolta: la luce del crepuscolo attenuaEd agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:Ascolta: ti ha vinto la Sorte:Ma per i cuori leggeri un'altra vita è alle porte:Non c'è di dolcezza che possa uguagliare la MortePiù PiùPiù

Intendi chi ancora ti culla:Intendi la dolce fanciullaChe dice all'orecchio: Più PiùEd ecco si leva e scompareIl vento: ecco torna dal mareEd ecco sentiamo ansimareIl cuore che ci amò di più!Guardiamo: di già il paesaggioDegli alberi e l'acque è notturnoIl fiume va via taciturno…Pùm! Mamma quell'omo lassù!

il cubismo orfico g apollinaire
Il «cubismoorfico» (G. Apollinaire)

F. Léger, Nudinellaforesta, 1909-10,

Otterlo, Rijksmuseum

F. Léger, Donna in blu, 1912,

Basel, Kunstmuseum

v cardarelli saluto di stagione in prologhi 1916
V. Cardarelli, Saluto di stagione, in Prologhi, 1916

Benvenuta estate.Alla tua decisa maturitàm'affido.Mi poserò ai tuoi soli,ricambierò alla terrain tanto sudore caldodelle mie adempiute nutrizionii suoi veleni vitali.Lascio la primaveradietro di mecome un amore insanod'adolescente.Lascio i languori e le ottusità,i sonni impossibili,le faticose inerzie animali,il tempo neutro e vuotoin cui l'uomo è stagione.Io che non spunto a febbraio coi mandorli,non mi compiaccio all'arido saporedi sasso che acuisceil gusto dolce dell'acqua dei rivi,alle gocciole chete

di nuvola randagiache vanno in punta di piediin compagnia dei pensieri,non colgo il biancospino;che  amo i tempi fermi e le superfici chiare,e ad ogni transizione di meriggio,rotta l'astrale identità del mattino,avverto gli spazi irritarsi,e sento il limite e il maleche incrinano ogni cambio d'ora,saluto nel sol d'estatela forza dei giorni più eguali.Ai punti estremi, alle stagioni violente,come sotto il frantoio dei pericolidove ogni inquietudine si schiantaprendo le sole decisioni buone,la mia fuggiasca feconditàritrovo.

u saba la capra e trieste da canzoniere 1921
U. Saba, La caprae Trieste, da Canzoniere, 1921

Ho parlato a una capra.

Era sola sul prato, era legata.

Saziad’erba, bagnata

dalla pioggia, belava.

Quell’uguale belato era fraterno

al mio dolore. Ed io risposi, prima

per celia, poi perché il dolore è eterno,

ha una voce e non varia.

Questa voce sentiva

gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita

sentiva querelarsi ogni altro male,

ognialtravita.

Ho attraversato tutta la città.

Poi ho salita un' erta,

popolosa in principio, in là deserta,

chiusa da un muricciolo:

un cantuccio in cui solo

siedo; e mi pare che dove esso termina

termini la città.

Trieste ha una scontrosa

grazia. Se piace,

è come un ragazzaccio aspro e vorace,

con gli occhi azzurri e mani troppo grandi

per regalare un fiore;

come un amore

con gelosia.

Da quest'erta ogni chiesa, ogni sua via

scopro, se mena all'ingombrata spiaggia,

o alla collina cui, sulla sassosa

cima, una casa, l'ultima, s'aggrappa.

Intorno

circola ad ognicosa

un' aria strana, un' aria tormentosa,

l'aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,

ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita

pensosa e schiva.

slide67

PROGRAMMA D’ESAME

1. Manuale di riferimento (G. Contini, La letteratura dell’Italia unita 1861-1968)

Autori da preparare: Francesco De Sanctis, Graziadio Isaia Ascoli, Giosue Carducci, Giovanni Verga, Antonio Fogazzaro, Emilio De Marchi, Carlo Dossi, Carlo Collodi, Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio, Benedetto Croce, Carlo Levi, Italo Svevo, Luigi Pirandello, Guido Gozzano, Giovanni Papini, Piero Jahier, Clemente Rebora, Dino Campana, Scipio Slataper, Camillo Sbarbaro, Vincenzo Cardarelli, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Umberto Saba, Anna Banti, Elio Vittorini, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Salvatore Quasimodo, Mario Luzi, Vittorio Sereni, Federigo Tozzi, Alberto Moravia, Cesare Pavese, Italo Calvino, Beppe Fenoglio, Vasco Pratolini, Pier Paolo Pasolini, Carlo Emilio Gadda

2. Letture domestiche (una, a scelta, delle opere seguenti)

  • F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana;
  • G. Verga, I Malavoglia  oppure  Mastro-don Gesualdo;
  • G. D'Annunzio, Il Piacere;
  • L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal  oppure  Uno, nessuno e centomila;
  • I. Svevo,  La coscienza di Zeno.

3. Testi e documenti utilizzati a lezione (Gestens)

s quasimodo vento a tindari da acque e terre 1930
S. Quasimodo, Vento a Tindari, da Acque e terre, 1930

Tindari, mite ti sofra larghi colli pensile sull’acquedelle isole dolci del dio,oggi m’assalie ti chini in cuore.Salgo vertici aerei precipizi,assorto al vento dei pini,e la brigata che lieve m’accompagnas’allontana nell’aria,onda di suoni e amore,e tu mi prendida cui male mi trassie paure d’ombre e di silenzi,rifugi di dolcezze un tempo assiduee morte d’anima.A te ignota è la terraove ogni giorno affondoe segrete sillabe nutro:altra luce ti sfoglia sopra i vetrinella veste notturna,e gioia non mia riposasul tuo grembo.

Aspro è l’esilio,e la ricerca che chiudevo in ted’armonia oggi si mutain ansia precoce di morire;e ogni amore è schermo alla tristezza,tacito passo al buiodove mi hai postoamaro pane a rompere.Tindari serena torna;soave amico mi destache mi sporga nel cielo da una rupee io fingo timore a chi non sache vento profondo m’ha cercato.

s quasimodo vento a tindari da acque e terre 19301
S. Quasimodo, Vento a Tindari, da Acque e terre, 1930

Tindari, mite ti sofra larghi colli pensile sull’acquedelle isole dolci del dio,oggi m’assalie ti chini in cuore.Salgo vertici aerei precipizi,assorto al vento dei pini,e la brigata che lieve m’accompagnas’allontana nell’aria,onda di suoni e amore,e tu mi prendida cui male mi trassie paure d’ombre e di silenzi,rifugi di dolcezze un tempo assiduee morte d’anima.A te ignota è la terraove ogni giorno affondoe segrete sillabe nutro:altra luce ti sfoglia sopra i vetrinella veste notturna,e gioia non mia riposasul tuo grembo.

Aspro è l’esilio,e la ricerca che chiudevo in ted’armonia oggi si mutain ansia precoce di morire;e ogni amore è schermo alla tristezza,tacito passo al buiodove mi hai postoamaro pane a rompere.Tindari serena torna;soave amico mi destache mi sporga nel cielo da una rupee io fingo timore a chi non sache vento profondo m’ha cercato.

mario luzi patio da avvento notturno 1940
Mario Luzi, Patio, da Avventonotturno, 1940

Forse è un’ombra del cuore l’orrore che disarma

e raggela sui vetri lo stupore

delle grida chimeriche negli atri.

Arrossano le mele sulle fioche erbe di Parma

e il tuo sguardo in altrui sguardi succede.

Il colore dei cedri sul marmo ti precede.

Ma il vento soffermato sulle oscure lanterne,

sul tuo viso riflesso nei miraggi

vitrei delle città dimenticate!

Si fondono irraggiate dalle bianche lucerne

della sera le tue immagini strane

mentre uguagli nitente le mutevoli diane.

Nulla più che un chiarore s’avvicina agli spalti,

alle corna spettrali dei palazzi,

il vuoto s’avvicenda nelle cave

specchiere, nella febbre viola dei basalti.

La tua forma nell’aria si ripete

lungo un prisma ammaliato e una pallida rete.

e montale da le occasioni ii ed 1940
E. Montale, da Le occasioni, II ed. 1940

Ti libero la fronte dai ghiaccioli che raccogliesti traversando l’altenebulose; hai le penne lacerate dai cicloni, ti desti a soprassalti.

Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole freddoloso; e l’altre ombre che scantonano nel vicolo non sanno che sei qui.

v sereni saba in gli strumenti umani 1965
V. Sereni, Saba, in Glistrumentiumani, 1965

Berretto pipa bastone, gli spentioggetti di un ricordo.Ma io li vidi animati indosso a unoramingo in un'Italia di macerie e polvere.Sempre di sè parlava ma come lui nessunoho conosciuto che di sè parlandoe ad altri vita chiedendo nel parlarealtrettanta e tanta più ne dessea chi stava ad ascoltarlo.E un giorno, un giorno o due dopo il 18 aprilelo vidi errare da una piazza all'altradall'uno all'altro caffè di Milanoinseguito dalla radio."Porca - vociferando - porca". Lo guardavastupefatta la gente.Lo diceva all'Italia. Di schianto, come a una donnache ignara o no a morte ci ha ferito.

la narrativa anni 40 e 50
La narrativa: anni ’40 e ’50
  • 1941, Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini (n. 1908)
  • 1945, Cristo si è fermato a Ebolidi Carlo Levi (n. 1902)
  • 1947, Artemisia di Anna Banti (n. 1895), Cronache di poveriamanti di V. Pratolini (n. 1913) e Il sentiero dei nidi di ragno di I. Calvino (n. 1923)
  • 1952, I ventitregiornidellacittà di Alba di B. Fenoglio (n. 1922)
  • 1953, Novelle dal ducato in fiamme di C.E. Gadda (n. 1893)
  • 1954, Racconti romani di Alberto Moravia (n. 1907)
  • 1955, Ragazzi di vita di P.P. Pasolini (n. 1922)
  • 1957, Querpasticciacciobrutto de via Merulana di C. E. Gadda
  • 1958, Il Gattopardodi G. Tomasi di Lampedusa (n. 1896)
la cultura italiana ed europea 40 e 50
La culturaitalianaedeuropea: ’40 e ’50
  • 1923, Istituto per la ricerca sociale dell’Università di Francoforte (1947, Dialetticadell’illuminismodi Adorno-Horkeimer)
  • 1945, «Les temps modernes» di J.P. Sartre e S. de Beauvoir
  • 1945, «Il Politecnico» di E. Vittorini

Cinematografia:

1945, Rossellini Roma cittàaperta

1948, De SicaLadri di biciclette

1948, Visconti La terra trema

[1941, M. Alicata e G. De Sanctis, Verità e poesia: Verga e il cinema italiano, «Cinema»]

1948, Lettera a «Rinascita» a firma di numerosiartisti

1950, ed. it. dei Saggisulrealismodi GyörgyLukàcs (1948)

lettera a rinascita 1948 a firma di r guttuso g turcato mario mafai e altri artisti
Lettera a «Rinascita» (1948), a firma di R. Guttuso, G. Turcato, Mario Mafai e altriartisti

Noi sappiamo bene che dobbiamo liberarci delle posizioni intellettualistiche di un’arte senza contenuto, di un’arte sfiduciata e solitaria, staccata dai problemi del mondo e della realtà in movimento, obiettivamente al servizio della classe dominante. […] La lotta dunque contro l’arte contemporanea formalistica (e soprattutto contro quelle ideologie di decomposizione, di assenza e di sfiducia che hanno presieduto e presiedono quell’arte) va condotta a fondo. È una lotta quindi contro quelle forme fini a se stesse di negazione della realtà come materialmente esistente fuori di noi, di negazione dell’uomo come protagonista della storia, di negazione di quei contenuti che rispecchiano le aspirazioni e le speranze di tutta l’umanità.

gy rgy luk cs saggi sul realismo ed it 1950 introduzione
GyörgyLukàcs, Saggisulrealismo, ed. it. 1950, Introduzione

La categoria centrale, il criterio fondamentale della concezione letteraria realistica è il tipo, ossia quella particolare sintesi che, tanto nel campo dei caratteri che in quello delle situazioni, unisce organicamente il generico e l’individuale. Il tipo diventa tipo […] per il fatto che in esso confluiscono e si fondono tutti i momenti determinanti, umanamente e socialmente essenziali, d’un periodo storico.

la narrativa anni 40 e 501
La narrativa: anni ’40 e ’50
  • 1941, Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini (n. 1908)
  • 1945, Cristo si è fermato a Ebolidi Carlo Levi (n. 1902)
  • 1947, Artemisia di Anna Banti (n. 1895), Cronache di poveriamanti di V. Pratolini (n. 1913) e Il sentiero dei nidi di ragno di I. Calvino (n. 1923)
  • 1952, I ventitregiornidellacittà di Alba di B. Fenoglio (n. 1922)
  • 1953, Novelle dal ducato in fiamme di C.E. Gadda (n. 1893)
  • 1954, Racconti romani di Alberto Moravia (n. 1907)
  • 1955, Ragazzi di vita di P.P. Pasolini (n. 1922)
  • 1957, Querpasticciacciobrutto de via Merulana di C. E. Gadda
  • 1958, Il Gattopardodi G. Tomasi di Lampedusa (n. 1896)
i calvino il sentiero dei nidi di ragno 1947 prefazione alla ii ed 1964 1
I. Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, 1947: Prefazione alla II ed. 1964 (1)

Questo romanzo è il primo che ho scritto […]. Che impressione mi fa, a riprenderlo in mano adesso? Più che come un’opera mia lo leggo come un libro nato anonimamente dal clima generale d’un’epoca, da una tensione morale, da un gusto letterario che era quello in cui la nostra generazione si riconosceva, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. L’esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. […] Questo ci tocca oggi, soprattutto: la voce anonima dell’epoca, più forte delle nostre inflessioni individuali ancora incerte. […] La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle «mense del popolo», ogni donna nelle code ai negozi; il grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d’altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie. Chi cominciò a scrivere allora si trovò così a trattare la medesima materia dell’anonimo narratore orale: alle storie che avevamo vissuto di persona o di cui eravamo stati spettatori s’aggiungevano quelle che ci erano arrivate già come racconti, con una voce, una cadenza, un’espressione mimica. […] La carica esplosiva di libertà che animava il giovane scrittore non era tanto nella sua volontà di documentare o informare, quanto in quella di esprimere. Esprimere che cosa? Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora allora, tante cose che si credeva di sapere o di essere, e forse in quel momento sapevamo ed eravamo. […] Il «neorealismo» per noi che cominciammo di lì, fu quello. […] Il problema ci sembrava fosse di poetica, come trasformare in opera letteraria quel mondo che per noi era il mondo.

i calvino il sentiero dei nidi di ragno 1947 prefazione alla ii ed 1964 2
I. Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, 1947: Prefazione alla II ed. 1964 (2)

Il «neorealismo» non fu una scuola(Cerchiamo di dire le cose con esattezza). Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, anche - o specialmente - delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l'una all'altra - o che si supponevano sconosciute -, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato «neorealismo». Ma non fu paesano nel senso del verismo regionale ottocentesco. La caratterizzazione locale voleva dare sapore di verità a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo: come la provincia americana in quegli scrittori degli Anni Trenta di cui tanti critici ci rimproveravano d'essere gli allievi diretti o indiretti. Perciò il linguaggio, lo stile, il ritmo avevano tanta importanza per noi, per questo nostro realismo che doveva essere il più possibile distante dal naturalismo. Ci eravamo fatta una linea, ossia una specie di triangolo: I Malavoglia, Conversazione in Sicilia, Paesituoi, da cui partire, ognuno sulla base del proprio lessico locale e del proprio paesaggio

e vittorini conversazione in sicilia cap 1
E. Vittorini, Conversazione in Sicilia, cap. 1

Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.

Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla. Non mi importava che la mia ragazza mi aspettasse; raggiungerla o no, o sfogliare un dizionario era per me lo stesso; e uscire e vedere gli amici, gli altri, o restare in casa era per me lo stesso. Ero quieto; ero come se non avessi mai avuto un giorno di vita, né mai saputo che cosa significa esser felici, come se non avessi nulla da dire, da affermare, negare, nulla di mio da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i miei anni di esistenza avessi mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stato a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessi tutto questo possibile, come se mai avessi avuto un’infanzia in Sicilia tra i fichidindia e lo zolfo, nelle montagne; ma mi agitavo entro di me per astratti furori, e pensavo il genere umano perduto, chinavo il capo, e pioveva, non dicevo una parola agli amici, e l’acqua mi entrava nelle scarpe.

carlo levi cristo si fermato a eboli
Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli

Per i contadini, lo Stato è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte. Non importa quali siano le sue formule politiche, la sua struttura, i suoi programmi. I contadini non li capiscono, perché è un altro linguaggio dal loro, e non c’è davvero nessuna ragione perché li vogliano capire. La sola possibile difesa, contro lo Stato e contro la propaganda, è la rassegnazione, la stessa cupa rassegnazione, senza speranza di paradiso, che curva le loro schiene sotto i mali della natura. […]

Quando, nei primi giorni, mi capitava d’incontrare sul sentiero, fuori del paese, qualche vecchio contadino che non mi conosceva ancora, egli si fermava, sul suo asino, per salutarmi, e mi chiedeva: ― Chi sei? Addòvades? (Chi sei? Dove vai?) ― Passeggio, ― rispondevo, ― sono un confinato. ― Un esiliato? (I contadini di qui non dicono confinato, ma esiliato). ― Un esiliato? Peccato! Qualcuno a Roma ti ha voluto male ―. E non aggiungeva altro, ma rimetteva in moto la sua cavalcatura, guardandomi con un sorriso di compassione fraterna.

Questa fraternità passiva, questo patire insieme, questa rassegnata, solidale, secolare pazienza è il profondo sentimento comune dei contadini, legame non religioso, ma naturale. Essi non hanno, né possono avere, quella che si usa chiamare coscienza politica, perché sono, in tutti i sensi del termine, pagani, non cittadini: gli dei dello Stato e della città non possono aver culto fra queste argille, dove regna il lupo e l’antico, nero cinghiale, né alcun muro separa il mondo degli uomini da quello degli animali e degli spiriti, né le fronde degli alberi visibili dalle oscure radici sotterranee. Non possono avere neppure una vera coscienza individuale, dove tutto è legato da influenze reciproche, dove ogni cosa è un potere che agisce insensibilmente, dove non esistono limiti che non siano rotti da un influsso magico. Essi vivono immersi in un mondo che si continua senza determinazioni, dove l’uomo non si distingue dal suo sole, dalla sua bestia, dalla sua malaria: dove non possono esistere la felicità, vagheggiata dai letterati paganeggianti, né la speranza, che sono pur sempre dei sentimenti individuali, ma la cupa passività di una natura dolorosa. Ma in essi è vivo il senso umano di un comune destino, e di una comune accettazione. È un senso, non un atto di coscienza; non si esprime in discorsi o in parole, ma si porta con sé in tutti i momenti, in tutti i gesti della vita, in tutti i giorni uguali che si stendono su questi deserti.

p p pasolini ragazzi di vita 1955 cap iv
P. P. Pasolini, Ragazzi di vita, 1955, cap. IV

Amerigo stava disteso sul letto col vestito blu nuovo, la camicia bianca e le scarpe nere. Gli avevano incrociato le braccia sul petto, anzi sul doppiopetto di cui da un par di domeniche era tanto orgoglioso, andandosene per Pietralata con la camminata cattiva. I soldi se l’era procurati facendo una rapina in via dei Prati Fiscali: aveva scucito al micco una trentina di mila lire, e per levarsi una soddisfazione lo aveva pestato a sangue: e così s’era fatto il vestito blu, e andava in giro con quello con un umore più da bestia del solito. C’era da far bene attenzione a come lo si guardava, e gli amici suoi della borgata, vigliacchi e falsi con lui, sapevano ungerlo senza mostrarlo troppo, ma altri giovani che non lo conoscevano, incontrati nelle sale da ballo del Partito Comunista, o a qualche biliardo, erano tornati a casa con l’occhi gonfi e le gengive sanguinanti: e fortuna per loro che Amerigo era stato diffidato a andare in giro col coltello. Era un vestito coi calzoni a tubo, la giacca corta con le spalle larghe e rotonde: teneva il colletto della camicia bianca sbottonato e i capelli pettinati alla ghigo. Adesso lì, s’era lasciato mettere pazientemente, come una vittima, le mani in croce sul doppiopetto: ma il colletto gli stava ancora sbottonato alla malandrina incorniciandogli il volto che era stato da morto anche quand’era vivo. Tanto che pareva si fosse appena addormito, e faceva ancora paura. Finita la pennichella, quello avrebbe certamente finito di pazientare e avrebbe spaccato il grugno a quelli che s’erano permessi di conciarlo a quel modo. Se ne stava lì cupo e zitto, sul letto ch’era troppo piccolo per lui, con un cesto di capelli ricci, ancora luccicanti di brillantina sul guanciale grigiastro.