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Seconda Università di Napoli. Corso di Storia Economica. DOCENTE: M.C. Schisani a.a. 2004-2005. La Rivoluzione industriale in Italia (1800-1913). …i mutamenti nel settore AGRICOLO, INDUSTRIALE, dei TRASPORTI, nella POLITICA DOGANALE, nel SETTORE MONETARIO e BANCARIO.

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Seconda Università di Napoli

Corso di Storia Economica

DOCENTE:

M.C. Schisani

a.a. 2004-2005


La Rivoluzione industriale

in Italia (1800-1913)

…i mutamenti nel settore AGRICOLO, INDUSTRIALE, dei TRASPORTI, nella POLITICA DOGANALE, nel SETTORE MONETARIO e BANCARIO


Il sistema economico italiano (1815-1913)

La storia della costituzione del sistema economico italiano è legata ad una cronologia particolare che risente delle vicende politiche relative al progressivo processo di unificazione del Paese cui furono legate le vicende relative al ritardato sviluppo economico e conseguentemente al ritardato sviluppo del sistema bancario…

  • CRONOLOGIA ECONOMICA

  • 1861-1893/94 periodo di crescita tormentata dell’economia seguente al processo di unificazione (CRISI del 1866, 1874, 1888-93); nel 1882 viene liberalizzata la costituzione di SpA;

  • 1894/96-1913 sviluppo economico italiano (CRISI del 1907)

  • CRONOLOGIA POLITICA

  • 1860 UNITA’ D’ITALIA;

  • 1866 LIBERAZIONE DEL VENETO (III guerra d’Indipendenza);

  • 1870 ANNESSIONE di ROMA (Breccia di Porta Pia);

  • 1915-18 ANNESSIONE di TRENTO e TRIESTE dopo la I g.m.


Il sistema economico italiano (1815-1913)

All’atto dell’unificazione (1860), l’Italia può essere intesa come un paese sottosviluppato rispetto alle realtà economiche e sociali di altri stati europei tanto da essere definita un “late comer” (insieme alla Germania, alla Spagna, al Giappone…) rispetto alle condizioni che storicamente vengono indicate come indici dello sviluppo economico.

“Dalla fine del ‘600 […] l’Italia aveva iniziato la sua carriera di Paese sottosviluppato d’Europa” (C.M. Cipolla)…

Per dare un indice sommario di quelle che sono le condizioni al 1861, basti pensare che fatto pari a 100 il PIL interno italiano, quello inglese era pari a 230, quello svizzero pari a 200, quello francese pari a 170 e quello tedesco pari a 115 in aggiunta ad un tasso di analfabetizzazione pari al 75% della popolazione di età superiore ai 6 anni.

L’unità politica si andò a sovrapporre ad una realtà economica e sociale estremamente frammentata, ad un mosaico di segmenti regionali, spesso in forte contrasto tra loro… (N.B.: differenza con la Germania)


Il sistema economico italiano (1815-1913)

Scriveva Francesco Ferrara, economista liberale, nel 1866, “la nazione resta immobile nella nicchia del suo passato, la scintilla del progresso non l’ha toccata; coltiva come già coltivava; esercita i suoi antichi mestieri; non sente il bisogno di grandi imprese e non trova la via di eseguirle; […] la persona del suo governo le è sempre ai fianchi per regolarne le azioni, per concedere il credito. […] ma lo Stato medesimo non ha speranza se ogni anno è costretto a riproporre il problema della sua esistenza, alimentarsi di prestiti, lasciarsi divorare dalle grandi usure”….

Questo ci dà la dimensione dello stato di arretratezza agricola e industriale dell’Italia unita che contava su un’agricoltura ancora non modernizzata e non del tutto sviluppata e su insediamenti industriali che solo nelle regioni – ex stati – del Nord, Piemonte e Lombardia si erano pressoché sviluppate facendo leva sulla sericoltura e beneficiando rispettivamente dell’illuminata politica liberista cavouriana e dell’influenza e del mercato austriaci.


Il sistema economico italiano (1815-1913)

  • Il Mezzogiorno, viceversa, arrivò all’unificazione politica con un sistema agricolo e industriale arretratissimo soprattutto a causa della politica economica borbonica connotata da:

  • scarsi investimenti in infrastrutture, che erano generalmente strumentali alle esigenze della corte;

  • comparto agricolo estremamente eterogeneo – con zone molto produttive (terra di Lavoro e Tavoliere delle Puglie) e zone ancora paludose – e mancanza assoluta di innovazione;

  • comparto industriale che mancava di iniziativa privata: prevaleva l’industria di Stato, generalmente tessile e siderurgica (ferriere della Mongiana) e lo Stato (la corte, l’esercito) costituiva il maggior mercato di domanda dei prodotti, quindi il regno delle Due Sicilie era un mercato chiuso;

  • chiuso anche a causa della politica fortemente protezionistica dei Borbone che tesero a proteggere l’industria dalla concorrenza estera.


Il sistema economico italiano (1815-1913)

POLITICA DOGANALE

Dalla caduta di Napoleone (1815) alla metà dell’800, in quasi tutti gli stati preunitari fu adotta una politica doganale protezionistica. Dopo il 1850, l’orientamento doganale di alcuni stati mutò in base alle condizioni dell’economia e alla volontà di maggiore o minore apertura delle relazioni con l’estero. Alla vigilia dell’Unità, il Piemonte e la Toscana avevano ridotto notevolmente le proprie tariffe daziarie, a differenza dell’alto protezionismo adottato dallo Stato Pontificio e dal Regno delle Due Sicilie. Nel 1861, la tariffa doganale piemontese, informata ai principi liberistici cavouriani, fu estesa al nuovo regno d’Italia.

Nel primo decennio dell’Unità la politica liberistica fu rafforzata dai trattati di commercio stipulati tra i vari paesi europei, in particolare con Francia, Inghilterra e Austria. Tale politica fu fatale alle già fragili strutture industriali del Mezzogiorno che furono travolte dalla concorrenza straniera. Ma in generale, il liberismo del primo decennio unitario, non agevolò lo sviluppo economico del paese, per cui dal 1870 in poi cominciò ad affermarsi un orientamento favorevole al protezionismo fortemente sostenuto dai primi industriali.


Il sistema economico italiano (1815-1913)

POLITICA DOGANALE

L’orientamento si rafforzò a partire dal 1874 (fino al 1896), quando si aprì il periodo della “depressione dei prezzi”. Il primo passo verso il protezionismo fu fatto con la tariffa doganale approvata nel 1878 che elevò molti dazi del 10-20%. Una maggiore protezione derivò anche dalla sostituzione dei dazi “ad valorem” con i “dazi specifici”. L’obiettivo della tariffa protezionista era anche quello di incrementare le entrate statali ma in tal senso i risultati furono deludenti. Furono deludenti anche rispetto alla difesa del mercato interno dato che il continuo ribasso dei prezzi internazionali non riuscì ad impedire la concorrenza estera.

Per tale motivo si arrivò ad un inasprimento del protezionismo con una nuova tariffa nel 1887 che elevò alcuni dazi anche in misura del 200-300% superiore alla tariffa del ’78. La nuova tariffa doganale diede avvio a quel periodo conosciuto come “guerra commerciale” con la Francia che danneggiò fortemente l’economia dei due paesi e in particolare l’agricoltura italiana. Tuttavia, la nuova tariffa doganale aprì la strada al decollo dell’economia italiana e incoraggiò gli investimenti nel settore industriale con il rinnovamento tecnico delle aziende già avviate e con la formazione di nuove industrie (elettricità e chimica). Dalla metà degli anni ’90, con l’avvio del vero e proprio take off, l’Italia condusse una politica orientata al liberismo attraverso la stipula di convenzioni commerciali con i singoli stati.


Il sistema economico italiano (1815-1913)

TRASPORTI

Lo sviluppo delle ferrovie italiane fu altrettanto ritardato. Prima dell’unificazione ogni stato aveva provveduto alla costruzione di proprie linee ferroviarie molto limitate. Dopo l’Unità, fino al 1865, lo Stato si occupò direttamente della costruzione delle ferrovie investendo ingenti capitali. Ma poi, a causa della crescita vertiginosa del debito pubblico, cedette la rete a 4 società private con apporti di capitale italiano e straniero: la Compagnia delle ferrovie dell’Alta Italia, la Compagnia delle Strade Ferrate Romane, la Società delle Ferrovie Meridionali e la Società anonima Vittorio Emanuele, che si trovarono subito in difficoltà. Per cui, nuovamente, tra il 1868 e il 1882, lo Stato rilevò tutta la rete ferroviaria. Nel 1884, un nuovo piano, previde il passaggio della gestione delle ferrovie ai privati a condizioni particolari: lo Stato rimaneva proprietario degli impianti fissi e le società private – attraverso una convenzione ventennale – fornivano il materiale mobile e in cambio di tale impegno ricevano una proporzione nella divisione degli utili molto elevata. Il fallimento di tali convenzioni allo scadere dei 20 anni fu dovuto alla scarsa remunerazione che le compagnie private ottenevano, per cui l’intera rete ferroviaria tornò in gestione allo Stato ai primi del ‘900.


Il sistema economico italiano (1815-1913)

INDUSTRIA

  • L’Italia arrivò dunque all’Unità con un già evidente “dualismo” economico, tra Nord (più sviluppato) e Sud (arretrato). Proprio questo fenomeno di eterogeneità economica rese lunga e tormentata la “via allo sviluppo”, per l’intero paese. Il periodo compreso tra l’Unità e il 1913, ai fini dell’industrializzazione italiana va diviso in due parti:

  • 1861-94 – caratterizzata da un’organizzazione ancora prevalentemente artigianale, da una produzione destinata quasi totalmente al consumo e alla preparazione dello sviluppo futuro;

  • 1894/96 -1913(take off italiano) – caratterizzata da un’organizzazione industriale moderna e dall’accelerazione produttiva. Tale sviluppo fu favorito essenzialmente dai finanziamenti delle banche (nascita della BANCA MISTA), dalla disponibilità di energia elettrica e dalla politica doganale fortemente protezionistica a difesa delle industrie interne. Le industrie traenti furono essenzialmente tessili e siderurgiche (Terni, Elba, Ilva). Queste ultime, in particolare, beneficiarono delle commesse statali e della nascente industria meccanica e automobilistica. Fu del 1899, infatti, la creazione della Fiat ad opera di Giovanni Agnelli.



...prima del 1861

  • Banche di emissione: molte banche di emissione tra cui le più importanti sono: Banca Nazionale degli Stati Sardi, Banca Nazionale Toscana, Banca dello Stato Pontificio (ex Banca Romana), Banca Pontificia delle Quattro Legazioni, Banco Regio dei Reali Domini al di qua del Faro e Banco Regio dei Reali Domini al di là del Faro…

  • Casse di risparmio


Il sistema bancario italiano prima del 1861...

LE BANCHE DI EMISSIONE

Prima dell’unificazione esistevano molti istituti di circolazione variamente abilitati alla emissione di carta moneta ma spesso con circolazione limitata agli stati di appartenenza. Di questa moltitudine di istituti, molti scomparvero immediatamente subito dopo l’Unità, ma quelli di quattro stati preunitari, in particolare, sono importanti per la successiva storia dell’emissione dell’Italia unita: Piemonte, Toscana, Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie.

Nella fattispecie, sul finire degli anni ’40 del XIX sec., il Piemonte e il Granducato di Toscana avevano scelto la banca unica, il cui modello preconizza i futuri sviluppi dell’organizzazione creditizia del trentennio successivo all’Unità. Non a caso tale scelta avvenne nei due Stati economicamente più avanzati che avevano optato per il liberismo commerciale…


Il sistema bancario italiano prima del 1861...

In PIEMONTE nel 1844 e nel 1847 furono fondate, a Genova e a Torino 2 banche commerciali, S.p.A. con privilegio di emissione.

La BANCA DI SCONTO, DEPOSITI E CONTI CORRENTI DI GENOVA (o BANCA DI GENOVA) istituita nel 1844 da Carlo Alberto, fu autorizzata allo sconto di effetti e all’emissione pagabili a vista al portatore di 500 e 1000 £, senza corso legale e coperti da una riserva di 1/3. Andò in crisi a causa dei finanziamenti allo stato per la prima guerra di indipendenza (1848).

Nel 1847, venne istituita una seconda banca con privilegio di emissione, la BANCA DI TORINO, con forma sociale, capitale e statuto simili a quelli della Banca di Genova. Fra i promotori vi era il Conte di Cavour. Questa Banca iniziò ad operare due anni più tardi, quando, però, in realtà già ne era stata decretato l’assorbimento da parte della Banca di Genova.

La fusione dei due istituti avvenne nel 1849-50 e la nuova banca assunse il nome di BANCA NAZIONALE SARDA.


Il sistema bancario italiano prima del 1861...

In TOSCANA c’era il sistema creditizio più moderno d’Italia. Tra il 1816 e il 1850 erano state costituite 6 banche sotto forma di S.p.A. che potevano fare sconto di cambiali ed emettere biglietti a corso fiduciario convertibili a vista, con circolazione limitata al raggio di azione della banca stessa.

Alla fine1857 (ma fu operativa dal 1859), le banche di sconto di Firenze e Livorno si fusero dando origine alla BANCA NAZIONALE TOSCANA autorizzata ad emettere biglietti fino ad un massimo del triplo del proprio capitale sociale e coperti da riserve metalliche pari ad 1/3 della circolazione. Nel 1860, i rimanenti 4 istituti (Arezzo, Lucca, Pisa e Siena) si fusero con la Banca Nazionale Toscana e così il Granducato entrò nell’Italia Unita con un unico istituto di emissione.

Nello stesso anno dell’Unità, il governo provvisorio, promosse la costituzione della BANCA TOSCANA DI CREDITO PER LE INDUSTRIE E IL COMMERCIO società anonima che ottenne l’autorizzazione ad emettere BUONI DI CASSA PAGABILI A VISTA AL PORTATORE privilegio che in realtà la rendeva una vera e propria banca di emissione.


Il sistema bancario italiano prima del 1861...

Nello STATO PONTIFICIO operavano due banche di emissione una a Roma e l’altra a Bologna.

Nel 1833, il governo papale autorizzò il parigino Maurice Rubichon a fondare una banca di sconto. La BANCA ROMANA sotto forma di S.p.A. ottenne la facoltà di emettere biglietti per il triplo delle riserve metalliche ma fu male amministrata dai dirigenti. Per cui, già nel 1848, la Banca Romana andò in crisi e fu assorbita dalla BANCA DELLO STATO PONTIFICIO, una nuova banca costituita dal Governo papale. Questa banca, con l’annessione di Roma all’Italia, nel 1870, riprese il nome di BANCA ROMANA.

L’altro istituto di emissione dello Stato Pontificio era la BANCA PONTIFICIA PER LE QUATTRO LEGAZIONI (Bologna, Ferrara, Ravenna e Forlì) costituita a Bologna nel 1855. Ebbe vita molto breve e nel 1861, alla data dell’unificazione italiana, essa fu assorbita dalla Banca Nazionale Sarda.


Il sistema bancario italiano prima del 1861...

Nel REGNO DI NAPOLI, dopo la caduta dei francesi nel 1815, il governo restaurato dei Borbone riconobbe il BANCO DELLE DUE SICILIE creato da Murat sotto forma di Banco pubblico, strumento della finanza statale diviso in due rami: la CASSA DEI PRIVATI che riceveva depositi dai privati e faceva anticipazioni su pegno di metalli, tele e stoffe; e la CASSA DI CORTE incaricata del servizio di Tesoreria pubblica.

Il Banco di Sicilia fu una filiazione del Banco delle Due Sicilie. Nel 1843 il Banco delle Due Sicilie estese la sua attività alla Sicilia istituendo due Casse di Corte succursali a Palermo e a Messina. La rivoluzione del 1848, e in seguito la riforma che separava l’amministrazione della Sicilia da quella di Napoli, si posero alla base della costituzione del Banco Regio dei Reali Domini al di qua e del Banco Regio dei Reali Domini al di là del Faro. Quest’ultimo, incorporò le filiali di Messina e Palermo e successivamente assumerà la denominazione di Banco di Sicilia.



Il sistema bancario italiano prima del 1861...

Le CASSE DI RISPARMIO si erano diffuse già agli inizi del XIX secolo. Le prime furono fondate in Veneto, nel 1822, sotto la spinta del governo austriaco generalmente per iniziativa dei locali monti di pietà. Esse si diffusero essenzialmente al Nord e alla vigilia dell’Unità, 4 di esse – Milano, Firenze, Roma e Bologna – detenevano il 78% della raccolta dei depositi di tutte le casse italiane. Quella che in particolare assunse maggiore importanza per operazioni e dimensione fu la CASSA DI RISPARMIO DI MILANO poi denominata CASSA DELLE PROVINCE LOMBARDE (CARIPLO), all’Unità essa amministrava il 55% dei risparmi di tutte le casse italiane impiegati essenzialmente in titoli pubblici.


...tra il 1861 e il 1893

  • Credito cooperativo

  • Casse Postali

  • Banche di emissione:

    • - Al 1861 sono 2, Banca Nazionale Sarda e Banca Nazionale Toscana;

    • - Al 1866 sono 5, si aggiungono cioè i due Banchi meridionali (Napoli e Sicilia) e la Banca Toscana di Credito e la Banca Nazionale Sarda cambia nome in Banca Nazionale nel Regno d’Italia;

    • - Al 1870 sono 6, si aggiunge cioè la Banca Romana dopo l’annessione di Roma all’Italia.

  • - Dall’agosto 1893 sono 3, Banca d’Italia, Banco di Napoli e Banco di Sicilia.

  • Banche di credito mobiliare


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

BANCHE POPOLARI

Sull’esempio delle banche cooperative tedesche anche in Italia cominciarono a diffondersi le BANCHE POPOLARI soprattutto ad opera di LUIGI LUZZATTI. La prima banca di questo tipo fu fondata a LODI, nel 1864, e a distanza di un anno iniziarono a diffondersi nelle principali città del centro-nord. Nel 1871, veniva fondata la BANCA POPOLARE DI NOVARA divenuta ai giorni nostri la più grande del settore. Ebbero una diffusione assai rapida passando, tra il 1870 e il 1913, da appena 50 a 800, e la loro distribuzione territoriale fu assai omogenea.

Esse sorsero sotto forma di società anonime a responsabilità limitata. Inizialmente i soci potevano accedere a prestiti di valore non superiore al doppio dell’ammontare delle azioni sottoscritte. In seguito, il credito da esse erogato iniziò ad estendersi anche ai non soci. Esse modificarono profondamente anche gli impieghi che si orientarono maggiormente allo sconto di cambiali, anticipazioni e prestiti a lungo termine.


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

CASSE RURALI

Le CASSE RURALI, sul modello di quelle di Raiffeisen, si svilupparono una ventina di anni più tardi. Nel 1883, Leone Wollemborg fondò la prima cassa in provincia di Padova con il sostegno di 30 soci e del parroco del paese. Si diffusero inizialmente solo in Veneto. Dopo la pubblicazione dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII iniziarono a sorgere molte casse di ispirazione cattolica e si iniziò a fare una distinzione tra casse rurali NEUTRE e CATTOLICHE. Queste ultime si diffusero molto più delle neutre. In genere le casse rurali non si diffusero nel Mezzogiorno d’Italia ma restarono concentrate nelle regioni del Nord. I soci avevano RESPONSABILITA’ SOLIDALE E ILLIMITATA e i prestiti erano riservati ai soli soci, i quali, tra l’altro, non percepivano alcun dividendo per il capitale versato.


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

CASSE POSTALI

Le CASSE DI RISPARMIO POSTALI, istituite nel 1875, cominciarono a funzionare nel gennaio dell’anno successivo ed ebbero uno sviluppo inatteso. La loro organizzazione capillare consentì la raccolta di ingenti somme soprattutto nel Mezzogiorno dove esse si diffusero maggiormente e dove a partire dalla fine del secolo i depositi crebbero grazie alle cospicue rimesse degli emigranti. Le somme raccolte venivano trasferite alla CASSA DEPOSITI E PRESTITI, in attività dal 1863, che le impiegava in titoli pubblici, in prestiti a comuni, province e altri enti previsti dalla legge.


...le banche di emissione

tra il 1861 e il 1893


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

Nel 1861, un primo passaggio verso l’unificazione fu quello dell’unificazione monetaria. Venne esteso a tutta l’Italia il SISTEMA BIMETALLICO E DECIMALE in uso nello stato piemontese e la lira italiana divenne la moneta ufficiale con il ritiro progressivo dalla circolazione delle monete degli stati preunitari. L’Italia preferì adottare il bimetallismo per allinearsi con la Francia (SISTEMA DEL FRANCO GERMINALE) che era da sempre il referente politico ed economico a livello internazionale. Nel 1865, poi, come abbiamo ricordato a proposito dei sistemi monetari internazionali, l’Italia entrò nell’Unione Monetaria Latina che, dal 1878, decise di sospendere la libera coniazione di monete d’argento e, dunque, nella sostanza aderì al Gold Standard. Oltre alla circolazione metallica, vi era la circolazione cartacea, che però ancora stentava a decollare a causa dell’elevato taglio dei biglietti che non ne permetteva un uso diffuso per le contrattazioni minori.


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

Molto più difficoltoso fu il processo di unificazione dell’Istituto di emissione, progetto caldeggiato dal Conte di Cavour e appoggiato dal direttore della Banca Nazionale Sarda, Carlo Bombrini.

Scomparso prematuramente Cavour, proprio nel corso del 1861, il progetto della banca unica di emissione si incagliò in diversi ostacoli di diversa natura, presentandosi subito come progetto difficilmente esportabile dall’esperienza sabauda a quella del regno italiano. Infatti esso naufragò definitivamente nel periodo 1863-66…


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

Al marzo 1861 esistevano nel regno d’Italia solo due istituti di emissione: BANCA NAZIONALE SARDA e la BANCA NAZIONALE TOSCANA, gli altri istituti verranno riconosciuti tali solo dopo.

Come si è detto, l’unificazione dell’emissione non poté essere realizzata dal Cavour ma la Banca Nazionale Sarda, favorita dal Governo, condusse una politica di espansione dei propri sportelli su tutto il territorio italiano, ottenendo l’autorizzazione all’apertura degli sportelli al sud solo a partire dal 1863.

Il progetto per l’unificazione dell’istituto di emissione fallì nel 1866 quando la Camera dei Deputati non approvò la convenzione per la fusione della Banca Nazionale Sarda con quella Nazionale Toscana il governo cadde e la Banca Sarda assunse la denominazione di BANCA NAZIONALE NEL REGNO D’ITALIA.


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

…il nuovo stato unitario viveva intanto condizioni economiche e finanziarie estremamente precarie, che comportarono un aumento vertiginoso del disavanzo pubblico attraverso un sempre crescente ricorso all’indebitamento estero mediante l’emissione di titoli, collocati per oltre 1/3 su piazze straniere, specie in Francia. L’afflusso di capitali esteri, anche e soprattutto per la costruzione delle ferrovie, permetteva di mantenere elevata la circolazione metallica all’interno del paese.

Sulla politica finanziaria di quegli anni, l’Economist, scriveva, che l’Italia appariva come “una mendica che batte a tutte le porte e che può da un’ora all’altra trascinare nella sua rovina chiunque sia stato così incauto da accettare gli impegni”…

Quindi il problema fondamentale dell’Italia unita era il disavanzo pubblico…


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

La situazione fu sostenibile fino al 1866, quando lo sforzo finanziario della III guerra d’indipendenza (liberazione del Veneto), che sollecitò nuovi prestiti pubblici, si sovrappose alla recessione internazionale che interessò principalmente le piazze di Londra e Parigi. Quest’ultima indusse gli investitori stranieri, in particolare francesi, a realizzare il proprio portafoglio con il risultato di un forte abbassamento del valore dei titoli della Rendita pubblica Italiana 5%. Tale ribasso rese i titoli italiani oggetto di acquisti speculativi da parte di banchieri, commercianti e finanzieri italiani che, per procurarsi i mezzi finanziari per tali operazioni, vendettero azioni, chiesero ed ottennero anticipazioni su titoli alla Banca Nazionale e ritirarono i loro depositi dalle banche…

Questa situazione comportò l’esigenza della dichiarazione del CORSO FORZOSO dei biglietti della Banca Nazionale, il 1 maggio 1866 (decreto 01/05/1866 n. 2873).


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

CORSO FORZOSO (1866)

Il provvedimento prevedeva che la Banca Nazionale concedesse un ulteriore prestito al governo di 250 milioni di £ al tasso dell’1,5% e proprio per questo motivo il corso forzoso durò 15 anni dato che lo Stato trovava convenienza nel finanziarsi mediante emissione di biglietti, sui quali pagava un tasso di interesse molto più modesto rispetto a quello da corrispondere sui titoli di rendita pubblica.

Il decreto stabilì inoltre che la BANCA NAZIONALE TOSCANA e la BANCA TOSCANA DI CREDITO, il BANCO DI NAPOLI e il BANCO DI SICILIA potevano continuare ad emettere biglietti e fedi di credito convertibili a scelta in MONETA METALLICA o IN BIGLIETTI INCONVERTIBILI DELLA BANCA NAZIONALE NEL REGNO. Dal 1866, quindi, operarono nel Regno d’Italia 5 BANCHE DI EMISSIONE.


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

  • L’inconvertibilità dei biglietti provocò una perdita di valore reale della carta moneta sulla quale comparve un aggio, nel senso che la stessa veniva spesa sul mercato ad una valore inferiore a quello nominale.Così, la circolazione cartacea iniziò a scacciare dalla circolazione le monete metalliche e si divise in due categorie:

  • circolazione per CONTO DELLO STATO che scaturiva dai mutui della Banca Nazionale al Tesoro che aumentò vertiginosamente a partire dal 1870 (800 ml di £), quando il Ministro delle Finanze varò la politica di risanamento del bilancio statale contraendo prestiti sempre maggiori con la Banca Nazionale ad un tasso di interesse bassissimo, lo 0,5%;

  • circolazione per CONTO DEL COMMERCIO o DELLE BANCHE costituita dai biglietti emessi dalle banche per i prestiti ai privati che aumentò anche a seguito dell’annessione della BANCA ROMANA (ex BANCA DELLO STATO PONTIFICIO) che, dopo il 1870, con l’annessione di Roma, era divenuto il SESTO ISTITUTO DI EMISSIONE.


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

  • La circolazione cartacea aveva finanziato in maniera facile il sorgere di molte imprese e società bancarie, la cui formazione era stata fortemente accelerata a causa dell’euforia finanziaria derivante:

  • dall’apertura del Canale di Suez (1869) con le conseguenti proiezioni di futuri incrementi commerciali che si aprivano per il Mediterraneo;

  • dall’euforia speculativa che arrivava in Italia dalla Germania unificata che – dopo la vittoria della guerra franco-prussiana – viveva il suo slancio industriale.

  • Il numero delle società per azioni autorizzate all’esercizio del credito ordinario – tra il 1870-1873 – crebbe in Italia da 19 a 143 con una quadruplicazione del capitale nominale e dunque delle azioni in circolazione.

  • La maggior parte di tali banche fu travolta dalla CRISI economica del 1872-73…


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

LEGGE BANCARIA DEL 1874

Tale crisi indusse anche i più accaniti sostenitori della libera emissione di carta moneta a valutare la necessità di un riordino del sistema di emissione e a maturare un provvedimento diretto al riequilibrio dei rapporti fra gli istituti di emissione e fra questi e lo Stato. Così si arrivò alla LEGGE MINGHETTI-FINALI DEL 1874 (l. 30 aprile 1874 n. 1920).

Questa legge stabiliva una netta distinzione tra BIGLIETTI EMESSI PER CONTO DELLO STATO e BIGLIETTI EMESSI PER CONTO DEL COMMERCIO. In particolare, si stabilì che un CONSORZIO DI BANCHE avrebbe emesso biglietti di colore bianco, per un ammontare non superiore a 1 miliardo di £, di taglio variabile tra 50 centesimi e 1000 lire, detti CONSORZIALI (a corso forzoso), come anticipazione allo Stato per le sue necessità finanziarie e non fruttiferi di interesse.


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

LEGGE BANCARIA DEL 1874

  • Le altre banche di emissione, compresa la Banca Nazionale:

  • venivano autorizzate ad emettere biglietti convertibili in metallo o in biglietti consorziali;

  • i biglietti dovevano essere garantiti da una riserva pari ad 1/3 del loro valore.

  • In tal modo la legge del 1874 diede un minimo di ordine alla circolazione cartacea. Il predominio della Banca Nazionale rimase immutato. I suoi biglietti avevano una circolazione territorialmente molto estesa, mentre i biglietti delle altre banche di emissione continuavano ad avere circolazione limitata alle zone di appartenenza.


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

Superata la crisi economica del 1873 l’economia italiana iniziò una fase di crescita dovuta essenzialmente alla politica di risanamento portata avanti con successo attraverso un fortissimo aumento delle entrate statali. Indici della ripresa furono l’incremento dei depositi a risparmio presso le banche, l’incremento del commercio con l’estero, il miglioramento della bilancia commerciale e l’aumento delle quotazioni della Rendita Italiana. Si erano dunque verificate condizioni tali da permettere un ritorno alla convertibilità soprattutto perché il pareggio del bilancio statale aveva portato lo Stato a non dipendere più dal finanziamento delle Banche attraverso l’emissione dei biglietti. Era però necessario rimborsare le anticipazioni ricevute al fine di ripristinare le riserve delle banche per permettere loro di tornare alla convertibilità dei biglietti.


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

IL RITORNO ALLA CONVERTIBILITA’ 1881-83

A tal fine il Governo stipulò un ingente prestito attraverso l’emissione di nuove cartelle di Rendita Italiana che furono collocate essenzialmente all’estero tra Londra e Parigi e tra i maggiori sottoscrittori vi furono i Rothschild, gli Hambro, i Baring, etc. La legge MAGLIANI DEL 1881, stabilì che:

a) si aboliva il corso forzoso;

b) si scioglieva il consorzio di banche;

c) si impegnava lo Stato a ritirare dalla circolazione i biglietti consorziali, dando in cambio monete metalliche o biglietti di stato. Tale operazione iniziò a partire dal 1883.


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

SPECULAZIONE EDILIZIA E CRISI DEL 1888-89

L’abolizione del corso forzoso restituendo pieno potere di acquisto alla carta moneta, aveva riportato i capitali stranieri in Italia con un conseguente clima di euforia negli affari. Si accese una fortissima speculazione edilizia che coinvolse molte banche nel finanziamento delle costruzioni, in particolare a Napoli e a Roma, e ben presto, alla fine degli anni ’80, scoppiò una fortissima crisi dovuta ad una sovrabbondante offerta di abitazionie la Banca Nazionale dovette intervenire più volte anche dietro sollecitazione del governo Crispi per sostenere o salvare le banche coinvolte nel crack…


Il sistema bancario italiano tra il 1861 e il 1893...

SPECULAZIONE EDILIZIA E CRISI DEL 1888-89

  • La crisi edilizia e bancaria iniziata nel 1888-89 si innestava su una crisi generale dell’economia del paese che risentiva di vari fattori:

  • la crisi agraria apertasi con la sottoproduzione del 1884;

  • la crisi commerciale dovuta alla “guerra doganale” con la Francia e apertasi con la tariffa del 1887;

  • la ricomparsa dell’aggio sulla carta moneta che rendeva conveniente il cambio dei biglietti in moneta metallica dato che le banche di emissione erano tenute a cambiarli alla pari. Per tale motivo le riserve di queste ultime furono sottoposte a fortissime tensioni di liquidità...


...la crisi del 1893-94:

il fallimento delle banche

di credito mobiliare e

la crisi e il riordino

degli istituti emissione


Crisi del 1893-94...

LE BANCHE DI CREDITO MOBILIARE

Il settore delle società ordinarie di credito divenne il maggiore del sistema bancario italiano a partire dagli anni ’70 del XIX sec. Fra queste, le banche di credito mobiliare, sull’esempio del Credit Mobilier francese, si impegnarono in investimenti a medio e lungo termine. Le due più importanti furono il CREDITO MOBILIARE e la BANCA GENERALE (ma c’erano anche il Banco di Sconto e Sete, la Banca Tiberina).

Il CREDITO MOBILIARE nacque dalla trasformazione della Cassa del commercio e dell’industria sorta a Torino nel 1852. Per impulso del Cavour quest’ultima si era indirizzata verso operazioni di credito mobiliare grazie anche all’intervento dei Rothschild. E nel 1863 essa fu trasformata nella Società Generale di Credito Mobiliare Italiana grazie anche all’intervento dei Fratelli Pereire.

La BANCA GENERALE venne fondata a Roma nel 1871 con un capitale di 30 milioni ¼ del quale fu sottoscritto dall’Union Bank Austriaca e il resto da banchieri e capitalisti italiani.


Crisi del 1893-94...

LE BANCHE DI CREDITO MOBILIARE

Lo sviluppo dei due istituti fu abbastanza lento dato che la loro limitata espansione territoriale influì negativamente sulle risorse di cui erano in grado di disporre. Le somme raccolte venivano impiegate a lungo termine mediante l’acquisto di titoli molto differenziati: ferroviari, tranviari, alimentari, siderurgici, assicurativi, ma soprattutto titoli immobiliari e di imprese impegnate nella costruzione delle opere pubbliche. Proprio questi cospicui investimenti furono la causa del fallimento di queste due importanti istituzioni bancarie, coinvolte nella crisi generale del 1892-94. Già nel 1892 il CREDITO MOBILIARE per cattivi investimenti di carattere immobiliare aveva perso buona parte dei suoi capitali.

La Banca Nazionale intervenne inizialmente per il salvataggio delle più importanti società di credito mobiliare, ma la crisi non ne permise la ripresa.


Crisi del 1893-94...

LE BANCHE DI CREDITO MOBILIARE

Nel 1893, sulle azioni del CREDITO MOBILIARE iniziò una speculazione al ribasso che comportò il ritiro dei depositi e il ritiro dei fidi delle banche estere.

L’immobilizzo del portafoglio titoli della banca rendeva impossibile realizzare a breve la liquidità necessaria per far fronte alle richieste del mercato interno ed estero e così, alla fine del 1893, il Credito Mobiliare chiudeva i propri sportelli. E poco più tardi, la Banca Generale, che era ritenuta più solida, sotto la pressione dei ritiri dei depositanti dovette chiudere nel gennaio del 1894. Fallivano così le due istituzioni bancarie più prestigiose d’Italia.


Crisi del 1893-94...

Per far fronte alle crescenti esigenze dell’economia e soprattutto della speculazione edilizia, con finanziamenti a breve (sconti e anticipazioni), intanto, gli istituti di emissione erano ricorsi in larga misura ad emissioni di biglietti eccedenti i limiti di copertura.

Tale condizione di irregolarità divenne particolarmente evidente nel momento in cui la convenienza al cambio delle banconote – di cui si è precedentemente – accelerò la corsa agli sportelli delle banche di emissione per la conversione…

Cosi nel 1889, il Ministro dell’Agricoltura, Luigi Miceli, ordinò un’inchiesta amministrativa sulle banche di emissione, sotto la guida del senatore Alvisi, che portò alla luce gravi irregolarità,


Crisi del 1893-94...

INCHIESTA ALVISI (1889) SUGLI ISTITUTI DI EMISSIONE

In particolare le irregolarità della Banca Romana erano le più gravi dato il forte coinvolgimento dell’istituto nella speculazione edilizia, che aveva alimentato con emissioni crescenti di cartamoneta non coperta da riserva, per un totale di circa 9 milioni di £. L’emissione era inoltre servita a coprire un pesante vuoto di cassa dovuto anche ai continui prestiti a uomini politici molto in vista dell’epoca, tra cui Crispi (presidente del Consiglio) e Giolitti (Ministro del Tesoro). Questi ultimi segretarono i risultati dell’inchiesta e addirittura Giolitti, divenuto successivamente presidente del Consiglio, nel 1892, nominò senatore Bernardo Tanlongo, direttore della Banca Romana.


Crisi del 1893-94...

INCHIESTA FINALI (1893) SUGLI ISTITUTI DI EMISSIONE

La nomina di Tanlongo non fu approvata e così – i risultati dell’inchiesta Alvisi – vennero resi noti dal deputato radicale Napoleone Colajanni, portando alla luce quello che sarà il più grave scandalo bancario del XIX secolo. Fu infatti ordinata una nuova indagine nel 1893. L’indagine svolta di Gaspare Finali portò alla luce che la Banca Romana aveva ecceduto il proprio limite di emissione di quasi il doppio, che aveva tentato di immettere sul mercato biglietti con serie duplicata e che aveva falsificato i bilanci per più di 20 anni. L’inchiesta rivelò irregolarità anche nella emissione del Banco di Napoli e di Sicilia e della Banca Nazionale. Le uniche ad essere relativamente in ordine erano le banche toscane.


Crisi del 1893-94...

LA CREAZIONE DELLA BANCA D’ITALIA (1893)

…era evidentemente giunto il momento di un riordino del sistema di emissione e così, la BANCA NAZIONALE TOSCANA, LA BANCA TOSCANA PER IL CREDITO E L’INDUTRIA E LA BANCA NAZIONALE NEL REGNO diedero luogo ad una convenzione per fondersi e dare vita ad un unico istituto la BANCA D’ITALIA, e tale convenzione fu inclusa nel progetto di legge che prevedeva anche la liquidazione della Banca Romana e la concessione del privilegio di emissione per 20 anni alla Banca d’Italia e ai due banchi meridionali. La legge fu varata il 10 agosto 1893 n. 449 ma suscitò malcontento dato che non era riuscita a portare il sistema di emissione al monopolio, lasciando una situazione di triopolio.Con le disposizioni sull’emissione, però, la Banca d’Italia si configurava come un “primus inter pares”, tra i tre istituti superstiti, posizione che fu consolidata, nel 1895 (r.d. 15.01.95 n. 16) che le affidava il SERVIZIO DI TESORERIA DELLO STATO.


Crisi del 1893-94...

LA LEGGE 10 AGOSTO 1893

La BANCA D’ITALIA nacque come SpA con un capitale di 300 milioni di £ e iniziò ad operare il primo gennaio del 1894, con il compito di provvedere alla liquidazione della Banca Romana.

  • La legge fissava inoltre il LIMITE MASSIMO DI EMISSIONE che:

  • doveva essere pari a 1097 milioni di £ (di cui 800 dovevano essere emessi dalla Banca d’Italia, 242 dal Banco di Napoli e 55 dal Banco di Sicilia);

  • doveva essere, nel giro di 10 anni, progressivamente e proporzionalmente ridotto ad un totale di 864 milioni di £;

  • se si voleva eccedere il limite di emissione, c’era bisogno di una copertura metallica del 100% pena una tassazione pari al doppio del tasso di sconto.


Crisi del 1893-94...

CRISI BANCARIA E CORSO FORZOZO (1894)

La legge del 1893 non ebbe effetti immediati rispetto alla ripresa dell’economia che viveva una profonda crisi generale, sociale e finanziaria. Nel 1894, come si è detto, fallirono le due istituzioni bancarie più prestigiose d’Italia, il CREDITO MOBILIARE e la BANCA GENERALE. La crisi investì anche le casse di risparmio e le banche popolari e la Banca d’Italia dovette intervenire immediatamente per evitare il crollo dell’intero sistema bancario sollecitando l’autorizzazione del governo ad un aumento straordinario della circolazione di carta moneta dato che le banche di emissione avevano già raggiunto il limite massimo previsto dalla legge del 1893. Un decreto del 23 gennaio 1894 del ministro delle finanze Sidney Sonnino autorizzò una temporanea emissione straordinaria di biglietti per consentire anticipazioni alle casse di risparmio e alle altre banche in difficoltà. Sonnino, sempre nel 1894, decretò il CORSO FORZOSO dei biglietti di banca mai più sostanzialmente revocato da allora.


...tra il 1894 e il 1914

  • LA BANCA MISTA:

    • BANCO DI ROMA (1880 e 1905-06)

    • COMIT (1894)

    • CREDIT (1895)

    • SOCIETA’ BANCARIA ITALIANA (SBI) (1898)


...dalla nascita della banca mista alla I g.m.

Superata la crisi del 1893-94, con il risanamento anche delle banche di emissione, il settore bancario italiano vide la nascita di nuove grandi banche ispirate alle grandi banche miste di tipo tedesco.

Si trattava della BANCA COMMERCIALE ITALIANA (1894); del CREDITO ITALIANO (1895); della SOCIETA’ BANCARIA ITALIANA (1896); del BANCO DI ROMA (1880/1905-06). Le due ultime si connotano come gli anelli deboli delle banche miste.

In Italia, come in Germania, questo tipo di banche andava a supplire ad un prerequisito mancante, cioè un capitalismo privato in grado di addossarsi il rischio dell’investimento industriale. La banca mista si poneva dunque come “fattore sostitutivo”, come canale di raccolta del risparmio diffuso per convogliarlo verso investimenti industriali.

Queste 4 banche arrivarono a rappresentare il 57% dell’attivo di bilancio di tutte le società ordinarie di credito, nel 1906.


...dalla nascita della banca mista alla I g.m.

  • La Banca Mista visse due fasi:

  • Nella fase fisiologica (1894-1907), la banca mista svolse un ruolo positivo di supporto allo sviluppo italiano. Sebbene molto evidente fin dall’inizio l’intreccio tra capitale industriale e bancario, in questa fase banche e imprese mantennero una certa autonomia operativa e gestionale. Questo fu il momento dello sviluppo trainato da un mercato in espansione e caratterizzato da alti profitti;

  • La fase patologica prese avvio a partire dalla crisi del 1905-07, quando il mercato era saturo e stava invertendosi il ciclo economico e il legame banca/industria si strinse fino a diventare osmotico dando origine alla “mostruosa fratellanza siamese” (la definizione fu di Raffaele Mattioli, presidente COMIT fino al 1972), con la trasformazione del modello “di banca mista alla tedesca” al modello “di banca mista alla tedesca all’italiana”. In questa fase la flessione del profitto portò banchieri e industriali ad affrontarsi nei CdA per disputarsi il controllo delle reciproche imprese (SCALATE ALLE BANCHE E CONTROSCALATE ALLE IMPRESE).


...dalla nascita della banca mista alla I g.m.

COMIT (1894)

La BANCA COMMERCIALE ITALIANA – COMIT –(1894) fu fondata con capitale sottoscritto per quasi 4/5 da SEI BANCHE TEDESCHE (le 4D e la Berliner Geselshaft e una Casa Bancaria privata) e per il resto da banche austriache e svizzere. Nelle trattative un ruolo molto importante ebbe OTTO JOEL, banchiere di origine tedesca, che governò l’istituto per 20 anni. La presenza azionaria tedesca e austriaca fu di breve durata in quanto gli aumenti di capitale furono effettuati da parte dei francesi, in particolare da Paribas, all’indomani del miglioramento dei rapporti commerciali italo-francesi dopo la guerra doganale degli ultimi anni ‘80. Inoltre, il capitale italiano, nel giro di pochi anni divenne maggioritario, nel 1900. La COMIT finanziò essenzialmente le industrie tessili, siderurgiche, meccaniche e alimentari e in misura minore quelle elettriche.


...dalla nascita della banca mista alla I g.m.

CREDIT (1895)

Il CREDITO ITALIANO - CREDIT - (1895) ebbe origine diversa in quanto derivava dalla trasformazione di una banca di Genova che andò in crisi nel 1893. Nel 1894, il suo presidente, Erasmo Piaggio, avviò trattative con alcune case bancarie italiane e tedesche, i cui capitali risollevarono le sorti della banca. Nel febbraio 1895 la Banca di Genova modificava la ragione sociale in CREDITO ITALIANO. Continui aumenti di capitale modificarono rapidamente la composizione dei soci con l’aumento della presenza svizzera e con l’ingresso di capitali francesi e belgi. Il CREDIT finanziò essenzialmente i settori siderurgico, tessile, elettrico, bancario e chimico.


...dalla nascita della banca mista alla I g.m.

COMIT E CREDIT – IL FINANZIAMENTO DELLA SIDERURGIA ITALIANA

In particolare, il finanziamento alla siderurgia fu alla base della concorrenza tra COMIT e CREDIT e anche della crisi in cui le stesse vennero coinvolte, nel 1907, a causa dalle difficoltà del settore industriale che aveva come unico cliente lo Stato che acquistava materiale per la costruzione di ferrovie e per la marina da guerra, mentre l’industria meccanica preferiva rifornirsi all’estero o presso piccole acciaierie, e dunque gli impianti a ciclo continuo delle grosse imprese non potevano essere sfruttati appieno. Così, nel 1911, si rese necessaria una grossa operazione di salvataggio industriale e il risanamento finanziario di queste imprese fu sostenuto da un CONSORZIO BANCARIO, formato dalla Banca d’Italia e da COMIT, CREDIT, SBI e Banco di Roma e dalle principali casse di risparmio italiane.


...la ricerca di un nuovo equilibrio

monetario internazionale:

il Gold Exchange Standard (1922-1933)


Le conseguenze della prima guerra mondiale

  • Il primo conflitto mondiale ebbe conseguenze disastrose sulle economie nazionali dei paesi che vi avevano preso parte e, conseguentemente, a livello internazionale, laddove vennero sconvolti gli equilibri finanziari e monetari che - dall’ultimo trentennio del XIX sec. - avevano garantito, attraverso l’adozione del Gold Standard, un periodo di stabilità e benessere che aveva permesso a tutti gli Stati di vivere il proprio take off, con la formazione di una propria identità politica, economica e finanziaria. Il periodo postbellico fu caratterizzato da una serie di effetti di breve, medio e lungo periodo che possono essere così sintetizzate:

  • Effetti di breve periodo – distruzione materiale di strutture economiche e ricchezze;

  • Effetti di medio periodo – crisi del 1920-21 di riconversione delle economie (da economie di guerra in economie di pace) e inflazione monetaria e crollo delle monete;

  • Effetti di lungo periodo – il fallimento del Gold Standard e l’adozione del Gold Exchange System (GES)…


Le conseguenze della prima guerra mondiale

Partiamo dall’analizzare le conseguenze di terzo tipo, quelle di carattere internazionale. L’adozione e il fallimento del GES pongono di fronte al problema fondamentale del periodo che intercorre tra le due guerre mondiali: la mancanza di cooperazione internazionale e la ricerca di una supremazia finanziaria, economica e/o politica da parte dei singoli stati in alcuni dei quali trova spazio l’affermazione di regimi totalitari quali fascismo e nazismo (lo stalinismo in Russia, dove dal 1917, la rivoluzione di ottobre aveva portato all’affermazione del comunismo).

COSA SUCCEDE A LIVELLO ECONOMICO E FINANZIARIO INTERNAZIONALE CON LA FINE DEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE??? Gli Stati Uniti – ultimo paese ad entrare in guerra – erano divenuti esportatori e creditori mondiali, soppiantando il ruolo secolare di Londra, approfittando del blocco dell’economia e della finanza che colpiva le economie dei paesi europei belligeranti. A partire dal 1919, la Gran Bretagna perse definitivamente il proprio monopolio finanziario e scomparve la centralizzazione finanziaria internazionale con la creazione di più valute chiave.


L'adozione del Gold Exchange Standard

La guerra era stata largamente finanziata, in ogni Stato, con emissione di carta moneta non convertibile (causa dell’inflazione in ogni Stato). Alla fine della guerra, dunque, gli stock di oro a disposizione delle banche centrali dei singoli paesi non erano in alcun modo sufficienti a garantire un ritorno alla convertibilità in oro. Il tentativo di tornare al Gold Standard fallì molto presto e così, si arrivò all’adozione del GOLD EXCHANGE SYSTEM nella CONFERENZA MONETARIA INTERNAZIONALE DI GENOVA del 1922.

  • Dalle risoluzioni della Conferenza i punti essenziali erano:

  • il mantenimento del valore aureo delle monete doveva essere garantito da un’adeguata riserva di averi non necessariamente in oro;

  • quando il progresso economico lo avesse consentito i paesi partecipanti avrebbero tornare al Gold Standard nazionale divenendo così CENTRI AUREI;

  • la CONVENZIONE TRA PAESI si sarebbe fondata, dunque, sul GOLD EXCHANGE SYSTEM.


L'adozione del Gold Exchange Standard

Secondo le disposizioni di Genova, quindi, i GOVERNI potevano autorizzare LE BANCHE CENTRALI a INCLUDERE NELLA LORO RISERVA LEGALE DIVISE CONVERTIBILI IN ORO come copertura all’emissione di carta moneta.La CONSEGUENZA IMMEDIATA di tale sistema era l’istituzionalizzazione della differenza TRA LE VALUTE CHIAVE O DI RISERVA dei paesi che potevano mantenere o recuperare la propria identità di centri aurei e LE VALUTE PERIFERICHE CONVERTIBILI INDIRETTAMENTE IN ORO. Le VALUTE CHIAVE erano DOLLARO e poi la STERLINA (1925) e dal 1926 il FRANCO.

La CONVENZIONE della Conferenza di Genova NON FU MAI FIRMATA e inoltre, la possibilità che ogni paese, una volta riprese le sorti delle proprie economie interne, potesse divenire CENTRO AUREO (e quindi paese con valuta chiave) scatenò una vera e propria concorrenza internazionale tra piazze finanziarie (New York/Londra/Parigi). IL GES FUNZIONO’ DAL 1922 AL 1931.


L'adozione del Gold Exchange Standard

COME NASCE LA PREMINENZA FINANZIARIA DI NEW YORK?

Mentre la posizione dominante della City di Londra era stata il risultato di una lunga evoluzione storica, il ruolo internazionale di New York fu, come si è detto, conseguenza della guerra. Gli enormi bisogni dei paesi belligeranti costrinsero ad importare merci americane e per il finanziamento delle importazioni SORSE E SI SVILUPPO’ una DOMANDA MONDIALE DEL DOLLARO, mentre la tradizionale attività di Londra era paralizzata dalla guerra e Wall Street era l’unica Borsa al mondo funzionante. I BANCHIERI AMERICANI, al fine di rendere New York piazza finanziaria internazionale, orientarono i loro sforzi nella specializzazione del credito a breve termine (accettazioni) e a lungo termine (mutui). Alla fine della guerra, New York aveva preso il ruolo che prima era di Londra nei finanziamenti internazionali e divenne mercato guida del credito a b. e l. termine, alle cui condizioni doveva adeguarsi anche Londra nella lenta ripresa delle proprie attività creditizie. Fino al 1925, inoltre, il DOLLARO era l’unica moneta convertibile (gli USA erano centro aureo).


L'adozione del Gold Exchange Standard

CONCORRENZA TRA LONDRA E NEW YORK

Proprio la volontà di bilanciare il crescente potere degli USA indusse l’Inghilterra a tornare al SISTEMA AUREO nazionale (convertibilità), il 13 maggio 1925, con il GOLD STANDARD ACT, alla PARITA’ ANTEGUERRA. Al fine di dare un’idea di immutabilità della situazione della piazza londinese rispetto al periodo precedente alla guerra, si scelse la stessa definizione in oro del 1816(legge fondamentale del sistema monetario inglese). Questa manovra comportò una RIVALUTAZIONE DELLA STERLINA che si era fortemente deprezzata sul mercato dei cambi. Tale rivalutazione agì sfavorevolmente sulla bilancia commerciale inglese scoraggiando le esportazioni (che già risentivano negativamente della concorrenza internazionale) a causa dell’aumento dei prezzi in termini reali. Per tale motivo, l’Inghilterra non beneficiò della fase espansiva del 1926-29. Il RITORNO DI LONDRA a CENTRO AUREO FU EFFETTUATO AD UN COSTO TROPPO ELEVATO PER L’ECONOMIA INGLESE.


L'adozione del Gold Exchange Standard

PARIGI NUOVO CENTRO AUREO

Gli effetti negativi della rivalutazione della sterlina furono aggravati dalla SVALUTAZIONE DEL FRANCO attuata dal governo francese, nel 1926, che aveva fortemente ridotto la parità aurea del franco rispetto alla definizione del franco germinale del 1803. Il provvedimento del 1926, subentrava ad una situazione monetaria catastrofica che in Francia si era creata a partire dal 1914, con un deprezzamento inarrestabile del franco sul mercato dei cambi. Il 27 luglio 1926 era salito al governo Raymond POINCARE’ che diede immediatamente inizio alla politica di STABILIZZAZIONE DEL FRANCO. Parigi tornò a riaccreditarsi come piazza di destinazione di capitali e così molti speculatori puntarono ad una rivalutazione della moneta francese acquistando franchi sul mercato e facendo così affluire oro e divise nelle casse e riserve della Banca di Francia. Nel giugno del 1928, il FRANCO FU RIAGGANCIATO ALL’ORO e Parigi diveniva il terzo centro aureo internazionale.


L'adozione del Gold Exchange Standard

LA CONCORRENZA TRA LONDRA E PARIGI

La CONCORRENZA CON LONDRA iniziò nel momento in cui il governo dichiarò che la Banca di Francia avrebbe immediatamente iniziato a trasformare in oro le sue divise. Nel giro di un biennio la conversione delle divise – tutte in sterline – da parte della Banca di Francia comportò un incremento enorme delle riserve di oro di quest’ultima a scapito della Banca d’Inghilterra che, nel 1927, chiese l’appoggio della Banca di Francia di sospendere i ritiri. Lo scontro duro tra Parigi e Londra avveniva sulla questione della Germania. L’Inghilterra, infatti, aveva fortemente sostenuto la ripresa del marco tedesco per tenerlo nell’orbita della sterlina e dunque sarebbe bastato che l’Inghilterra ritirasse i suoi averi dalla Germania per compensare i versamenti di oro alla Banca di Francia.

Iniziava così la fine del GES, in cui un ruolo determinante ebbe la politica della banca centrale francese, ma in realtà molti istituti centrali dei paesi aderenti al GES tra il 1926 e il 1930, seguirono l’esempio francese.



Crisi del 1929-33

La crisi del 1929-33 ebbe il suo culmine nel crollo del mercato azionario di New York, Wall Street, il 29 ottobre del 1929, conosciuto come il martedì nero. Le dimensioni e il carattere dello sconvolgimento economico furono generali; in ogni paese ed in ogni settore i prezzi, la produzione e gli investimenti crollarono, i salari e i consumi diminuirono, e la disoccupazione divenne dilagante. La tendenza che emerse nei singoli paesi fu quella di isolarsi inaugurando politiche protezionistiche – rifiutando qualsiasi tentativo di risoluzione internazionale ai problemi comuni – e, in un primo tempo, altamente deflazionistiche. Il primo paese ad intuire che la soluzione della crisi stava nelle teorie keynesiane della spesa pubblica fu l’America che, nel 1933, con Roosevelt, adottò la politica del NEW DEAL, che attuava una politica del deficit spending a supporto di tutti i settori dell’economia e diretta a riportare il ciclo economico dalla fase di recessione alla fase di espansione…


John Maynard Keynes (1883-1946)

J.M. Keynes nacque a Cambridge dall’economista J. Neville Keynes e dalla scrittrice Ada Brown. Formatosi al College di Eton, da subito le sue idee innovative segnarono una rottura con il passato e con il Liberismo trovando massima espressione nel trattato “Teoria Generale” del 1936. Egli si dichiarava difensore del capitalismo e della libera concorrenza ma esprimeva sfiducia nel liberismo quale strumento di efficiente allocazione delle risorse, introducendo una nuova concezione dell’intervento dello Stato nell’economia. Le azioni dello Stato, per Keynes, influenzavano il livello della produzione e dell’occupazione all’interno di uno scenario libero dalla tradizionale idea del laissez faire. Questo perché la spesa pubblica modificava l’ampiezza del mercato e generava (attraverso il moltiplicatore) un aumento della spesa per consumi e del reddito nazionale. L’intervento dello Stato, attraverso politiche razionali, non costituiva una risposta ad esigenze di assistenza e solidarietà, ma un’assunzione di compiti per eliminare gli sprechi derivanti dalla disoccupazione e le inefficienze conseguenti al non utilizzo di capacità produttive.


John Maynard Keynes (1883-1946)

Tale concezione derivava dall’idea del “potere attivo della moneta” che diveniva uno strumento di intervento per superare gli squilibri economici; dall’individuazione della disoccupazione come stato normale dell’economia liberale e quindi dalla negazione della validità del concetto di equilibrio tradizionale (espresso dalla “legge di Say”), il tutto collegato alla “legge delle aspettative” che era alla base delle “decisioni di risparmio” e delle “decisioni di investimento” degli imprenditori.

Per Keynes, infatti, gli imprenditori – secondo la legge delle aspettative (di profitto) – non investono in condizioni depressive, senza cioè aspettative di profitto. Era su questa base che egli auspicava un “capitalismo guidato” da interventi monetari (atti a ridurre il divario tra risparmio e investimento) e da investimenti pubblici, affiancati a quelli privati a seconda della fase del ciclo economico, con intenti stabilizzatori.



L'adozione del Gold Exchange Standard

IL FALLIMENTO DEL GES

Dopo il crollo di Wall Street del 1929, la depressione si estese rapidamente ai paesi europei e l’INGHILTERRA non fu risparmiata. Il MAY COMMETTEE, incaricato di analizzare lo stato delle finanze inglesi, nel 1931, impose il ricorso ad una SEVERA POLITICA DEFLAZIONISTICA. Le difficoltà dell’Inghilterra furono aggravate dalle crescenti difficoltà dell’Austria e della GERMANIA che non furono più in grado di restituire il credito inglese che, al 1931, quando furono chiusi tutti gli sportelli bancari tedeschi, ammontavano a circa 70 milioni di sterline.

Il sistema bancario inglese era al collasso per cui, nel SETTEMBRE DEL 1931, L’INGHILTERRA ABBANDONO’ DEFINITIVAMENTE IL SISTEMA AUREO E LA STERLINA DIVENNE MONETA FLUTTUANTE. QUESTO DECRETO’ LA FINE DEL GOLD EXCHANGE STANDARD. E dopo il fallimento del GES cosa succede???


L'adozione del Gold Exchange Standard

AREE MONETARIE

AREA DELLA STERLINA: molti paesi seguirono la sterlina mantenendo fisso il tasso di cambio tra la loro moneta e la sterlina. Come in passato essi continuarono a detenere le proprie riserve di liquidità internazionale sotto forma di divise inglesi. I paesi che continuarono ad aderire all’AREA della STERLINA, erano i paesi del Commonwealth, il Portogallo, i Paesi scandinavi, l’Iran…etc. L’AREA DELLA STERLINA funzionò bene anche e soprattutto grazie ai LEGAMI COMMERCIALI tra i paesi aderenti. In particolare si mise a punto il SISTEMA DELLA PREFERENZA IMPERIALE, ufficialmente sancito con gli ACCORDI DI OTTAWA nel 1932, con i quali i soli paesi del Commonwealth concedevano reciprocamente vantaggi doganali o abolizione dei diritti doganali. Oltre che sugli accordi commerciali, il funzionamento dell’AREA STERLINA fu garantito anche dalla POLITICA DEI PRESTITI ESTERI con lo scopo di aiutare i paesi mutuatari a mantenere stabile il tasso di cambio con la sterlina e per evitare la fuoriuscita di tali paesi dall’area. Il governo inglese, inoltre, favorì ampiamente la formazione di banche centrali nei Dominions e la Banca d’Inghilterra divenne una SUPERBANCA centrale di un sistema di giovani banche centrali ridando alla sterlina il ruolo di divisa internazionale.


L'adozione del Gold Exchange Standard

AREE MONETARIE

BLOCCO DELL’ORO: i paesi del blocco dell’oro, Francia, Italia, Polonia, Belgio, Olanda e Svizzera, tentarono di tutto per difendere il sistema aureo, ma il blocco si disgregò tra il 1934 e il 1936.

AREA DEL DOLLARO: Gli Stati Uniti nel 1933 SVALUTARONO il DOLLARO dopo aver SOPPRESSO LA LIBERTA’ DELLE OPERAZIONI SULL’ORO e RISTABILIRONO IL SISTEMA AUREO NEL 1934. Nel 1934, il GOLD RESERVE ACT riconobbe la svalutazione del dollaro, dopo che la moneta americana, tra il 1933 e il 1934, era rimasta MONETA FLUTTUANTE. Molti paesi dell’America Centrale e Meridionale riagganciarono la loro moneta al dollaro formando così l’AREA del DOLLARO della quale facevano parte anche alcuni paesi fuoriusciti dall’area della sterlina.


L'adozione del Gold Exchange Standard

IL FALLIMENTO DELLA CONFERENZA DI LONDRA (1933)

Con la Conferenza di Londra del 1933, si cercò di ritornare all’oro ma ROOSEVELT RESPINSE QUALSIASI TENTATIVO in tal senso.

Nell’ottobre 1936, la FRANCIA SVALUTO’ IL FRANCO e DICHIARO’ L’INCONVERTIBILITA’ DEI BIGLIETTI IN ORO. Appena il mese prima, per salvaguardare la stabilità dei cambi, la FRANCIA, con l’INGHILTERRA e gli USA FIRMARONO UN ACCORDO PER RENDERE CONVERTIBILI IN ORO I BIGLIETTI AD USO ESCLUSIVO DELLE BANCHE CENTRALI. Si andava così affermando UN SISTEMA IN CUI L’ORO ADEMPIVA ESCLUSIVAMENTE LA FUNZIONE DI MONETA INTERNAZIONALE. Infatti tutti e tre i paesi promotori di tale accordo, avevano sospeso la convertibilità delle proprie monete all’interno.


...la stabilizzazione del marco

e la crisi del 1929-33 nella Germania

che si avvia al terzo Reich


L'iperinflazione in Germania (1920-24)

Con la fine della I g.m, nel 1919, fu convocata a Weimar la Costituente che istituiva in Germania una repubblica democratica, parlamentare e federale (REPUBBLICA DI WEIMAR). La Repubblica durò fino all’avvento di Hitler, nel 1933, e la sua vita fu tormentata dai contrasti tra i partiti e dalla incapacità di arrivare ad un governo stabile, tanto che tra il 1919 e il 1930, si succedettero ben 17 governi di coalizione.

L’instabilità politica si sovrapponeva alla instabilità economica del paese che venne colpito, più degli altri stati belligeranti da un processo di IPERINFLAZIONE che portò i prezzi a moltiplicarsi per 1000 mld, fra il 1914 e il 1923.

La Germania aveva finanziato la partecipazione al conflitto prevalentemente con le emissioni cartacee che, a guerra finita, continuarono per la copertura delle spese statali cui si aggiungeva la cospicua indennità di guerra da versare ai paesi alleati (33 mld $).


L'iperinflazione in Germania (1920-24)

  • Un primo crollo del marco si ebbe all’inizio del 1920 ma, la situazione precipitò nel 1923, con l’occupazione della Ruhr da parte delle truppe franco-belghe, finalizzata a sollecitare il pagamento dei debiti di guerra. A quella data il valore nominale dei biglietti emessi dalla Reichsbank ammontava a 93 mld di mld di marchi. Per tale motivo, il governo tedesco fu il primo governo (tra i paesi coinvolti nel conflitto mondiale) a varare provvedimenti per la STABILIZZAZIONE MONETARIA.

  • La stabilizzazione del marco avvenne in due fasi:

  • in un primo momento si introdusse il c.d. RENTENMARK, una moneta provvisoria garantita dalle ipoteche sulle proprietà immobiliari industriali, emesse da una nuova banca, la Deutsche Rentenbank, che immetteva i nuovi biglietti in circolazione attraverso la Reichsbank ad un cambio con la vecchia carta moneta in proporzione di 1 rentenmark a 1000 mld di vecchi marchi. La nuova moneta aveva circolazione limitata all’interno del paese.


L'iperinflazione in Germania (1920-24)

  • La seconda fase prevedeva il ripristino di una moneta agganciata all’oro. Per raggiungere tale obiettivo, il governo tedesco e la Reichsbank (presieduta da Hjalmar Schacht, che sarà il banchiere di Hitler) perseguirono una rigida politica deflazionistica arrivando, all’agosto del 1924, al ritorno al Reichsmark, alla stessa parità dell’anteguerra e la Reichsbank riprese le sue funzioni di istituto di emissione sotto il controllo dei paesi creditori della Germania. Il nuovo marco era convertibile, a scelta della banca di emissione, in monete d’oro o lingotti o banconote straniere. In tal modo anche la Germania aveva aderito al GES.

Il pagamento delle indennità di guerra, come si è accennato, influì fortemente sul processo iperinflazionistico della Germania, per cui più volte, i paesi alleati creditori dovettero rivedere il piano di pagamento delle stesse, anche a causa della successiva sovrapposizione della crisi mondiale del 1929-33.


Le indennità di guerra e la grande crisi (1924-31)

Molto presto, la Germania non fu più in grado di assolvere agli impegni relativi alla restituzione delle riparazioni di guerra.

Ciò indusse i paesi alleati a riesaminare la questione tedesca e, nel 1924, venne approvato il “piano DAWES” che riduceva l’ammontare delle annualità dovute dalla Germania, senza però ridurre il debito totale. Tale meccanismo funzionò fino alla prima metà del 1929, grazie soprattutto ai prestiti americani e inglesi.

Lo scoppio della crisi del ’29 e il progressivo ritiro dei crediti a breve da parte di USA e Inghilterra portò ad una nuova revisione del piano delle riparazioni. Il “piano Young” prevedeva una riduzione del debito tedesco e un ulteriore ridimensionamento delle annualità.

Nonostante il maggior favore del piano Young, la crisi comportò la necessità, da parte del governo statunitense di proporre, nel 1931, una moratoria dei pagamenti tedeschi (MORATORIA HOOVER) che pose fine al pagamento delle riparazioni di guerra da parte della Germania che si avviava, al gennaio 1933, all’avvento del terzo Reich (Hitler).


...la crisi di riconversione in Italia e

la stabilizzazione della lira (1926)

e l'autarchia


L'Italia: dalla crisi di riconversione all'autarchia

La crisi economica del primo dopoguerra – risolta all’inizio del 1922 – era stata molto intensa e caratterizzata dalla riconversione economica (da economia di guerra a economia di pace), da fortissime tensioni sociali dovute all’incremento della disoccupazione ma, soprattutto, dalla pesante crisi della banca mista legata alla siderurgia.

Nella situazione di generale disordine politico ed economico nacque il Movimento Fascista che iniziò ufficialmente con la “marcia su Roma”, il 28 ottobre 1922, quando Mussolini fu chiamato dal re a formare il Governo.

La politica del fascismo può dividersi in tre tempi:

1. Nel primo triennio, 1922-25, con il ministro Alberto De Stefani fu applicata una politica economica liberista che favorì un’accelerazione dello sviluppo industriale - nei settori principalmente dell’elettricità, della siderurgia e della chimica - fortemente sostenuto da parte del mercato di Borsa e anche da una politica doganale moderatamente protezionista…


L'Italia: dalla crisi di riconversione all'autarchia

  • 2. Il triennio 1925-28 avviava la politica fascista verso l’autarchia, con la destituzione di De Stefani e la nomina a ministro delle finanze di Giuseppe Volpi di Misurata e successivamente (1928) di Antonio Mosconi.

  • In questi anni, lo Stato intervenne direttamente nel recupero dell’economia. Il 1926 fu un anno particolarmente importante per i provvedimenti che furono varati:

    • a. Conversione del debito pubblico in titoli consolidati a lunga scadenza del c.d. “Prestito Littorio”;

    • b. Decreti bancari (monopolio di emissione – vigilanza bancaria);

    • c. La soppressione del diritto di sciopero e la regolazione del lavoro della produzione attraverso la formazione dello STATO CORPORATIVO, introdotto dalla Legge Rocco, con lo scopo di regolare i rapporti tra produttori e lavoratori;

    • d. Stabilizzazione della lira – “quota ‘90”….


La stabilizzazione della lira: "Quota '90"

In ITALIA, la lira aveva perso gran parte del proprio valore, circa il 70%, e a poco valse la creazione – nel 1917 – dell’ISTITUTO NAZIONALE DEI CAMBI CON L’ESTERO che doveva accentrare la vendita e l’acquisto di divise estere. Più efficace fu il sostegno dell’Inghilterra e degli Stati Uniti che, nel 1918, acquistarono lire sul mercato internazionale per sostenerne il corso. Ma, il cambio della lira non accennava ad una ripresa. Il governo italiano concluse allora, tramite la banca MORGAN un prestito di 100 milioni di $ da utilizzare per sostenere il corso della lira. Così nel 1926 – a seguito di un’ondata speculativa che coinvolse il mercato dei cambi – Mussolini, nel discorso di Pesaro, annunciò nuovi interventi di stabilizzazione della lira, che miravano a riportare il cambio della sterlina con la lira da 145£ a 90£, QUOTA 90. A tal fine, Mussolini adottò una politica fortemente deflazionistica con una riduzione dell’emissione e del debito del tesoro, che portò, nel 1927, ad una rivalutazione del cambio della lira sul mercato internazionale. In seguito al verificarsi della congiuntura positiva, la lira fu dichiarata NUOVAMENTE CONVERTIBILE IN ORO e l’Italia aderì al GES.


L'Italia: dalla crisi di riconversione all'autarchia

3. L’AUTARCHIA, tra il 1928-39, era una politica economica di totale isolamento internazionale dell’Italia al fine di raggiungere l’autosufficienza economica. L’Autarchia prese avvio con i provvedimenti della BATTAGLIA DEL GRANO (1929) e della BONIFICA INTEGRALE (1929-33). La “Battaglia del grano” aveva l’obiettivo di ridurre le importazioni di grano dall’estero e aumentare la produzione interna mettendo a coltura nuove terre. Proprio per questo, parallelamente fu avviata la “Bonifica integrale” con la quale si prosciugarono molti terreni ancora paludosi del Lazio (l’agro Pontino) e del Mezzogiorno recuperandoli all’agricoltura.

L’Autarchia fu rafforzata per fronteggiare anche la crisi internazionale del 1929-33. Questa si manifestò anche in Italia con un forte abbassamento dell’indice dei prezzi ed una crisi industriale che portò ad un crollo delle quotazioni in Borsa. La crisi industriale coinvolse quegli istituti di credito che avevano i propri portafogli fortemente immobilizzati nei titoli industriali: le BANCHE MISTE (COMIT e CREDIT in particolare). Per risollevare le sorti di queste ultime fu necessario l’intervento della Banca d’Italia che formò l’ISTITUTO DI LIQUIDAZIONE che si accollò tutte le passività e attività delle banche e cercò di smobilizzare i portafogli cedendo i titoli sul mercato. (segue)


L'Italia: dalla crisi di riconversione all'autarchia

(segue) 3. L’AUTARCHIA– L’Istituto non riuscì nel suo obiettivo a causa delle troppe immobilizzazioni di COMIT e CREDIT e, dunque, fu necessario creare l’IMI (ISTITUTO MOBILIARE ITALIANO), nel 1931, con la possibilità di raccogliere risparmi privati (attraverso emissioni obbligazionarie) e supportare le banche nel credito industriale (solo aziende sane). La creazione dell’IMI non riuscì ad arginare la caduta dei corsi azionari in Borsa, per cui, nel 1933, fu costituito l’IRI (ISTITUTO PER LA RICOSTRUZIONE INDUSTRIALE) diviso in due sezioni: a) finanziamenti, con la possibilità di assumere partecipazioni industriali; b) smobilizzi, con la possibilità di acquisire i pacchetti industriali dai portafogli bancari, pacchetti che mantenne arrivando a controllare interi settori produttivi attraverso finanziarie di settore (Finmare, Finmeccanica, Finsider, etc). Esso doveva essere un istituto provvisorio ma divenne ente permanente nel 1937.

L’opera di riordino e risanamento definitivo del settore creditizio fu avviata nel 1936 con la legge bancaria…


...la seconda guerra mondiale

e l'inizio della cooperazione internazionale


Il Secondo dopoguerra

  • La Seconda Guerra Mondiale comportò sconvolgimenti di carattere politico ed economico di portata molto superiore a quella della PRIMA g.m. Nel panorama politico internazionale si delinearono in maniera netta i due blocchi di influenza politica dell’URSS e degli USA con l’inizio di quel periodo che sarà definito della “guerra fredda” e che caratterizzerà gli equilibri mondiali fino ai primi anni ’90 con il movimento della Perestroika di Michail Gorbaciov.

  • Il secondo dopoguerra fu caratterizzato da una ripresa economica degli stati europei più rapida di quanto non fosse stata nel primo dopoguerra. Questo grazie a due ordini di fattori:

  • l’inizio della cooperazione internazionale;

  • gli aiuti statunitensi.

  • Riguardo agli inizi della cooperazione, all’indomani della II g.m. i governanti delle maggiori potenze occidentali maturarono la convinzione che per sostenere lo sviluppo economico del mondo occorresse rimuovere gli ostacoli protezionistici al commercio mondiale.


Il Secondo dopoguerra

Così, nel 1947, a Ginevra, tra 23 paesi fu stipulato il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade operativo dal 1948) che si proponeva di liberalizzare il commercio tra gli Stati aderenti. Il GATT è un accordo che si è progressivamente esteso a molti paesi del mondo - nel 1990 vi aderivano 90 paesi – man mano che si rafforzava lo spirito della cooperazione internazionale.

Rispetto agli aiuti statunitensi, bisogna fare una premessa. La II guerra mondiale portò ad una nuova affermazione degli Stati Uniti come primo esportatore mondiale. Gli stati europei incrementarono le importazioni dagli USA di materie prime per l’industria bellica a fronte di una caduta generale di esportazioni, dovuta essenzialmente alla politica protezionista adottata dagli USA nel periodo bellico. I paesi importatori dovettero pagare in contanti e provvedere al trasporto del materiale acquistato (cash & carry) dato che gli USA proibirono la concessione di prestiti a paesi già insolventi oltre che la destinazione delle proprie navi nei paesi in guerra.


Il Secondo dopoguerra

Tale sistema comportò, nel 1941, la crisi della G.B., maggiore importatore di materiale bellico, che aveva esaurito le proprie disponibilità in dollari. Per tale ragione e soprattutto per contrastare l’eventualità di una vittoria dei paesi dell’Asse, Roosevelt approvò la legge LEND-LEASE che consentì la concessione di lunghe dilazioni dei pagamenti per forniture di materiale bellico ai paesi alleati.

Gli Stati Uniti da allora contribuirono fortemente al sostegno delle economie degli alleati. Quando ancora era in corso la guerra, nel 1943, l’America con altri 43 Stati costituì l’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration) per soccorrere le economie dei paesi più deboli economicamente e che subivano le conseguenze più pesanti del conflitto. La funzione precipua dell’ente fu quella di distribuzione di prodotti alimentari e di manufatti e, quindi, non era mirato a sostenere la ripresa economica attraverso la ripresa delle attività produttive, scopo, successivamente perseguito con gli Accordi di Bretton Woods (1944) e con il Piano Marshall (1948).


Bretton Woods (1944)

Ancora durante la guerra, nel 1942, inglesi e americani avevano iniziato a gettare le basi di un nuovo sistema economico e finanziario internazionale. J.M. KEYNES (per l’Inghilterra) e H.D. WHITE (per gli Stati Uniti) avevano pubblicato le proprie proposte fondate sulla necessità di una COOPERAZIONE ECONOMICA INTERNAZIONALE al fine di evitare le rivalità che avevano animato i rapporti tra i vari paesi già all’indomani dell’adozione del GES. I due piani arrivarono alla riunione di 44 paesi che nell’estate del 1944 si tenne a BRETTON WOODS. Il PIANO WHITE ebbe la meglio e gli STATI UNITI ottennero che il sistema monetario internazionale fosse basato su un DOLLARO CONVERTIBILE IN ORO (gli Stati Uniti, all’epoca, detenevano i 2/3 dello stock aurifero mondiale) che diveniva anche MEZZO DI RISERVA. Gli ACCORDI di BRETTON WOODS condussero ad una nuova versione del GES, in cui il dollaro era l’unica moneta convertibile in oro: il Dollar Standard. Veniva adottato nuovamente un SISTEMA di CAMBI FISSI e ogni paese doveva dichiarare la parità della propria moneta con l’oro e difenderla sul mercato dei cambi, consentendo oscillazioni massimo dell’1% in più o meno rispetto alla parità dichiarata.


Bretton Woods (1944)

Nella conservazione della stabilità dei cambi un ruolo dominante dovevano avere le BANCHE CENTRALI dei vari paesi che dovevano intervenire sul mercato aperto delle monete, laddove la propria moneta si fosse svalutata o rivalutata entro il limite massimo di oscillazione. A sostegno della politica monetaria internazionale furono creati due istituti: il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS) o Banca Mondiale.


Bretton Woods (1944)

Il FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE con sede a Washington iniziò ad operare dal 1946 (l’Italia vi aderì nel 1947). Esso doveva agevolare la cooperazione economica e monetaria internazionale attraverso due precipue funzioni:

1 - far rispettare le norme che regolavano il funzionamento del sistema monetario internazionale (assicurare la parità dei cambi);

2 - concedere prestiti agli stati membri con bilance dei pagamenti temporaneamente deficitarie (assicurare pareggio bilance dei pagamenti dei vari Stati).

A tal scopo, il FMI era dotato di un fondo di 10 mld di $ composto dalle quote versate dai vari stati aderenti.

La BANCA PER LA RICOSTRUZIONE E LO SVILUPPO, anch’essa con sede a Washington, iniziò ad operare dal 1946, con un capitale di 10 miliardi di $ fornito dalle quote dei paesi membri. La funzione della BIRS era quella di erogare aiuti finanziari per la ricostruzione ai paesi devastati dalla seconda guerra mondiale. In realtà, per questa funzione essa fu soppiantata dal PIANO MARSHALL e quindi i suoi finanziamenti furono dedicati a programmi di investimento di lungo termine dei paesi del terzo mondo.


Verso il Piano Marshall...

FALLIMENTO DELLA CONVERIBILITA’ DELLA STERLINA...

All’indomani degli Accordi di Bretton Woods, si cercò di portare alla convertibilità anche la sterlina, o per lo meno gli Stati Uniti ottennero la promessa dal governo inglese che entro il 1947 la sterlina sarebbe tornata convertibile. A tal fine vi fu un ACCORDO DI PRESTITO ANGLO-AMERICANO negoziato da Keynes, con il quale gli Stati Uniti si impegnavano a versare all’Inghilterra un prestito di 3750 milioni di dollari, dopo che l’Inghilterra avesse soppresso ogni pratica discriminatoria sul commercio con l’estero e cioè avesse abolito gli accordi preferenziali con i dominions. L’Inghilterra, riuscì, il 15 luglio 1947 a rendere convertibile la sterlina, avendo ripristinato un certo equilibrio. Ma la CONVERTIBILITA’ durò solo 5 settimane. Fu sospesa il 20 agosto 1947 a causa dello scompenso commerciale che non permetteva l’equilibrio monetario (SQUILIBRIO FONDAMENTALE).


Verso il Piano Marshall...

…E SCARSITA’ DI DOLLARI

Quella degli Stati Uniti si confermava l’unica economia ad essere uscita rafforzata dalla seconda guerra mondiale. E si verificava in quello stesso periodo un DEFICIT MONDIALE DI DOLLARI. Fu dalla concomitanza del fallimento della convertibilità della sterlina e della scarsità di $ che gli USA arrivarono alla determinazione che l’Europa aveva bisogno di aiuti gratuiti. Si decise così di varare il PIANO MARSHALL. La lungimiranza degli Stati Uniti fu proprio nell’intuire che il resto del mondo aveva bisogno di prestiti a fondo perduto in denaro per risollevare le sorti delle proprie economie e per rimettere in moto il circolo virtuoso degli investimenti. La condizione di incertezza di molti paesi inibiva gli investimenti e soprattutto inibiva lo scambio commerciale tra i paesi in difficoltà.


Il Piano Marshall (1948)

  • L’European Recovery Program (Piano ERP Programma di Ricostruzione Europea) meglio conosciuto come il Piano Marshall destinò, al finanziamento a fondo perduto dei paesi europei in difficoltà, 4,8 mld $. Gli obiettivi principali del Piano erano 3:

  • Aiutare la ricostruzione economica nei paesi europei;

  • Eliminare la disoccupazione;

  • Attuare una cooperazione economica tra gli Stati europei.

  • Per realizzare il terzo obiettivo, nel 1948, 16 (poi 18) paesi europei crearono l’OECE (Organization of Economic Cooperation for Europe) con sede a Parigi con lo scopo di far funzionare il Piano Marshall effettuando un’equa distribuzione degli aiuti e rafforzando il legame tra gli stati beneficiari in vista di una futura unione politica ed economica. Nel 1961, l’OECE fu sostituita dall’OCSE (Organizzazione di Cooperazione e di Sviluppo Economico) con lo scopo di promuovere lo sviluppo economico fra gli stati membri e intensificare gli scambi commerciali.


Dagli Accordi di Pagamento all'UEP...

Il duplice vantaggio offerto dal PIANO MARSHALL nel risanamento monetario degli stati europei fu quello di favorire oltre che aiuti bilaterali anche aiuti multilaterali legati ai meccanismi dei pagamenti intra-europei. A tal proposito, infatti, al 1946, in Europa sussisteva un enorme numero di accordi bilaterali di pagamento tra i vari paesi, con il conseguente inconveniente che, i paesi dovevano ottenere scambi equilibrati a due a due e dunque, poiché le valute erano inconvertibili tra loro, il surplus ottenuto da un paese non era utilizzabile per sanare il deficit dello stesso paese nei confronti di un paese terzo all’accordo. Praticamente non vigeva alcun meccanismo di clearing internazionale.

Un primo passo verso il multilateralismo fu il COMITATO PER GLI ACCORDI DI PAGAMENTO, costituito a Parigi il 18 novembre 1947, per fare un punto sulle bilance dei pagamenti dei vari stati in modo da poter programmare con maggiore efficacia gli aiuti del Piano Marshall...


Dagli Accordi di Pagamento all'UEP...

A tale primo accordo, seguì, il 16 ottobre 1948, un successivo ACCORDO DI COMPENSAZIONE tra i paesi europei aderenti all’OECE legato alla ripartizione degli aiuti del piano Marshall. Ciascun paese, oltre a ricevere AIUTI DIRETTI per finanziare il proprio deficit in dollari riceveva AIUTI INDIRETTI per far fronte al proprio deficit nei confronti di altri paesi dell’OECE. Tale sistema contribuì ad incrementare gli scambi intraeuropei aprendo sempre più la strada verso il MULTILATERALISMO negli scambi che si avrà, definitivamente l’anno seguente con il varo dell’UNIONE EUROPEA DEI PAGAMENTI (UEP).


Dagli Accordi di Pagamento all'UEP...

  • L’UEP venne creata nel 1950 dai paesi membri dell’OECE e restò in vigore fino al 1958. Il funzionamento dell’UEP si basava su due principi fondamentali:

    • a - garanzia della TOTALE TRASFERIBILITA’ delle monete dei paesi membri per i pagamenti correnti;

    • b - creazione di INCENTIVI ISTITUZIONALI di RIEQUILIBRIO per i quali i paesi che si trovavano in deficit potevano ricevere aiuti dalla UEP, tanto più bassi, però, quanto più alto era il deficit; mentre i paesi in surplus erano autorizzati a poter convertire in oro o in dollari parte del proprio surplus, tuttavia nessun paese poteva accumulare un surplus troppo elevato.


L'Unione Europea dei Pagamenti (UEP-1950)...

I MECCANISMI DELL’UEP poggiavano sulla compensazione automatica dei saldi creditori e debitori dei Paesi effettuata mensilmente dalla BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali) che era l’Istituzione centrale del Sistema e le unità di conto con cui era tenuta la contabilità erano equivalenti alla parità di oro del dollaro statunitense. Una volta stabilite le POSIZIONI NETTE NEI CONFRONTI DELL’UEP dei singoli paesi, il REGOLAMENTO DEI SALDI avveniva per QUOTE. Cioè un saldo debitore netto o creditore netto che non eccedesse la quota veniva regolato parte in crediti ricevuti o concessi e parte in oro, al di là della quota i regolamenti andavano effettuati per intero in oro o dollari.

L’UEP funzionò alquanto bene ma al suo interno vi erano Stati che comunque cumulavano surplus (Germania) o deficit (Francia, Inghilterra) eccessivi, per cui dopo alcuni aggiustamenti dei meccanismi di funzionamento, nel 1955, iniziarono i negoziati per l’ACCORDO MONETARIO EUROPEO (AME).


...intanto, il ripristino

della compensazione multilaterale

tra i paesi europei apre la strada

alla formazione della CEE


La Comunità Economica Europea (CEE - 1957)

L’OECE aveva intensificato il dibattito già attivo in molti stati europei relativamente all’integrazione economica internazionale. Dopo la costituzione della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio - 1951), si diede avvio alla costituzione della CEE che fu formata con il Trattato di Roma del 1957. Con la CEE si volle costituire un mercato comune europeo relativo a tutti i prodotti. All’interno di tale mercato si realizzò gradualmente l’abolizione dei dazi doganali e si iniziò un percorso di coordinamento delle politiche economiche, monetarie, finanziarie e sociali e di liberalizzazione del movimento della manodopera, etc. In pratica nell’ambito della CEE si mirava a stabilire una libera concorrenza negli scambi (merci, lavoro, capitali…). Per gli scambi esterni alla Comunità, si adottava la TEC (Tariffa Esterna Comunitaria) tariffa comune applicata nei confronti non CEE. Il buon funzionamento della Comunità era garantito da organismi sovranazionali con poteri decisionali e di consulenza: Parlamento, Consiglio dei Ministri, Commissione con sede a Bruxelles con il compito di sorvegliare il rispetto delle norme comunitarie da parte degli stati membri, Corte di Giustizia, etc.


Il ritorno alla convertibilità e l'Accordo Monetario Europeo (AME-1958)

L’anno successivo al trattato di Roma, nel 1958, entrò in vigore l’AME in coincidenza con la scomparsa definitiva dell’UEP e in coincidenza del RITORNO ALLA CONVERTIBILITA’ delle monete. Con l’AME si tornò al GOLD EXCHANGE STANDARD, cioè i paesi occidentali tornarono a poggiare il sistema monetario internazionale sui meccanismi bancari di Londra e New York.

Con l’AME scomparvero i meccanismi di compensazione automatica dell’UEP e si ritornò al meccanismo delle valute di riserva. Cioè le liquidità internazionali venivano da quel momento tenute in oro o valute chiave DOLLARO o STERLINA. Il regolamento delle posizioni dei vari paesi avveniva attraverso il mercato dei cambi, cioè ogni BANCA CENTRALE dichiarava a quali tassi – in oro, dollari o sterline – acquistava e vendeva la propria moneta nazionale.


Verso il Dollar Standard... Europeo (AME-1958)


Verso il Dollar Standard... Europeo (AME-1958)

Con passaggi cronologici continui e scanditi dalle politiche monetarie nazionali ed internazionali, si è percorso il periodo dal dopoguerra agli anni ’60. Nel corso di questo decennio, in particolare a partire dalla seconda metà degli anni ’60, il quadro economico degli Stati Uniti si sovvertì. Iniziò un processo deterioramento della bilancia dei pagamenti americana che, nel 1968, andò definitivamente in deficit. Infatti, dalla seconda metà del decennio l’economia americana era entrata in una fase fortemente espansiva dovuta all’incremento del deficit del bilancio interno per la politica di investimenti sociali portata avanti dai governi democratici (Kennedy e Johnson) e alle spese militari sostenute per la guerra del Vietnam (1965-70/75). Tale fase fu accompagnata da un incremento del tasso di inflazione che in quegli anni quasi raddoppiò.Nel 1967 il nuovo presidente repubblicano Richard Nixon dovette fronteggiare l’inversione di tendenza del ciclo economico statunitense attraverso una politica deflazionistica di alto tasso di sconto - per deprimere gli investimenti - e di riduzione drastica della spesa pubblica militare e civile accompagnata da un maggiore prelievo fiscale.


Verso il Dollar Standard... Europeo (AME-1958)

La disoccupazione aumentò ma l’inflazione non accennava a frenare e si aggravava il deficit della bilancia dei pagamenti. Tale situazione fu aggravata dalle manovre che, nella prima metà degli anni ’60 molti paesi europei avevano iniziato, di conversione in oro dei dollari che detenevano nelle proprie riserve (EURODOLLARI). In particolare tali rimborsi furono chiesti dalla Francia di De Gaulle. La situazione generale si aggravò quando, prima la Gran Bretagna, seguita poi dalla Francia e dalla Germania, dovettero trasgredire al sistema dei cambi fissi. L’Inghilterra e la Francia, tra il 1967 e il 1969 svalutarono sterlina e franco nei confronti del dollaro, la Germania, invece rivalutò il marco. Gli Stati Uniti si trovarono dunque a dover CONTENERE IL DISAVANZO DELLA BILANCIA DEI PAGAMENTI e, al contempo, LIBERARE LE RISERVE D’ORO dalle pressioni cui erano sottoposte.


Verso il Dollar Standard... Europeo (AME-1958)

Da queste esigenze scaturì la decisione di NIXON di DICHIARARE L’INCONVERTIBILITA’ DEL DOLLARO, il 15 agosto 1971. Parallelamente si imponeva una SOVRATTASSA del 10% sulle IMPORTAZIONI.

La ripresa dell’economia americana seguita a tali provvedimenti fu di brevissima durata a causa: a) della presenza costante dell’inflazione alimentata da una politica economica espansiva tra il 1971 e il 1973; b) del sopravvenire della crisi petrolifera del 1973-75, con l’aumento dei prezzi del petrolio e delle materie prime che comportò una profonda crisi produttiva. Fu in questo periodo che si verificò un crescente tasso di inflazione accompagnato ad una crescente stagnazione dell’economia (STAGFLAZIONE = presenza simultanea di bassi tassi di crescita del prodotto e degli investimenti e di elevata inflazione).


Il Dollar Standard (1971) Europeo (AME-1958)


Il Dollar Standard Europeo (AME-1958)

Con la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro, il sistema monetario varato con gli ACCORDI DI BRETTON WOODS falliva trasformandosi definitivamente e ufficialmente in semplice DOLLAR STANDARD. Il regime valutario può essere definito DOLLAR STANDARD in quanto (n-1) monete sono convertibili in dollari senza che il dollaro sia convertibile in nessun altra attività di riserva (oro).

La dichiarazione di inconvertibilità del dollaro non fu immediatamente percepita come il fallimento degli accordi di Bretton Woods. L’aspettativa prevalente era che si sarebbe giunti ad un nuovo accordo che – pur riformando le regole di Bretton Woods – si sarebbe comunque basato su parità fisse ma aggiustabili.


Il Dollar Standard Europeo (AME-1958)

  • Le consultazioni del G10, i dieci paesi più industrializzati del mondo, avviate immediatamente dopo la dichiarazione di inconvertibilità – a Washington nello Smithsonian Institute il 18 dicembre 1971 – portarono agli ACCORDI SMITHSONIANI che avevano come obiettivo proprio il riordino del sistema monetario internazionale. Essi proponevano le stesse norme di Bretton Woods ma con margini più ampi.

  • Gli ACCORDI SMITHSONIANI stabilirono:

  • una RIVALUTAZIONE DELL’ORO;

  • un RIALLINEAMENTO FRA LE PARITA’ CENTRALI DELLE VARIE VALUTE;

  • l’ampliamento della banda di OSCILLAZIONE INTORNO ALLA PARITA’ DEL DOLLARO del +/- 2,5%.


Il Dollar Standard Europeo (AME-1958)

In realtà gli ACCORDI SMITHSONIANI EBBERO DURATA MOLTO BREVE. Dal marzo 1972, i paesi della CEE decisero di legare più strettamente le proprie monete facendole fluttuare congiuntamente nella banda di oscillazione intorno al dollaro attraverso il cosiddetto SERPENTE NEL TUNNEL DEL DOLLARO. Era il tentativo di contenere le oscillazioni delle valute europee intorno al dollaro attraverso un controllo delle oscillazioni delle valute europee tra loro. Le manovre speculative sulle valute, in atto sul mercato dei cambi impedirono la durata di tali accordi. Progressivamente i vari paesi della CEE abbandonarono il tunnel, prima l’Inghilterra che lasciò fluttuare liberamente la sterlina, poi l’Italia, poi la Svizzera e man mano tutti i paesi abbandonarono il tunnel e uscirono dagli accordi smithsoniani. Pochi mesi dopo il dollaro fu svalutato e questo comportò una perdita di fiducia nella futura stabilità dei valori centrali dell’accordo smithsoniano dato che il dollaro poteva essere svalutato in ogni momento.


Dagli accordi smithsoniani alla Conferenza di Jamaica: Europeo (AME-1958)

il regime dei cambi fluttuanti


Il regime dei cambi fluttuanti Europeo (AME-1958)

Il FALLIMENTO DEGLI ACCORDI SMITHSONIANI, definitivamente alla fine del 1972, portò all’adozione del REGIME DEI CAMBI FLUTTUANTI (il tasso di cambio può variare nel tempo fluttuando in funzione della domanda e dell’offerta di valuta senza che la Banca Centrale intervenga per modificarlo).

La scelta della libera fluttuazione dei cambi, vista inizialmente come un rimedio temporaneo, si strutturalizzò a causa della CRISI PETROLIFERA del 1973 che, con la quadruplicazione del prezzo del petrolio stabilita dall’OPEC, modificò nella sostanza la struttura internazionale dei flussi di scambio finanziari e reali ed ebbe effetto sulle politiche economiche dei singoli stati, che generalmente assistettero ad una notevole caduta del tasso di crescita reale. La situazione di generale crisi sanzionò il completo abbandono dell’illusione del ritorno ad un sistema monetario internazionale a cambi fissi.


Il regime dei cambi fluttuanti Europeo (AME-1958)

Nel 1978, la CONFERENZA DI JAMAICA stabilì la LEGITTIMAZIONE DELL’ABBANDONO DEI CAMBI FISSI e il ruolo del FMI fu ridotto ad una mera sorveglianza delle politiche adottate dai singoli Stati. Veniva inoltre stabilita la DEFINITIVA DEMONETIZZAZIONE DELL’ORO, fu cioè eliminata la funzione dell’oro come numerario nella determinazione delle parità e fu stabilito di abolirne il prezzo ufficiale. Il NON-SISTEMA DEI PAGAMENTI INTERNAZIONALI delineato nella Conferenza di Jamaica era basato sulla ASSENZA DI SISTEMI DI CAMBIO COMUNI, non vi erano quindi obblighi specifici rispetto ai riaggiustamenti degli squilibri delle bilance dei pagamenti e questo, nel tempo creò forti squilibri macroeconomici.


Verso la moneta unica europea: Europeo (AME-1958)

lo SME (1979)


la Conferenza di Brema (1978) Europeo (AME-1958)

  • Parallelamente, nel luglio 1978, i paesi della COMUNITA’ EUROPEA, nella CONFERENZA DI BREMA si impegnavano per la COSTITUZIONE DI UN SISTEMA MONETARIO EUROPEO (SME) con accordi di cambio che andavano a sostituire i precedenti accordi del Serpente Monetario.

  • Gli Accordi di Brema trovarono le seguenti motivazioni:

  • la volontà delle banche centrali europee di essere meno dipendenti da una valuta veicolo quale era il dollaro che dimostrava di essere sempre meno affidabile;

  • la preoccupazione che la variabilità dei tassi di cambio delle valute europee avrebbe potuto compromettere lo sviluppo dell’integrazione dei mercati reali dei paesi membri della CEE innescando competitività internazionale.


Il Sistema Monetario Europeo (SME) Europeo (AME-1958)

Lo SME iniziò a funzionare il 13 marzo 1979 e ad esso aderirono TUTTI I PAESI MEMBRI DELLA CEE TRANNE L’INGHILTERRA. Il MECCANISMO DEI TASSI DI CAMBIO (FISSI) previsto dallo SME era il seguente:

si basava in primo luogo su una griglia di parità bilaterali (due paesi per volta) fra le diverse valute aderenti. Tali parità potevano essere variate solo con l’accordo reciproco di tutti gli stati membri. Intorno a tali parità veniva stabilita una banda di oscillazione del +/- 2,25 % - ma ad alcune valute, come la lira italiana, fu concesso un margine di oscillazione maggiore, pari al 6% - limite oltre il quale doveva intervenire la banca centrale. ESEMPIO: se la lira italiana si fosse svalutata nei confronti del marco raggiungendo il limite massimo di oscillazione, la Banca d’Italia doveva intervenire sul mercato dei cambi per vendere marchi contro lire (al fine di far ribassare il valore del marco) e se lo squilibrio poi perdurava, solo in tal caso si sarebbe poi dovuto intervenire con un riallineamento della parità.


Il Sistema Monetario Europeo (SME) Europeo (AME-1958)

2. Il secondo elemento importante era l’ECU, una MONETA PANIERE composta da quantità diverse delle valute di tutti i paesi aderenti all’accordo. Lo scopo immediato dell’introduzione dell’ECU era stabilire, con un margine di anticipo quale fosse la cosiddetta VALUTA DEVIANTE dalla parità centrale. Cioè nel caso dell’esempio precedente, bisognava capire quale delle due valute stesse assumendo un valore deviante e cioè se era il marco che si stava rivalutando contro la lira o se era la lira che si stava svalutando rispetto al marco. Stabilire ciò significava automaticamente stabilire quale banca centrale doveva intervenire se, nel primo caso la Bundesbank, o se, nel secondo caso la Banca d’Italia. E questo si poteva appunto scoprire in anticipo valutando il peso che ciascuna moneta progressivamente assumeva rispetto al paniere stesso (indicatore di divergenza che però nel tempo non ha funzionato come previsto).


Risultati del funzionamento dello SME Europeo (AME-1958)

Si è concordi nel ritenere che il periodo in cui lo SME ha funzionato rispetto alla STABILITA’ DEI CAMBI può essere suddiviso in tre fasi:

1. da Marzo 1979 – a dicembre1986:

periodo caratterizzato da FREQUENTI RIALLINEAMENTI DELLE PARITA’ CENTRALI FRA LE DIVERSE MONETE (10 in totale) particolarmente legati alle crisi economiche internazionali che furono il secondo shock petrolifero e la crisi del dollaro degli anni ‘80;

2. da Gennaio 1987 – all’estate 1992:

periodo più stabile. I riallineamenti erano giustificati dall’entrata di nuovi paesi nella CEE. In questo periodo, nel 1991, l’Italia entrò nella banda stretta di oscillazione del 2,25%. In questo periodo, i tassi di cambio dello SME mantennero una ridotta variabilità.


Risultati del funzionamento dello SME Europeo (AME-1958)

  • 3. dall’Estate 1992 in poi:

  • in realtà nell’ambito dello SME si era creata nel corso degli anni una forte asimmetria rispetto al comportamento dei paesi membri. La Germania divenne il paese dominante nell’ambito dello SME e ciò comportò una notevole difficoltà a tenere la stabilità di cambio nei confronti del marco. Dato che l’indicatore di divergenza delle monete funzionò male, la Bundesbank intervenne raramente sui mercati delle valute, investendo piuttosto su valute esterne (dollari) e scaricando il peso della soluzione degli squilibri dei cambi sugli altri paesi.

  • Tale problema comportò:

  • Nel 1992 (16 settembre) la fuoriuscita dell’Italia dagli accordi di cambio dello SME;

  • Nel 1993 (luglio-agosto) l’allargamento della banda di oscillazione bilaterale al +/- 15% con conseguente crisi dell’intero Sistema Monetario Europeo.


Il rapporto Delors (1988) Europeo (AME-1958)

e il Trattato di Maastricht (1991-92)


Il Rapporto Delors e il Trattato di Maastricht Europeo (AME-1958)

Il 9-10 dicembre del 1991 il CONSIGLIO EUROPEO composto dei capi di Stato e di Governo della Comunità Europea, approvò una serie di MISURE ATTE A MODIFICARE IL TRATTATO DI ROMA DEL 1957. Tali misure entrarono in vigore il 7 febbraio del 1992 con l’obiettivo di fornire un nuovo impulso e una strategia più incisiva al processo di UNIFICAZIONE MONETARIA IN EUROPA. Gli accordi trovavano le proprie basi nel RAPPORTO DELORS elaborato dalla Commissione presieduta da Jacques Delors, nel 1988, appositamente costituita dal Consiglio Europeo per porre le basi della moneta unica europea.

Il RAPPORTO DELORS, recepito dagli accordi di Maastricht, conteneva un progetto per la realizzazione dell’UNIONE MONETARIA EUROPEA (UEM) in tre fasi caratterizzate da obblighi economici via via più stringenti per i paesi aderenti.


Il Rapporto Delors e il Trattato di Maastricht Europeo (AME-1958)

  • OBIETTIVI del Rapporto Delors:

  • la disponibilità dei paesi membri a delegare tutti i loro poteri agli organi comunitari con riguardo alle politiche monetarie e accettare una serie di regole riguardo alla gestione fiscale;

  • l’adozione di una politica unica riguardo alla credibilità e alla diminuzione dei costi di transazione. A tal fine doveva essere costituita una BANCA CENTRALE EUROPEA che definisse politiche monetarie e creditizie dell’Unione.

  • Tre dovevano essere le fasi di realizzazione delle condizioni per l’unione monetaria:

  • FASE I – (1990-93)

  • FASE II – (1994-96 o 98)

  • FASE III – 1997 oppure 1999


Il Rapporto Delors e il Trattato di Maastricht Europeo (AME-1958)

  • FASE I – (1990-93) – questa fase doveva rappresentare l’inizio della convergenza fra le diverse economie e del coordinamento delle politiche economiche fra i paesi membri. In tale fase erano previsti:

  • la rimozione di tutti i controlli sui movimenti di capitale all’interno dell’Unione e provenienti (o diretti) verso paesi terzi;

  • la predisposizione da parte dei singoli paesi di strumenti legislativi necessari ad evitare che i deficit pubblici fossero finanziati ricorrendo all’emissione di moneta;

  • l’impegno di tutti i paesi a portare le proprie valute nella banda di oscillazione del +/- 2,5%, a non ricorrere frequentemente a nuovi riallineamenti e a mantenere inalterata la composizione del paniere dell'ECU fino alla trasformazione dello stesso in moneta unica;

  • adozione di programmi di convergenza a lungo termine in relazione ai tassi di inflazione e ai deficit pubblici.


Il Rapporto Delors e il Trattato di Maastricht Europeo (AME-1958)

  • FASE II – (1994-96 o 98) – questa seconda fase prevedeva alcune azioni che richiedevano la modifica del trattato di Roma. In questo periodo erano previsti importanti cambiamenti istituzionali a livello europeo e il perseguimento di alcune azioni tendenti al conseguimento di alcuni obiettivi a medio termine e di regole precise riguardo alla gestione del deficit di bilancio, al coordinamento degli interventi sul sistema dei cambi, etc. Tali azioni possono essere riassunte come segue:

  • istituzione dell’ISTITUTO MONETARIO EUROPEO (IME), con il compito principale di coordinare le politiche monetarie dei paesi membri e di gettare le basi per la costituzione del SISTEMA EUROPEO DI BANCHE CENTRALI (SEBC) formato dalla BANCA CENTRALE EUROPEA (BCE) e dalle banche centrali dei paesi membri;

  • obbligo degli stati membri di uniformare ai principi dell’UEM le rispettive legislazioni interne concernenti le banche centrali;

  • controllo da parte dei paesi membri del DEFICIT e del DEBITO PUBBLICO con l’obiettivo di ricondurli rispettivamente al 3% ed al 60% del PIL;

  • eliminazione di ogni obbligo di aiuto ai paesi membri in difficoltà.


Il Rapporto Delors e il Trattato di Maastricht Europeo (AME-1958)

  • FASE III – questa fase sarebbe iniziata nel 1997 qualora la maggioranza dei paesi membri avesse raggiunto i seguenti obiettivi in termini di convergenza:

  • Tasso di inflazione e di interesse a lungo termine non superiore dell’1,5% alla media di quello dei tre paesi membri a minore inflazione;

  • Tasso di cambio stabile all’interno della banda di oscillazione per almeno due anni;

  • Disavanzo e debito pubblico come alle condizioni della fase 2.

  • Nel caso queste condizioni non si fossero verificate, la fase 3 sarebbe partita nel 1999.

  • In questa fase le regole della fase II divenivano cogenti:

  • Costituzione della SEBC che doveva assumere tutte le decisioni di politica monetaria con l’obiettivo principale di assicurare la stabilità dei prezzi;

  • I tassi di cambio bilaterali delle valute venivano fissati irrevocabilmente, così come quelli rispetto all’ECU che doveva divenire la moneta unica dell’Unione Europea;

  • L’Unione aveva la possibilità di infliggere sanzioni ai paesi che non rispettassero le regole finanziarie previste.


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