Fratelli d’Italia
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Fratelli d’Italia. 1 5 0. anni. dall’unità. Il Risorgimento e l'Unita d'Italia - Classe 2B - A. S. 2010/11. Il Risorgimento e l’Unità d’Italia. Il Risorgimento e l'Unita d'Italia - Classe 2B - A. S. 2010/11. LE IDEE.

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Fratelli d italia

Fratelli d’Italia

150

anni

dall’unità

Il Risorgimento e l'Unita d'Italia - Classe 2B - A. S. 2010/11


Fratelli d italia

Il Risorgimento e l’Unità d’Italia

Il Risorgimento e l'Unita d'Italia - Classe 2B - A. S. 2010/11

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LE IDEE

LA LINEA DEL TEMPO

LE CARTE

I PATRIOTI VARESINI E LA DIFESA DELLA REPUBBLICA ROMANA

IL RISORGIMENTO E L’UNITA’ D’ITALIA

GARIBALDI A VARESE 1848-1859

VARESINI TRA I MILLE DI GARIBALDI

I PATRIOTI TRADATESI E SANTINO MAZZUCCHELLI

I PROBLEMI DEL NUOVO REGNO

Il Risorgimento e l'Unita d'Italia - Classe 2B - A. S. 2010/11

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Il Risorgimento italiano sulla linea del tempo

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1870 Annessione Stato Pontificio

1859 II Guerra di Indipendenza

1815 Congresso di vienna

1860Spedizione di mille

1866 III guerra d’Indipendenza

1861 NASCITA del REGNO d’ITALIA

Le tappe del Risorgimento sulle carte

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I patrioti varesini e la difesa

della Repubblica romana

Il17 marzo a Romail Presidente della Repubblica ha inaugurato il restauro dell’ossario dove furono raccolti i resti degli eroi caduti in difesa della Repubblica Romana dall’assedio delle truppe francesi e sulle cui pareti, accanto ai nomi di Goffredo Mameli e Luciano Manara, comandante dei Bersaglieri lombardi, sono incisi i nomi dei tre patrioti varesini, Enrico Dandolo, Emilio Morosini, Francesco Daverio, che si sono sacrificati con loro per lo stesso ideale.

Altri varesini parteciparono attivamente alle battaglie del Risorgimento e tra questi Emilio Dandolo e Giulio Adamoli.

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La battaglia di Varese - 1859

La Battaglia di Varese, che si svolse durante la seconda guerra d’Indipendenza, venne combattuta il 26 maggio 1859 a Varese dai volontari dei Cacciatori delle Alpi comandati da Giuseppe Garibaldi, contro le truppe austriache.

Nella notte del 23 maggio Garibaldi e i suoi “cacciatori” si mossero dalle loro posizioni nel tentativo di occupare Varese. Il comandante in capo dell'esercito austriaco, il Feldmaresciallo Ferencz Gyulai, inviò contro di loro la divisione Urban.

La difesa della Repubblica romana

Nel pomeriggio del 26 maggio i reparti austriaci giunsero a Varese, dove Garibaldi aveva già preparato le difese.

Gli Austriaci aprirono il fuoco con i cannoni e spostarono immediatamente tre delle loro colonne contro il nemico, ma i volontari respinsero l'attacco.

La divisione Urban, sopraffatta dalle forze comandate da Garibaldi, si ritirò a Malnate, ma i Cacciatori delle Alpi attaccarono nuovamente gli Austriaci in ritirata, causando loro nuove perdite.

Durante i combattimenti che si svolsero a Biumo, morì Ernesto Cairoli.

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La difesa della Repubblica romana

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I GARIBALDINI TRADATESI

Anche da Tradate, come dal resto del varesotto e della Lombardia, alcuni giovani volontari partirono con Garibaldi.

Tra questi Cesare Castiglioni, Ettore Viganò e Attilio Velini.

Cesare Castiglioni, di origini nobili, nacque a Tradate il 1° giugno del 1841. Nel maggio del 1859, non ancora diciottenne, abbandonò il liceo, che frequentava a Milano, e si arruolò per combattere gli austriaci. Nel giugno dello stesso anno partecipò alla battaglia di San Martino. Nel maggio del 1860 abbandò l’università per partecipare all’impresa dei Mille. Partecipò alla battaglia di Calatafimi e fu tra i primi a entrare a Palermo, liberata dal dominio borbonico. A Napoli, fu colpito dal vaiolo, ma riuscì a superare la malattia e in ottobre fu presente all’incontro di Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II.

Ettore VIganònacque a Tradate nel 1843. Nel 1860, a 17 anni, si arruolò tra i volontari garibaldini. Combattè a Milazzo e sul Volturno e rimase ferito nell’assedio di Capua. Partecipò anche alla guerra del 1866, inquadrato però all’interno dell’aesrcito regio. Dal maggio al dicembre del 1906 diresse il Ministero della Guerra nel terzo governo Giolitti.

Attilio Velininacque a Tradate nel 1840. A vent’anni si arruolò nell’esercito sardo e combattè gli austriaci in tutte e tre le guerre d’indipendenza. Fu deputato del Regno d’Italia per quattro legislature.

Viganò e Velini non figurano nell’elenco ufficiale dei Mille di Marsala, perché arrivarono in Sicilia nei giorni successivi allo sbarco.

CESARE CASTIGLIONI

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Emilio Dandolo, nato a Varese il 5 luglio 1830, ha preso parte ad alcune delle più importanti battaglie del Risorgimento.Fu uno dei protagonisti delle Cinque Giornate di Milano del 1848 assieme al fratello Enrico e agli amici Luciano Manara ed Emilio Morosini.

Combatté poi, con i volontari lombardi della Legione Manara, nella campagna del Bresciano e del Trentino. L’anno successivo, con il fratello Enrico, partecipò alla costituzione della Repubblica Romana e, con il Battaglione Bersaglieri Lombardi al comando di Luciano Manara, alla sua difesa dai francesi. Fu ferito nella battaglia di Villa Corsini, nella quale morì il fratello Enrico.Sopravvissuto alle vicende successive alla caduta della Repubblica Romana, fuggì in esilio a Marsiglia e poi a Lugano.Tornato in Italia si adoperò senza sosta per preparare la ripresa delle ostilità contro l’Austria e partecipò alla guerra di Crimea.

Malato gravemente di tisi, morì nel 1859, poco prima che la Lombardia venisse liberata. I suoi funerali, a Milano, assunsero spiccate connotazioni antiaustriache.

EmilioDandolo

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Enrico Dandolo nacque a Varese il 26 giugno 1827.

Con il fratello Emilio nel 1848 partecipò alle Cinque Giornate di Milano e prese parte coi volontari lombardi della Legione Manara alla campagna del Bresciano e del Trentino della prima guerra d'indipendenza.

Nel 1849 partecipò alla difesa della Repubblica Romana. Durante la battaglia contro i Francesi, che infine liberarono Roma dagli insorti, Dandolo militava con il grado di capitano nel Battaglione Bersaglieri Lombardi, al comando di Luciano Manara.

Morì nella notte del 3 giugno 1849, durante lo scontro che ebbe luogo nei pressi di Villa Corsini. Fu sepolto a Vezia, piccolo comune vicino a Lugano, dove la famiglia dell'amico Morosini aveva una villa. Il conte Tullio Dandolo, padre di Enrico ed Emilio, aveva cercato di ottenere il permesso, dal governo austriaco, di seppellire il figlio nella tomba di famiglia ad Adro (Bs), ma le condizioni erano troppo umilianti per la famiglia, per cui il corpo di Enrico rimase in terra straniera fino al settembre del 1968.

Enrico Dandolo

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Emilio Morosini

Emilio Morosininacque a Varese nel 1831 e morì a Roma il 30 giugno 1849.

Figlio del nobile Gian Battista Morosini originario di Vezia (Lugano), nacque a Varese dove la famiglia si era trasferita dal Canton Ticino. Studiò a Milano, dove conobbe e strinse amicizia con i fratelli varesini Enrico ed Emilio Dandolo e con Luciano Manara.

Insiemefurono fra i primi a salire sulle barricate nelle Cinque Giornate del marzo 1848e, nelle settimane successive, combatterono più volte contro gli Austriaci fino alla firma dell’armistizio Salasco, che pose fine alla Prima guerra d’indipendenza.

Fallita anche la seconda fase della guerra con la sconfitta di Novara,accorsero con Garibaldi nel 1849 a difendere la Repubblica Romanadi Giuseppe Mazzini, inquadrati nel battaglione comandato da Manara. Il 29 giugno, durante gli scontri con le truppe francesi che assediavano il Gianicolo Emilio Morosini fu gravemente ferito e morì due giorni dopo per le ferite riportate.

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Francesco Daverio

Francesco Daverio nacque a Varese nel 1815 e morì a Roma nel 1849.

Prese parte alle Cinque Giornate di Milano nel Marzo 1848 e nell’ agosto successivo fu inviato da Giuseppe Mazzini a fare da guida a Giuseppe Garibaldi nella “campagna” nel Varesotto. Combattè a Luino e Morazzonee l’ anno dopo partecipò alla difesa della Repubblica Romana.Morì il 3 giugno del 1849 sotto il fuoco francese, sul colle del Gianicolo, quasi nelle stesse ore in cui cadevano altri due patrioti varesini: Enrico Dandolo a Villa Corsini ed Emilio Morosini a Villa Spada.

Il primo incontro con Garibaldi avvenne il 13 agosto 1848 a Castelletto Ticino, dove il Generale aveva radunato milletrecento volontari, deciso a provocare la sollevazione del Varesotto. Il 9 agosto austriaci e piemontesi avevano firmato l’armistizio di Salasco, ma Garibaldi lo riteneva inaccettabile.

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Giulio Adamoli

Giulio Adamoli nacque a Besozzo il 29 febbraio 1840

Nel 1857 si iscrisse alla facoltà di matematica dell'Università di Pavia e fece amicizia con Benedetto Cairoli. Partecipò alla Seconda guerra di indipendenza italiana del 1859 come volontario nel I reggimento "Granatieri di Sardegna".

Nel gennaio 1860 rassegnò le dimissioni dall'esercito, raggiungendo nel maggio Giuseppe Garibaldi in Sicilia, con la spedizione organizzata da Agostino Bertani e guidata da Carmelo Agnetta.

Ma nel 1862 fu di nuovo con Garibaldi ad Aspromonte e nel 1866, col 2° Battaglione dei bersaglieri milanesi, combatté a Vezza d'Oglio, guadagnando una medaglia d'argento.

Nel settembre 1867 partecipò alla battaglia di Mentana. Nel 1876 fu eletto deputato e venne nominato senatore il 19 novembre 1898.

Fu sottosegretario agli Esteri nel terzo Governo Crispi.

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Il giovane patriota pavese Ernesto Cairoli "muore - come scrive Garibaldi nella sua relazione sui fatti del 26 maggio 1859 - su un tamburino austriaco che aveva a sua volta infilzato": è uno dei 27 morti della battaglia di Varese. Come ha detto recentemente lo Storico Garancini in un convegno tenutosi a Varese, “è venuto a morire in terra di amici, passati tutti per l'università di Pavia , fucina di ingegni e di idee rivoluzionarie che cambieranno la storia della penisola”.

La morte di Cairoli è descritta anche nel diario di G. Cadolini sulla guerra del 1859: “Giunti a metà di quel tratto di detta via, intesi pronunciare il nome di Cairoli, additando alla sinistra un cadavere sul margine della strada. Accorsi tosto, lo guardai ed era veramente lui, il povero Ernesto, quello che aveva consacrato nella sua vita ogni maniera di sacrifici alla patria; lo stesso che (…) aveva aiutato a far entrare in Lombardia libri patriottici da spargere tra il popolo”.

La morte del giovane patriota pavese è immortalata nel quadro di Federico Faruffini, che lo fissa con grande realismo mentre viene colpito a morte vicino alla barricata di Biumo.

La Battaglia di Varese viene dipinta da vari pittori-soldato. Oltre a Faruffini, la celebrano nei loro dipinti l'Induno, l'Ademollo che la inseriscono nel territorio con indicazioni

toponomastiche facilmente rilevabili e riconoscibili ancor oggi.

Ernesto Cairoli

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Icinque figli di Carlo Cairoli e Adelaide Bono di Pavia: Benedetto, Ernesto, Luigi, Enrico, Giovanni parteciparono al Risorgimento italiano. Solo il primo morì nel suo letto. Enrico morì a Villa Glori nel 1867 e Giovanni due anni dopo per le ferite riportate nello stesso scontro. Luigi morì di tifo a Cosenza nel 1860 mentre con Garibaldi partecipava all’impresa dei Mille. Ernesto morì con i Cacciatori delle Alpi durante la battaglia di Biumo nel 1859.

Benedetto fu ferito a Palermo assieme al fratello Giovanni, dopo lo sbarco dei Mille. In seguito divenne presidente del consiglio in una coalizione di sinistra.

I fratelli Cairoli

Da sinistra: Ernesto, Enrico, Benedetto, Luigi, Giovanni e seduta la loro madre Adelaide Cairoli-Bono 

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GIUSEPPE GARIBALDI E I SUOI VOLONTARI ICOMBATTIMENTI DEL1848 A LUINO E A MORAZZONE

Il 30 luglio, quando ormai le sorti della Prima guerra d’indipendenza erano compromesse, GARIBALDI fu mandato da Milano a Bergamo con la sua legione di volontari, ma l’ordine non fu eseguito perché gli austriaci gli avevano sbarrato la strada. Ricevette allora dal comitato di difesa l’ordine di correre a Milano ma, giunto a Monza, piegò su Como per non subire le sorti dei vinti e decise di fare la guerriglia con le sue bande.

Rimasto con millecinquecento uomini, da S. Fermo,presso Como, dov'era il 7 agosto, s'incamminò per Varese, verso il Ticino e, dopo averlo attraversato a Sesto Calende, entrò il 10 agosto a Castelletto Ticino.

Qui, venuto a sapere dell'armistizio Salasco, lanciò un violentissimo proclama agli Italiani, in cui dichiarava di non potersi conformare alle umilianti condizioni ratificate dal re di Sardegna.

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La battaglia di Luino - 1848

Il 14 agosto GARIBALDI lasciò Castelletto e giunse ad Arona, dove requisì viveri, barche e due vapori, il "San Carlo" e il "Verbano", e, imbarcati i suoi volontari, passò a Luino. Verso la sera del giorno dopo, mentre la legione si dirigeva verso la val Travaglia, Garibaldi seppe che tre compagnie austriache, costeggiando il lago, marciavano su Luino. Deciso ad attaccare il nemico, ordinò a un gruppo di volontari di occupare l'osteria della Beccaccia, ma gli Austriaci l’avevano anticipato e i legionari dovettero scacciarli alla baionetta. Gli Austriaci, messi in fuga, lasciarono sul terreno due morti, quattordici feriti e ventitré prigionieri.

Contro gli uomini comandati da GARIBALDI, che il 18 agosto erano entrati a Varese, il maresciallo RADETZKY spedì il II corpo d'armata.

Informato dell'avvicinarsi di tante forze, il giorno 20 agosto Giuseppe Garibaldi si trasferì sulle alture d'Induno, distaccando una compagnia a Viggiù, ma questa, ridotta a soli centodieci uomini, dopo un'ultima resistenza sul Monte S. Maffeo, passò il confine svizzero.

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La battaglia di Morazzone - 1848 -

Decisi a farla finita con i volontari, gli Austriaci cercarono di chiuderli tra il Lago Maggiore, il confine svizzero e il Lago di Como, poi fra i laghi di Varese, di Monate e di Comabbio; ma tutte e due le volte Garibaldi sfuggì alla stretta, la prima volta girando abilmente per la Valganna e la Val Cuvia intorno al massiccio di Campo di Fiori, la seconda gettandosi per la strada Ternate-Mornago-Caidate, verso Morazzone, dove giunse la sera del giorno 26 con circa ottocento uomini.

Circondati da tutte le parti, i legionari furono attaccati di sorpresa dai soldati austriaci e dopo una mischia li scacciarono alla baionetta dall'abitato di Morazzone, dove erano penetrati. Assaliti nuovamente, i volontari resistettero costringendo il nemico a rimandare al giorno dopo l'attacco decisivo. Garibaldi non aspettò però il giorno dopo. Durante la notte uscì inosservato da Morazzone, dirigendosi verso il lago di Varese, ma nel buio della notte la colonna si disperse. Rimasto solo con una settantina di volontari, Garibaldiproseguì verso il confine svizzero, attraversandolo la notte del 27 agosto.

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Dopo la conclusione del Congresso di Vienna, nel 1815, anche in Italia tornarono sul trono i sovrani che erano stati spodestati da Napoleone.

Il Regno lombardo-veneto dipendeva direttamente dall’Austria ed era retto da un vicerè. La Lombardia era allora la regione economicamente più sviluppata della Penisola.

Il Ducato di Massa e Carrara e il Ducato di Lucca erano strettamente legati all’Austria.

I Ducati di Parma e di Modena e il Granducato di Toscana vennero assegnati a nobili austriaci, parenti stretti dei sovrani.

Lo Stato Pontificio venne ricostituito nei confini che aveva prima della Rivoluzione Francese ed era protetto dagli Austriaci.

Il Regno delle Due Sicilie tornò alla famiglia dei Borbone, che era alleata e dipendente dall’Austria.

Il Regno di Sardegnasi ingrandì acquisendo il territorio della Repubblica di Genova e ottenendo lo sbocco al mare. Il re Vittorio Emanuele I riuscì a mantenere una certa autonomia dall’Austria.

L’Italia nel 1815

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Nell’aprile del 1859 scoppiò la Seconda guerra d’indipendenza.

In base agli accordi di Plombières la Francia aiutò il Piemonte e l’Austria fu sconfitta a Magenta, a Solferino e a San Martino.

L’esito della guerra scontentò però gli Italianiperché solo la Lombardia fu ceduta al Regno di Sardegna mentre tutti si attendevano che anche il Veneto fosse annesso al regno sabaudo.

Nei primi mesi del 1860 Cavour, in cambio della cessione di Nizza e della Savoia alla Francia, ottenne da Napoleone III che in Toscana e in Emilia, dove erano sorti dei governi provvisori, si svolgessero dei plebisciti per l’annessione al Regno sabaudo, che ebbero esito favorevole e sancirono l’unione di quei territori al Piemonte.

L’Italia nel 1859

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Il 17 marzo del 1861 nacque il Regno d’Italia

Al completamento dell’ unità mancavano ancora lo Stato Pontificio, il Veneto e il Trentino.

Per giungere a questa situazione erano state necessarie due guerre d‘Indipendenza contro l’Austria per la liberazione della Lombardia, la spedizione guidata da Garibaldi contro i sovrani del Regno delle due Sicilie per l’annessione del Sud e l’intervento dell’esercito piemontese nelle regioni dell’Italia centrale.

1861

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Nel 1866 venne combattuta la Terza guerra d’indipendenza

L’Italia si alleò con la Prussia contro l’Austria. L’esercito italiano subì due pesanti sconfitte a Custoza e a Lissa, ma le vittorie prussiane consentirono comunque di strappare all’Austria il Veneto.

Sotto il controllo austriaco rimanevano ormai solo Trento e Trieste.

1866

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La conquista di Roma

L’annessione del Lazio e di Roma avvennero solo nel 1870, dopo la sconfitta subita dalla Francia nella guerra combattuta contro la Prussia. Scomparso dalla scena politica europea Napoleone III, che aveva sempre difeso lo Stato pontificio, le truppe italiane poterono occupare il Lazio e Roma.

L’anno successivo Roma venne proclamata Capitale del Regno d’Italia

1870

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LA SPEDIZIONE DEI MILLE

Nel 1860, grazie alla “spedizione dei mille” guidata da Garibaldi, che in pochi mesi sconfisse le truppe borboniche, le regioni del sud vennero annesse al Regno di Sardegna.

Nello stesso anno l’intervento dell’esercito piemontese, sotto la guida del re Vittorio Emanuele II, consentì l’occupazione dell’Umbria e delle Marche.

Il processo di unificazione nazionale si era così in gran parte realizzato.

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SANTINO MAZZUCCHELLI E LA PRIMA GUERRA D’INDIPENDENZA

Santino Mazzucchelli, sesto di nove figli, nacque a Venegono Superiore il 21 giugno 1827.

Nel 1848,animato dagli ideali patriottici e con la sensazione che così facendo si sarebbero aperte buone prospettive anche in campo economico, partecipò alla difesa di Milano, ormai cinta d’assedio degli Austriaci.

Come per altri giovani, le motivazioni patriottiche erano legate alla volontà di liberarsi dell’opprimente burocrazia asburgica, che frenava ogni iniziativa e attività economica.

Nello stesso anno egli iniziò la produzione di pettini e bottoni, ricavandoli dalla corna di bue,prima nel territorio di Vengono e poi a Castiglione Olona. cominciò così l’attività dell’azienda che avrebbe segnato la storia e lo sviluppo economico del nostro paese.

SANTINO MAZZUCCHELLIfondatore della fabbrica “Mazzucchelli 1849”

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1815

IL CONGRESSO DI VIENNA

Dopo ilCongresso di Vienna (1814-1815), sui troni europei tornarono i sovrani deposti da Napoleone e quasi tutti gli stati vennero retti da monarchie assolute.

Al Congresso, oltre ai rappresentanti delle potenze vincitrici, prese parteanche la Francia, chesostenne ilprincipio di legittimità, cioè che al potere dovevano tornare le famiglie che lo avevano prima di Napoleone.

Si affermò anche ilprincipio di equilibrio, che puntava ad evitare che una potenza raggiungesse una posizione di predominio e potesse minacciare le altre.

Il periodo che prese avvio con il Congresso di Vienna si chiama

“Età della Restaurazione”

perché i sovrani cercarono diriportare l’Europa a com’era prima di Napoleone, quindi alla monarchia assoluta.

In questo periodonacquero le società segrete come la carboneria, che si proponevano di

- ottenere la monarchia costituzionale

- cacciare gli Austriaci dal territorio nazionale.

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1820 – 1821

Dopo ilCongresso di Viennai sovrani Italiani rifiutarono di concedere ai sudditi la costituzione e di fare riforme.

I primi moti nella penisola scoppiarono nel luglio 1820 nel Regno delle Due Sicilie. Alcuni reparti dell’esercito, guidati da due tenenti dell’esercito (Morelli e Silvati), che aderivano alla carboneria, si ribellarono e il re Fedinando I fu costretto a concedere una costituzione.

Nel marzo del 1821, sulla scia delle notizie provenienti dal sud, anche in Piemonte venne organizzato un moto con l’obiettivo di ottenere una costituzione. Gli insorti speravano di ottenere l’appoggio del principe ereditario Carlo Alberto, che dopo un iniziale appoggio, li abbandonò. L’intervento austriaco soffocò sul nascere il moto e riportò in Piemonte il regime assolutista.

Tra il 1820 e il 1821 la polizia austriaca arrestò in tutta Italia circa duecento patrioti e diventò il nemico principale di coloro che si battevano per la libertà e l’indipendenza.

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1831

Nel 1831 vennero attuati nuovi tentativi da parte dei gruppi carbonari, ma anche questi, come quelli del 1820-1821, fallirono.

Il patriota Ciro Menotti iniziò un moto rivoluzionario che partendo da Modena si sarebbe dovuto estendere all’Italia centrale. I cospiratori ebbero inizialmente l’appoggio del duca Francesco IV, che pensava di sfruttare le insurrezioni per estendere i propri territori. Il timore di un intervento austriaco convinse però poi il duca a chiedere l’aiuto della Santa Alleanza, che represse duramente il moto.

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1846

L’elezione di Pio IX a pontefice nel giugno del 1846, rinnovò le speranze dei liberali italiani, che auspicavano che il nuovo papa potesse assumere la guida del movimento per l’indipendenza italiana. L’entusiasmo popolare costrinse il papa a attuare alcune riforme: una limitata libertà di stampa, l’istituzione di una Consulta di Stato e la creazione di una guardia civica costituita da cittadini che sostituisse la polizia dello stato pontificio.

Anche il granduca di Toscana Leopoldo II, sotto la pressione dell’opinione pubblica, concesse una certa libertà di stampa e la costituzione di una guardia civica.

A sua volta Carlo Alberto, divenuto re nel 1831, che aveva già realizzato importanti riforme in campo amministrativo, cominciò a cercare la collaborazione dei patrioti e a manifestare aperta avversione verso l’Austria, soprattutto dopo che questa aveva cercato, con vari provvedimenti doganali, di danneggiare l’economia piemontese.

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1848

Nel mese di Marzo Venezia e Milano si ribellarono agli Austriaci e li cacciarono dalle proprie città.

A Milanola lotta durò cinque giorni e per questo motivo si parla delle Cinque Giornate.

Il 25 marzo iniziò la Prima guerra d’indipendenza.A fianco delle truppe del Regno di Sardegna accorsero in Lombardia numerosi volontari provenienti in tutta Italia e grazie a loro e ad alcuni reparti inviati dagli altri sovrani italiani, i Piemontesi riuscirono a bloccare gli Austriaci nelle battaglie di Curtatone e Montanara. Nell'agosto però Carlo Alberto, dopo il frettoloso abbandono della guerra da parte degli altri sovrani, venne sconfitto a Custoza e fu costretto a chiedere l’armistizio.

Spinto dalle richieste dei patrioti, nel febbraio del 1849 Carlo Alberto riprese la guerra contro l’Austria, ma dopo la sconfitta subita a Novara, fu costretto a chiedere un nuovo armistizio e a abdicare, lasciando il trono al figlio Vittorio Emanuele II.

A Firenze, Venezia e Roma si erano formate repubbliche guidate dai democratici, che vennero stroncate dall’intervento austriaco e francese.

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1855-1856

I fallimenti dei moti rivoluzionari e della Prima guerra d’indipendenza avevano convinto Cavour, divenuto Primo Ministro del Regno di Sardegna nel 1852, che per cacciare dalla penisola gli Austriaci e realizzare l’unità fosse necessario cercare alleanze internazionali.Per questo motivo nel 1855 decise di far partecipare alla guerra di Crimeaa fianco di Francesi e Inglesi, che si opponevano al tentativo della Russia di espandersi verso il Mar Nero.

Alla fine della guerra, nel 1856, il Cavour partecipò al Congresso di Parigi e ottenne di far dedicare una seduta alla discussione dei problemi italiani.

Francia e Inghilterra mamnifestarono simpatia per la causa italiana e vennero poste le basi per gli accordi di Plombières del 1858, che avrebbero determinato l’entrata in guerra della Francia a fianco del Piemonte nella Seconda guerra d’indipendenza

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1859

Nel 1858 Cavour e Napoleone III , imperatore francese, firmarono un accordo segreto a Plombièresche prevedeva, in caso di attacco austriaco, l’aiuto militare della Francia.

Cavour provocò in vari modi l’Austria, fino a quando, nell’aprile del 1859, scatto l’attacco. Aveva così inizio la Seconda guerra d’indipendenza.

Nel corso del mese di giugno gli eserciti alleati francese e piemontesi sconfissero gli Austriaci a Magenta, a Solforino e a San Martino.

Napoleone III, che aveva subito numerose perdite e temeva il malcontento dei Francesi per una guerra che non comprendevano, chiese l’armistizio con l’Austria (armistizio di Villafranca), ottenendo la cessione della Lombardia, ma non del Veneto, come era stato pattuito con Cavour.

Nello stesso periodo in Toscana, in Emilia e in Romagna nacquero dei governi provvisori che chiesero l’annessione al Regno di Sardegna.

Cavour, in cambio della cessione alla Francia di Nizza e della Savoia, ottenne che nei territori dell’Italia centrale si svolgessero dei plebisciti per l’unione al Regno di Sardegna. Le votazioni confermarono l’annessione dei territori dell’Emilia Romagna e della Toscana.

L’iniziativa passò a questo punto ai democratici, che volevano completare l’unificazione della Penisola, conquistando anche i territori del sud.

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1860

Il 5 maggio del 1860 Garibaldi e i suoi volontari partirono da Quarto, poco lontano da Genova, alla volta della Sicilia, dove volevano far scoppiare un moto di rivolta contro il governo Borbonico.

In poco più di due mesi i garibaldini, con l’appoggio dei Siciliani, conquistarono l’isola.

Il 19 agosto Garibaldi passò in Calabria, dove ricevette l’aiuto di 15.000 volontari provenienti da tutta Italia, e in una quarantina di giorni determinò la caduta del regno borbonico.

A questo punto Cavour decise di intervenire per evitare che Garibaldi attaccasse Roma, determinando l’intervento in difesa del papa della Francia di Napoleone III.

L’esercito piemontese per raggiungere il sud invase i territori pontifici dell’Umbria e delle Marche e raggiunse le truppe garibaldine a Teano, vicino a Caserta, dove l’eroe dei due mondi consegnò a Vittorio Emanuele II i territori conquistati, salutandolo come “re d’Italia”.

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1861

Nascita del Regno d’Italia

Nel marzo del 1861, dopo la seconda guerra d'indipendenza e la spedizione dei 1000, nacque il Regno d' Italia, al quale però mancavano ancora i territori del Veneto e del Lazio, che sarebbero stati riuniti all’Italia solo successivamente.

Vittorio Emanuele II assunse per sé e per i suoi successori il titolo di re d’Italia “per grazia di Dio e per volontà della Nazione”.

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1870 – 1871

Il 20 settembre del 1870, in seguito alla guerra franco-prussiana e alla pesante sconfitta subita dalla Francia di Napoleone III, il Papa perdette il suo difensore e dovette cedere allo stato italiano i territori del Lazio e la città di Roma, che l’anno seguente fu dichiarata capitale del regno.

Con la presa di Roma si apriva la “questione romana” perchè il Papa Pio IX si rifiutò di riconoscere lo Stato italiano e negli anni successivi decretò per i cattolici il non expedit, cioè il divieto di partecipare alla vita politica del paese.

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LE IDEOLOGIE DEL RISORGIMENTO

Il fallimento dei moti carbonari del 1820 e del 1831 provocò un’intensa discussione sulla strategia utilizzata per realizzare l’indipendenza e l’unità dell’Italia; ci si interrogò non solo sulla tattica da adottare nella lotta contro il dominio straniero, ma anche sulla natura politica del futuro stato italiano.

REPUBBLICANI

UNITARI

NEOGUELFI

FEDERALISTI

LIBERALI MODERATI

REPUBBLICANI FEDERALISTI

MAZZINI

GIOBERTI

BALBO

CAVOUR

CATTANEO

REPUBBLICA UNITARIA

CONFEDERAZIONEPRESIEDUTA DAL PAPA

REPUBBLICA FEDERALE

REGNO GUIDATO DAI SAVOIA

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Il repubblicanesimo unitario di Giuseppe Mazzini

La critica alla carboneria

Giuseppe Mazzini è il primo patriota che propone una profonda critica all’organizzazione del movimento insurrezionale in società segrete.Il fallimento dei moti del 1831 era dovuto, a suo parere, al carattere troppo segreto e ristretto di queste associazioni clandestine, che non riuscivano a coinvolgere il popolo negli ideali di liberazione.

La scelta repubblicana

Mazzini era un convinto sostenitore della forma repubblicana dello Stato, la sola che potesse realizzare un’effettiva unità del paese e che eliminasse tutte le dinastie monarchiche che per secoli, per difendere i propri interessi, avevano preferito mantenere diviso il territorio italiano. La forma repubblicana era l’unica, a parere di Mazzini, a consentire un’autentica democrazia.

A sostenere il pensiero di Mazzini furono per lo più singoli esponenti intellettuali o militari che avevano forte motivazione politica ma che, come era già accaduto in passato, non potevano contare sul favore delle masse.

I contadini, cui Mazzini non si rivolgeva direttamente, e gli operai, che preferivano le ideologie socialiste, non furono sostenitori del suo progetto politico e anche le classi medie erano spaventate dal suo appello all’insurrezione.

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La Giovine Italia

Nel1831 Mazzini fondò l’associazione clandestina LaGiovine Italia, che non aveva il carattere settario della carboneria perché, pur clandestina, reclutava i suoi affiliati fra tutti coloro che condividevano l’ideale mazziniano. Il suo programma prevedeva un’Italia unita e indipendente e sosteneva che per raggiungere questo obiettivo non si poteva evitare la guerra con l’Austria, che doveva essere scacciata attraverso una serie di insurrezioni popolari.

Il fallimento dei moti mazziniani

L’ideologia mazziniana ha avuto un’importanza enorme per la cultura politica del nostro paese, ma quest’importanza è inversamente proporzionale al successo che ebbero i moti organizzati da Mazzini, che fallirono quasi tutti miseramente.

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Il neoguelfismo

di Vincenzo Gioberti

La scuola neoguelfa si rifaceva alla tradizione culturale che vedeva nella Chiesa l’istituzione salvatrice della cultura italiana durante le invasioni barbariche.

Vincenzo Gioberti fu l’intellettuale che trasformò il neoguelfismo in un’autentica ideologia politica, che si poneva il problema dell’unità e indipendenza italiana e, nel contempo, si concepiva come alternativa al pensiero politico di Mazzini.

Gioberti appoggiava gli ideali patriottici e nazionalisti, tanto che fu anche affiliato alla Giovine Italia; da ecclesiastico, però, respingeva la pratica rivoluzionaria. Coerentemente all’ortodossia cattolica, egli credeva nella legittimità del potere dei principi e, di conseguenza, non era d’accordo sulla forma repubblicana del futuro Stato italiano.

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Vincenzo Gioberti

Una federazione

sotto la guida del papa

L’ideale di un’Italia unita doveva realizzarsi in maniera pacifica, con il consenso di tutti i poteri presenti sul territorio italiano, quindi non contro i principi, ma con il loro parere favorevole. La coscienza religiosa cattolica doveva inoltre essere quell’unità spirituale e culturale capace di unire l’insieme degli Stati in una federazione.

Gioberti pensava a una unione dei diversi Stati in una federazione; in ogni Stato il potere sarebbe rimasto alle legittime dinastie; la federazione sarebbe stata invece guidata dal papa, a indicare l’unità morale e spirituale del nuovo Stato.

Il programma di Gioberti non indicava la strategia per liberare il territorio nazionale dal dominio straniero. Egli riteneva che il declino dell’Impero Ottomano avrebbe naturalmente portato l’Impero Asburgico a espandere la sua influenza verso i Balcani consentendo di raggiungere l’indipendenza del Lombardo-Veneto attraverso accordi diplomatici.

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Cesare Baldo

e il ruolo dei Savoia

Cesare Balbo, uomo politico piemontese, era entusiasta dell’ideologia giobertiana, ma affermava la necessità che lo Stato piemontese diventasse protagonista del gioco politico-diplomatico che avrebbe condotto alla liberazione del dominio austriaco. Anche lui, come Gioberti, pensava che l’Austria avrebbe ceduto le regioni settentrionali della penisola, compensando la perdita con la conquista dei territori balcanici, dove tutto lasciava prevedere il crollo dell’Impero turco, ma era convinto che non tanto al pontefice si dovesse guardare per convincere l’Austria ad andarsene, quanto a Carlo Alberto, sovrano dell’unico Stato italiano ricco di una tradizione militare e capace di difendere militarmente il paese.  

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Il federalismo di Cattaneo

Carlo Cattaneoera il principale esponente della terza importante corrente ideologica del risorgimento italiano: quella federalista.

Si tratta di unaconcezione dell’unità italiana in cui erano valorizzate le capacità di autogoverno locale, nel quadro di una forma di governo repubblicana, che eliminasse l’eredità conservatrice delle dinastie regnanti.

L’aspetto maggiormente distintivo del federalismo repubblicano era la concezione laica della politica, indipendente da qualsiasi ideologia religiosa.

Cattaneo fu uno dei più convinti sostenitori della superiorità della cultura scientifica, capace di realizzare il progresso sociale.

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I PROBLEMI DEL NUOVO REGNO DOPO L’UNITA’

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LA SITUAZIONE ECONOMICA E SOCIALE DEL NUOVO REGNO

  • STRADE : poche ed in cattive condizioni

  • FERROVIE : dove c’erano si fermavano ai confini dei vecchi

    stati senza allacciarsi ad altre ferrovie

  • SCUOLE : erano poche

  • ANALFABETISMO : 78%, che arrivava al 90% nelle regioni del sud

  • ECONOMIA : molto arretrata specialmente nel sud

  • REDDITO : meno di un terzo di quello dei Francesi e un

    quarto di quello degli Inglesi

  • INDUSTRIA : poco sviluppata rispetto ai paesi europei, presente solo in Lombardia, Piemonte, Liguria

  • AGRICOLTURA : attività prevalente, livelli di sviluppo diversi nelle

    diverse zone dell’Italia

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Situazione ecomica del sud

SITUAZIONE ECOMICA DEL SUD

Erano presenti i latifondi, grandi estensioni di terreno agricolo che appartenevano a pochi e ricchi proprietari che vivevano in città e non Investivano i loro capitali per migliorare la produzione delle loro terre.

La maggioranza degli abitanti delle campagne erano braccianti privi di terra o contadini proprietari di piccoli poderi. Erano tutti molto poveri e vivevano in condi­zioni di incredibile miseria

SITUAZIONE ECOMICA DEL NORD

  • Abili imprenditori investono nell’agricoltura i loro capitali e creano aziende agricole moderne

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Condizioni igieniche e sanitarie

CONDIZIONI IGIENICHE E SANITARIE

  • Abitazioni malsane

  • Mancanza di acqua potabile

  • Scarsa igiene

    Questa situazione causava la diffusione di molte malattie: il COLERA, il TIFO, la MALARIA la nelle zone paludose e la PELLAGRA, dovuta alla mancanza di vitamine, poiché le classi più povere mangiavano quasi solo alimenti a base di farina di granoturco comepolenta.

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Il bilancio dello stato

IL BILANCIO DELLO STATO

  • Il nuovo stato aveva ereditato idebiti dei vecchi stati della penisola

  • Il Piemonte aveva avuto forti spese per le guerre combattute per realizzare l’unità

  • C’era un forte deficit (Spese più alte delle entrate, che determinano un grave debito del nuovo Stato)

  • Emergeva lanecessità di far pagare tasse spesso più alte di quelle dei vecchi stati

  • Tutto questo causava il malcontento dei cittadini più poveri, soprattutto nel sud, che vedevano le loro condizioni peggiorare rispetto al periodo preunitario

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Il servizio militare obbligatorio

ILSERVIZIO MILITARE OBBLIGATORIO

  • Per il nuovo Stato c’era la necessità di creare un forte esercito

  • Venne istituito il servizio militare obbligatorio che durava più anni

  • Con la leva obbligatoria veniva meno il lavoro dei giovani nei campi e questo rendeva ancora più misere le condizioni delle famiglie dei contadini. Questo provvedimento danneggiava soprattutto il Sud, dove l’agricoltura era l’attività prevalente

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Il brigantaggio

IL BRIGANTAGGIO

Le forti tasse, la leva militare obbligatoria e la mancata distribuzione delle terre dei latifondi, che i contadini avevano sperato di ottenere dopo l’impresa di Garibaldi, fecero esplodere la protesta e la rabbia nella forma violenta del brigantaggio.

Le classi più povere esprimevano in questo modo la protesta contro lo stato dal quale non si sentivano né compresi né protetti.

I briganti erano:

  • giovani senza lavoro o che volevano evitare il servizio militare

  • poveri che non avevano soldi per le tasse

  • soldati borbonici rimasti fedeli all'ex re Francesco II, che dall’esilio a Roma, inviava ai ribelli armi e denaro, sperando così di riconquistare il trono.

    Le bande di briganti si rifugiavano sulle montagne e per sopravvivere rubavano, saccheggiavano e seminavano il terrore. I contadini spesso proteggevano i briganti perché apparivano ai loro occhi come alleati contro la prepotenza dei signori, vendicatori dei torti subiti, addirittura eroi.

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Atteggiamento dello stato verso i briganti

ATTEGGIAMENTO DELLO STATO VERSO I BRIGANTI

Il nuovo Statonon poteva sopportare la ribellione delle regioni del sud né gli intrighi dei Borboni e considerò il brigantaggio come un movimento contrario all’unità dell’Italia.Non seppe capire che le vere cause della ribellione erano invece la mise­ria, la fame, il disperato bisogno di terra dei contadini e si limitò ad inviare l'esercito per reprimere la rivolta.Il brigantaggio fu battuto a prezzo di un’aspra guerra che durò cinque anni e che provocò molti morti. In quegli anni furono fucilati più di 1000 briganti, circa 2500 morirono in combattimento e circa 3000 furono imprigionati. Anche i soldati uccisi dai briganti furono moltissimi. Tutto questo provocò il distacco sempre più forte dei cittadini più poveri e delle classi sociali inferiori dallo stato, sentito lontano e insensibile.

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Fratelli d’Italia

150

anni

dall’unità

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